STANIS MULAS.
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IL PUGNALE E IL FIORDALISO.
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Parte 1.
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1991. LONGANESI & Company, MILANO.
Collezione: LA GAJA SCIENZA.
ISBN 88-304-1015-2.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Nell'azzurro sguardo di Nyr, figlio di pastori dell'isola Rotonda, si è sempre specchiato il mare, universo sconfinato, affascinante e misterioso come nessuna terra può esserlo. Stregato da quell'irresistibile richiamo, Nyr decide di diventare marinaio, sotto l'esperta guida di Akros, capitano di una piccola tonda da carico: apprende dal timoniere Trippa come sentire il respiro del vento, dal Barbiere a issare le vele e dall'irsuto Depas a remare con vigore seguendo la mutevole volontà del mare. Una vita semplice e felice... ma Nyr non sa che il destino ha stabilito diversamente e già dipinge sul suo orizzonte ombre inquietanti e foriere di pericoli: una barca nera di morte ma rilucente d'oro, un barbaro dagli occhi di falco, una donna bellissima e infida...
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Minacce e lusinghe, amici leali e nemici implacabili, sfide e promesse si affolleranno allora, in un turbine, intorno al giovane Nyr ed egli sarà costretto a imparare la dura disciplina delle armi, la sottile arte della politica e l'intrigante gioco della seduzione per sconfiggere le potenti forze che minacciano la serena esistenza della sua patria. Ma, alla fine, il suo cambiamento non sarà stato inutile, se è vero che il dolce sorriso di una dea salirà dalle profondità marine per raggiungerlo e rimanere con lui per sempre... Sorprendente nella dettagliata ricostruzione della vita e dei costumi dell'epoca micenea, coinvolgente come una cronaca «in presa diretta», magico e suggestivo come una storia fantasy, Il pugnale e il fiordaliso riserva, a ogni pagina, la sorpresa di una narrazione vivacissima, in cui emozionanti avventure si alternano a episodi di impagabile umorismo e ad appassionate (e passionali) storie d'amore. Un romanzo insolito, abilmente giocato sul labile confine che separa la storia dal mito.
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L'AUTORE.
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Stanis Mulas, studioso di preistoria mediterranea, vive e opera a Genova. Laureato in giurisprudenza, ha esercitato la professione legale e collaborato al quotidiano cittadino: Il secolo Diciannovesimo. Successivamente si è dedicato completamente alla narrativa. Dopo aver pubblicato, con diversi pseudonimi, più di cento romanzi tra gialli, avventura ed altro genere, ha pubblicato La Foresta degli Dei che ha riscosso un notevole successo di pubblico e di critica e L'uomo dei Balzi Rossi. Queste opere hanno messo in luce la sua straordinaria abilità di rielaborare, in forma di romanzo, le sue conoscenze di studioso di preistoria mediterranea. Scrive in una baracca da pescatori, sulla spiaggia.










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IL PUGNALE E IL FIORDALISO.
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PER migliaia e migliaia di secoli a partire dalla sua comparsa sulla terra, l'uomo considerò il mare come elemento estraneo e infido e non vi si avventurava. La sua confidenza con il mare volle dunque un lunghissimo periodo di preparazione e avvenne per gradi. Dapprima fu il clima temperato delle coste ad attirarlo ma certamente, subito dopo, fu il cibo che il mare offriva in abbondanza. In seguito, i primi coraggiosi si affidarono alle acque a cavalcioni di tronchi d'albero e i loro remi erano le mani. Fatto il primo passo, gli uomini non si contentarono. I loro utensili e la loro intelligenza li avevano resi signori incontrastati del mondo terrestre in cui vivevano; adesso provarono a diventar padroni dell'ambiente liquido. Scavarono i tronchi e ne ricavarono canoe, costruirono pagaie. In quel modo attraversarono fiumi e laghi e uscirono dalle baie riparate, dapprima a seguir la costa per brevi tratti, poi facendosi man mano ardimentosi. Pagarono al mare i primi tributi e, dopo averlo temuto per ignoranza, impararono a temerlo per esperienza, ma non si arresero. Le canoe si trasformarono in imbarcazioni sempre più grandi, ai remi si aggiunse la vela e gli uomini iniziarono a percorrere le vie dell'acqua. Dalle prime attività della pesca nacquero quelle degli scambi commerciali ed ebbe inizio una più vasta conoscenza fra le genti.
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Forse i primi uomini ad affrontare tratti relativamente lunghi di mare mossero dalle coste della Siria e dell'Anatolia e si insediarono a Cipro e a Creta, ma è indubbio che i primi, autentici navigatori commerciali furono gli Egei. Tra di loro primeggiarono, per quasi duemila anni, gli abitanti delle Cicladi, marinai per vocazione, per necessità, per interesse. Autentici signori del mare, essi furono mercanti, gendarmi contro la pirateria, talvolta pirati essi stessi.
Questa è la storia di uno di loro, Nyr dell'isola Rotonda, nato in una famiglia di pastori e marinaio per amor del mare e delle navi, che visse nel momento culminante dello splendore minoico, vide molte terre e conobbe molte genti.
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PARTE PRIMA.
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NYR DELL'ISOLA ROTONDA.
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Capitolo 1.
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ORMEGGIATA al molo, la nave si moveva appena, secondo il respiro placido del mare. Era una piccola nave, una tonda da carico per il cabotaggio fra le Isole, e in quel momento era vuota. Aveva sbarcato lana, vino, olio e formaggi provenienti dall'isola Rotonda ed era in procinto di caricare lastre semilavorate di ossidiana e pani di piombo. Il capitano e parte dei vogatori erano scesi a terra, il resto dell'equipaggio oziava, in attesa.
Tutti meno il giovanissimo Nyr che, le cosce muscolose serrate intorno al tagliamare, reggeva con la sinistra un vaso di vernice e con la destra un pennello. Il tagliamare si innalzava per circa tre braccia, incurvandosi, per poi prolungarsi in avanti di cinque braccia. Quasi alla sommità vi era infisso un solido bastone in cima al quale era collocato un pesce di legno. Lassù Nyr spenzolava con la schiena alta sull'acqua. Aveva già verniciato il pesce d'azzurro e ora teneva il braccio sollevato, intento a colorire il bastone con il bianco di cui erano dipinti il tagliamare e i bordi della nave. Maneggiava il pennello con precauzione, badando a che gocce di vernice non gli ricadessero sul volto, e per lui quel lavoro era come un gioco di cui per primo riconosceva la scarsa utilità. Infatti il viaggio dall'isola Rotonda, che gli stranieri chiamavano Thera, all'Isola dell'Ossidiana, da molti chiamata Melo, era l'ultimo della stagione. Al ritorno a Thera avrebbero tirato la nave in secco e ci sarebbe stato tutto il tempo, durante le belle giornate invernali, per l'opera dei carpentieri e dei calafati.
Tranne che per un esiguo perizoma di lino, Nyr era nudo e il suo corpo, lucido di sudore per lo sforzo di mantenersi in quella posizione, sembrava modellato nel bronzo. Il sole, alto nel cielo, accendeva bagliori dorati sulle mobili sfaccettature dell'acqua. Quand'ebbe terminato di colorire il bastone, Nyr mise il pennello nel vaso e, con la mano libera, si produsse in un movimento di forza e agilità che lo portò a cavalcioni del tagliamare. Da quella posizione controllò attentamente la propria opera. Soddisfatto, si lasciò scivolare sino al ponte di prora dove se ne stava appisolato il Barbiere. Al leggero tonfo dei piedi nudi di Nyr, il Barbiere socchiuse gli occhi e considerò il ragazzo. «Soddisfatto?» chiese movendo languidamente le palpebre dipinte. «Non per questo il capitano Akros ti porterà all'isola del Re per la grande festa. Scordatelo.»
Il Barbiere, durante l'inverno, rasava, acconciava e profumava gli uomini più importanti dell'isola Rotonda. Da maggio a ottobre chiudeva bottega per imbarcarsi sulla piccola tonda di Akros e viaggiava tra le Isole, curioso di conoscer cose nuove. Aveva venticinque anni, era snello e di aspetto piacevole. I suoi capelli erano sempre bene arricciati e acconciati con nastri, sotto il perizoma ricamato portava invariabilmente l'astuccio penico, una guaina in cuoio di grandezza spropositata rispetto a ciò che doveva custodire. I vogatori, che in un primo tempo lo avevano dileggiato, adesso lo rispettavano, avendo scoperto la sua straordinaria abilità, oltre che con i pettini di rame, i rasoi e gli unguenti, anche con i pugnali. Se scoppiava una rissa in qualche porto si poteva star certi che il Barbiere non si sarebbe tirato indietro. Alle sue parole, Nyr si strinse nelle spalle e sospirò. Aveva sedici anni e da due navigava con Akros. Il suo sogno era quello di poter assistere, nell'isola del Re, alla grande festa per la chiusura stagionale della navigazione, con la parata delle navi dalla prora altissima, i giochi dei tuffatori, dei pugili, degli acrobati, le dame graziosamente assise dentro le cabine di ponte o sotto i baldacchini sfarzosi delle navi, oppure intente a gettare i loro nastri a chi le avesse maggiormente divertite. Anche all'isola Rotonda si celebravano feste importanti, con parate di navi e giochi di ogni genere, ma tutti dicevano che non v'era confronto con la grandiosità di quelle che si organizzavano all'isola del Re. In due anni, purtroppo, Nyr non era mai riuscito ad assistere a una di queste celebrazioni perché le tonde da carico non attraccavano mai in uno dei porti principali dell'isola del Re, ma a Dia, una sorta di porto franco in un'isoletta a poca distanza dall'isola maggiore, all'altezza di Cnosso.
«Pazienza», rispose Nyr al Barbiere. «Sarà per la stagione prossima.» Sigillò il vaso di vernice e, dopo aver accuratamente ripulito il pennello, ripose il tutto nella cassa degli attrezzi.
«Vuoi che ti acconci i capelli?» gli chiese il Barbiere.
«Nessuno ha un po' di vino? Nessuno ha un maledetto goccio di birra?» chiese dal basso una voce rauca. Due manone si aggrapparono all'orlo del ponte di prora e apparvero una testa irsuta e un volto dal naso schiacciato, le orecchie a cavolfiore e gli occhi orlati di rosso.
«Salve, Depas. No, niente vino e niente birra», sorrise Nyr.
«Per la Dea dei Serpenti, che capelli!» si scandalizzò il Barbiere. «Sali, che ti aggiusto quella testa da cinghiale!»
«E mi darai del vino, o almeno un po' di birra?» chiese speranzoso Depas, issandosi sul ponte a forza di braccia. Non aveva nulla della tipica grazia dei marinai delle Isole, snelli, dalla vita stretta e le spalle larghe. Grande e grosso, i fianchi lardosi, il corpaccione ricoperto di peli grigi, era vestito di una fascia di tela grezza che, dopo avergli cinti i lombi, passava in mezzo alle cosce a proteggere i genitali ed era fermata in vita da una cintura di pelle.
«Sai bene che bevo soltanto acqua, Depas», gli ricordò il Barbiere.
«È per quello che non ti piacciono le femmine!» sputò Depas, disgustato al solo sentir nominare l'acqua. Fosse stato un altro l'avrebbe pagata cara, ma lui, il Barbiere e Nyr erano amici. Il Barbiere si produsse in una scrollatina di spalle tutta femminile mentre Depas osservava il pesce di legno che Nyr aveva appena terminato di colorire.
«Mmmh, adesso a bordo abbiamo anche un artista», bofonchiò, grattandosi un fianco. Dal molo venne un cigolare di cariaggi e i tre si voltarono a guardare: sopraggiungeva il capitano Akros con alcuni vogatori e due carri a buoi che portavano l'ossidiana e il piombo commissionati dagli artigiani e dagli edili di Thera. A fianco di Akros camminava un uomo alto che indossava un doppio perizoma di lino, stretto in vita da una cintura di cuoio con borchie d'oro. Dalla cintura pendevano una borsa e un pugnale dalla custodia di pelle decorata con fili d'argento. Sulla spalla robusta, costui portava con negligente eleganza un mantello di lana finissima e calzava sandali legati alla caviglia. Dietro di lui venivano tre uomini vestiti di una semplice fascia in vita priva di cintura che risaliva dalle cosce. Due di loro tenevano per la cavezza un cavallo, un superbo stallone che caracollava nervoso tra di loro. Il terzo era anziano, calvo, con una grande borsa a tracolla, di quelle che solitamente portavano gli scribi.
«Chi sarà quel tizio?» borbottò Depas, senza rivolgersi a nessuno in particolare.
«Sicuramente un uomo di buon gusto, a giudicare da come veste», fu il commento favorevole del Barbiere. «Peccato per l'acconciatura dei capelli, io avrei saputo fare meglio.» In effetti i lunghi capelli dello sconosciuto gli ricadevano sul collo in
riccioli scomposti, ma questa era l'unica nota stonata in un portamento che denotava sicurezza. Quando salì a bordo insieme al capitano Akros, Nyr si rese conto che, nonostante l'aspetto giovanile, l'uomo doveva rasentare la quarantina. Era di corporatura atletica, la larghezza delle spalle accentuata dalla cintura molto stretta in vita. Lo videro esaminare l'interno della tonda con occhi da esperto, i piedi ben piantati sul cassero. Accanto a lui il capitano Àkros, un solido therano dalla chioma grigia, seminudo come il suo equipaggio, aveva l'aria scontenta. Quando
lo sconosciuto parlò, Nyr, il Barbiere e Depas tesero le orecchie, incuriositi.
«Puoi far costruire un recinto per il mio stallone a centro nave?» chiese ad Akros.
«Si può fare», rispose il capitano, apparentemente di malavoglia.
«Allora dai gli ordini, voglio partire prima del tramonto.»
«E remare tutta la notte?» replicò Akros. «No, partiremo domattina all'alba. La sera cala il vento e non voglio rematori stanchi per il rientro all'isola Rotonda. Sai bene che al ritorno dovremo remare controvento, non potremo usufruire della vela. La stagione è finita, da un momento all'altro il tempo potrebbe volgersi a burrasca e non ho intenzione di trovarmi contro il mare e il vento.»
«Stai cercando di alzare il prezzo, Akros?»
«Ti sto dicendo ciò che penso. Non rischio la mia nave per il compenso che mi offri. Non si tratta di alzare il prezzo, ma di ottenere quello giusto. Sei un mercante, Krisis, dovresti saperlo.»
Da prora, i tre ascoltavano attenti e anche dai banchi di voga i rematori tendevano le orecchie.
«Io ti ho offerto un prezzo giusto», replicò il mercante chiamato Krisis, «e ti ho anche spiegato che devo portare il mio stallone all'isola del Re in tempo per la Festa Sacra. Possiedo il più bel cavallo di Creta e intendo aggiogarlo al carro di Kielos per la sfilata. Partendo domattina arriveremmo al tramonto. A che mi sarebbe servita, allora, la tua nave?»
«Hai a disposizione un'altra nave diretta a Creta?» ribatté Akros. «Ascoltami bene, Krisis, non voglio profittare della circostanza oltre il lecito, ma intendo ottenere un prezzo giusto, commisurato al rischio che mi fai correre. Dovevo rientrare oggi stesso all'isola Rotonda e sarebbero poche ore di remi con
tempo buono. Ora tu mi chiedi di portare te, il tuo stallone, il tuo scriba e i tuoi schiavi all'isola del Re. Per farvi posto mi tocca stivare piombo e ossidiana in modo diverso. Inoltre non vuoi sbarcare a Dia, che per me sarebbe più facile, ma mi chiedi di costeggiare Creta per entrare nel Golfo Grande. In più, pretendi di partire subito, il che significa compiere gran parte del tragitto sotto le stelle, a remi. Arriveremmo a mezza mattinata, il che significa...»
«Smettila di dire 'il che significa', Akros!» interruppe il mercante. «Dimmi il tuo ultimo prezzo per partire fra due ore e con la garanzia che arriveremo nel Golfo Grande in tempo per la parata delle navi! Allora?»
«Allora tu prova a offrirmi il doppio e forse accetterò», rispose Akros. «Il doppio più la tariffa di ancoraggio. In quanto alla garanzia devi chiederla agli dèi del mare e dei venti, non a me.»
Mentre Akros e Krisis discutevano, da sotto i banchi spuntavano le facce incuriosite dei vogatori; occhi interessati scrutavano il ricco mercante che adesso fissava duramente Akros. Dal banco di prora, Depas borbottò: «Il mercante non accetterà. Peccato, perché all'isola del Re avrei trovato da bere, domani è festa grande...»
«Invece gli dirà di sì», lo contraddisse il Barbiere. «La navigazione in partenza è chiusa da tre giorni, qui a Melo. La nostra è l'ultima nave. Come può, il mercante, trovarne un'altra?»
«Speriamo che accetti», sospirò Nyr. «Muoio dalla voglia di vedere la grande festa, la parata delle navi, i giochi degli acrobati, le gare di pugilato... potrei partecipare alla gara di tuffi...»
A poppa, Krisis e il capitano si fronteggiavano. Il mercante aveva capito che Akros aveva richiesto un prezzo così alto perché aveva scarsa voglia di portarlo a Creta e di restarvi poi tutta una giornata per far riposare i vogatori. Da un momento all'altro il tempo poteva cambiare e il rischio, per una nave così piccola, non era trascurabile.
«Ti darò quanto hai chiesto», capitolò alla fine. «Ma, in quanto agli dèi del mare, pregali tu. La nave è tua e sei pagato anche per questo. Augurati che ti diano ascolto.»
Akros non replicò all'implicita minaccia. Aveva posto le sue condizioni e Krisis le aveva accettate. Il capitano era anche
armatore della nave, il rischio continuava a esistere ma era diventato accettabile.
«Ehi, voi a prora!» gridò. «Voglio la nave di fianco alla banchina, svelti! Nyr, vai giù con il canapo da ormeggio. Depas, salpa l'ancora. Barbiere, prendi la conchiglia e chiama tutti i compagni a bordo! Voialtri, là sotto, pronti a issare l'albero!»
Entro pochi minuti la nave fu in fermento. Depas, aiutato da due vogatori, era all'argano per salpare la nuovissima ancora di bronzo, orgoglio di Akros, che ben poche tonde da piccolo cabotaggio possedevano. Nel frattempo Nyr, agguantata la cima di un grosso canapo, ne controllò la legatura, lo gettò a mare e poi, volendo dar spettacolo di fronte al mercante, s'arrampicò sulla pernecchia e, da lassù, eseguì un tuffo perfetto. Per quanto ancora irritato, Krisis non potè fare a meno di ammirare l'agilità e la grazia del giovane therano e si sporse oltre il bordo per seguirne i movimenti. Quando Nyr riemerse, stringeva in mano la cima. Nuotò verso la scogliera che proteggeva la banchina di pietra, vi salì e cominciò a tirare il canapo mentre, da bordo, Akros dirigeva la manovra. Lentamente la piccola nave, ruotando sulla poppa già assicurata al molo, si dispose di fianco, pronta a essere ormeggiata anche di prora.
Intanto il Barbiere continuava a soffiare nella salpinx e il suono della grande conchiglia, ripetuto a intervalli brevi, dava un'impressione di urgenza.
Legata una robusta sagola al dritto di prua, i vogatori stavano issando l'albero, due di loro sul ponte di prora, altri quattro da basso pronti ad allogarne la base nella scassa e a fermarla. All'albero era già assicurata l'antenna con la vela imbrogliata. Nel medesimo tempo altri si accingevano ad approntare tavole, chiodi di rame e martelli per costruire a centro nave un recinto per lo stallone ma, prima, avrebbero dovuto imbarcare i pani di piombo e l'ossidiana e il capitano Akros sperava che il pressante richiamo della conchiglia raggiungesse i vogatori che stavano ubriacandosi a terra in qualche casa ospitale.
«Perché non mandi qualcuno a cercare i tuoi vogatori?» propose nervosamente Krisis. «Che cosa accadrà se sono tutti ubriachi?»
«Anche gli ubriachi hanno le orecchie e capiranno che la nave parte: non vorranno correre il rischio di restare per tutto l'inverno a Melo», replicò Akros. Infatti, di lì a poco, cominciarono ad arrivare alla spicciolata i vogatori. Akros li contò
mentre s'arrampicavano a bordo e si accorse che ne mancavano due. «Continua a suonare!» ordinò irritato al Barbiere. «Voialtri, una tavola da imbarco! Cominciamo a stivare il piombo.»
«Ne mancano soltanto due?» s'informò Krisis. «Puoi mettere ai remi i miei due schiavi.»
«Uno dei due è Trippa, il timoniere», replicò Akros. «Non posso fare a meno di lui. Manderò a cercarlo. Nel frattempo, carichiamo.»
I pani di piombo furono stivati sui due lati della nave, mentre il Barbiere continuava a suonare la conchiglia. Finalmente ecco arrivare di corsa un vogatore, tutto affannato. «Che succede? Non s'era detto che avremmo salpato domani all'alba?» gridò, ancora sul molo.
«Invece partiamo adesso», gli rispose Akros. «Dov'è Trippa?»
«Alla casa di Kàllista, ubriaco fradicio.»
«Vallo a prendere, ma prima passa dalla bottega del capraio e digli che la capra bollita che gli avevo ordinato per questa sera la voglio a bordo subito. Fa' in fretta!»
«Vado, capitano!» Il vogatore corse via, Akros ordinò di imbarcare l'ossidiana e seguì personalmente le operazioni di stivaggio. Ogni lastra veniva avvolta in uno strato di stoppa e ricoperta da un sacco per proteggerla dagli urti. Terminato il carico fu costruito un recinto di tavole di cui fu lasciato aperto il lato verso poppa. I due schiavi di Krisis vi condussero lo stallone che cominciava a dar segni di nervosismo; poi lo impastoiarono e restarono con lui per tenerlo calmo mentre i vogatori inchiodavano il lato che avevano lasciato aperto. Krisis ordinò che un mantello di lino ricoprisse la groppa dell'animale accaldato e nel recinto furono messe acqua e biada.
Poco dopo arrivò il capraio, tirando per la cavezza un asino riottoso, attaccato fra le stanghe di un carretto su cui era assicurato un grande orcio. «Akros, ti ho portato una bella capra bollita, ma dovrò litigare con chi me l'aveva ordinata per il mezzodì!» gli gridò l'uomo.
«Il brodo è ben caldo?» chiese da bordo Akros, trascurando le querimonie del capraio.
«È bollente, puoi accertartene tu stesso», rispose quello. A un cenno del capitano due marinai scesero sul molo e, slegato l'orcio, lo trasportarono a bordo. Akros tolse il grande tappo di
sughero e fu investito dal vapore bollente e dall'aroma del brodo speziato. Rimesso il tappo, gridò al capraio: «La prossima volta mi ricorderò di te con un regalo». Quello salutò con la mano mentre rispondeva ironico: «Farò un'offerta agli dèi, ché lascino in salute te e a galla la tua nave, in modo che ci sia una prossima volta...»
La notizia che la nave era in partenza si era rapidamente diffusa, ed ecco arrivare il venditore d'acqua, quello di focacce, quello di olive farcite e quello di pesce secco. Dieci grandi focacce ancora calde vennero riposte nel carabottino di poppa insieme con le olive e con del pesce secco. Quattro grandi orci d'acqua furon sistemati ai lati dei banchi di voga. A tutte queste operazioni Nyr aveva assistito standosene seduto al sole sulla bitta cui aveva assicurato il cavo di ormeggio. A un tratto, un gran clamore proveniente da dietro il magazzino delle pelli lo fece balzare sul molo, incuriosito. Traballando sulle gambe corte apparve Trippa il timoniere, insieme col vogatore che era andato a chiamarlo. Quattro donne discinte gli andavano dietro, urlandogli ogni sorta di ingiurie. Trippa, vestito unicamente di un corto perizoma che scompariva tra le pieghe di grasso, il cranio calvo coronato da radi capelli rossicci che terminavano in un codino legato da un nastro sudicio, trottava in direzione della nave. Il ventre prominente tremolava a ogni passo, ma lui, per quanto affannato, non rinunciava a rispondere per le rime alle donne che lo tallonavano dappresso.
«Figlio di una puttana!» urlava una di loro. «Non puoi mangiare, ubriacarti e approfittare di noi senza pagare il prezzo pattuito!»
«Che Efestos ti infilzi nel suo spiedo e ti metta arrosto, bagascia!» ansimava Trippa. «Ho pattuito tutta una giornata e tutta una notte e se parto adesso non è colpa mia! Vi ho compensato per quello che ho avuto!»
«Ma ci hai tenuto impegnate per i tuoi porci comodi, grassone!» gli urlò un'altra donna. Tutte e quattro vestivano corte gonne a ricche balze, ma il torso era nudo.
«Pagaci, Trippa!» intimò una terza. «Non credere di potertela cavare così, spaccone!»
Intanto erano giunti sottobordo e Trippa avrebbe voluto metter piede sulla tavola che univa la nave al molo, ma le donne furon leste a circondarlo e due di loro, tratti lunghi spilloni di rame dalla crocchia dei capelli, avevano tutta l'aria di far sul serio.
«Tu non sali a bordo se prima non ci paghi il prezzo intero, botte di lardo!» gridò una, agitando minacciosamente lo spillone sotto il naso di Trippa. Affacciati alla murata, Akros, Krisis e gli altri assistevano alla scena.
«Costui sarebbe il timoniere indispensabile? Che gli dèi del mare abbiano pietà di noi!» esclamò Krisis, preoccupato. «Che intendi fare, Akros? Non ho intenzione di perdere altro tempo. Perché quel vogatore non interviene per aiutare il suo compagno?»
«Con le donne di Kàllista certe questioni vanno risolte bonariamente, dovresti saperlo», replicò il capitano.
«E invece non lo so, io non frequento la casa di Kàllista!» ribatté il mercante. «Io so soltanto che stiamo perdendo tempo! Che cosa aspetti?»
«Che le acque si calmino», rispose Akros. «La prossima stagione torneremo ancora a Melo e Kàllista è in buoni rapporti con notabili e mercanti, non voglio inimicarmela.»
«Stai forse suggerendomi di pagare quelle donne?» si stizzì il mercante, sospettoso.
«Non ho detto questo», borbottò Akros che, subito dopo, si sporse dalla murata per arringare le donne di Kàllista. «Ehi, voi, belle ragazze! Non volete spiegarmi com'è andata e affidarvi al mio giudizio?»
«Com'è andata è semplice a spiegarsi», gli rispose una delle donne. «Questo buffone stamani si sentiva formidabile e ci ha volute tutte e quattro. Avevamo un invito per una festa di ricchi, questa sera e, per restare con lui, abbiamo perso la festa e i doni che ci avrebbero fatto. Lui ci aveva promesso regali di valore doppio, e allora che paghi!»
«O belle le mie donne», replicò bonariamente Akros, «non ditemi che non vi siete accorte dell'ubriachezza di Trippa quando vi ha fatto quella proposta. Non è da oggi che lo conoscete, quindi sapevate bene che non sarebbe stato capace, anche da sobrio, di usarvi tutte e quattro...»
«Bada, Akros, che noi ci facciamo pagare il tempo, non l'uso e. tantomeno, i risultati!» sghignazzò la donna.
«Allora siamo a posto», la rimbeccò Akros, «perché è proprio il vostro tempo che Trippa ha pagato: una mattinata. Ve ne avanza per mandare a dire a quelli della festa che accettate e così non avrete perso nulla.»
«Akros, sei un bravo oratore, ma non ci incanti. Vogliamo
essere pagate per intero oppure riempiremo di buchi la trippa del tuo Trippa!»
«Ma non ci sono guardie, su questo molo?» sbottò Krisis che stava perdendo la pazienza.
«Le guardie ci costerebbero più di queste donne», replicò a bassa voce Akros, facendo a Nyr un cenno quasi impercettibile.
«Capitano, digli che stiano lontane con i loro spilloni!» gridò allarmato Trippa mentre le quattro donne lo stringevano sempre più dappresso. Inosservato, Nyr fece passare l'occhiello della gomena sopra la bitta e il cavo scivolò silenziosamente in acqua, liberando di prora la nave.
«Ascoltatemi bene, donne!» tuonò a questo punto Akros. «Non ho intenzione di perdere altro tempo, con voi. Vi propongo un patto: vi lascio uno schiavo per tutta la stagione invernale in cambio del debito di Trippa. Prendere o lasciare.»
«Che razza di schiavo? Che ce ne facciamo di uno schiavo in pegno?» chiese una delle donne.
«Questo è uno schiavo particolare. Ha per gli uomini lo stesso interesse che avete voi e, siccome è un bel ragazzo, vi terrete i suoi guadagni. Allora, che ne dite?»
«Vediamo questo schiavo», risposero, e Nyr, che si era scostato dalla bitta, cominciò a piangere e a disperarsi ad alta voce, implorando il capitano di non lasciarlo nelle mani di quelle donne. Dalle murate della nave si sporgevano a schernirlo i vogatori, mentre lui fingeva di strapparsi i capelli e singhiozzava: «Non lasciarmi con queste donne, Akros, ti supplico! Ne morirei! Farò tutto ciò che vorrai, d'ora in avanti, ma non lasciarmi qui a Melo!»
«Ma... è proprio un bel giovane! Avvicinati, tu!» ordinò interessata una delle donne.
«Però non sembra uno di quelli», commentò un'altra. «Va bene che di questi tempi se ne vedono di tutti i colori...»
«È ben fatto e muscoloso...»
«Ha bei capelli...»
«E strani occhi chiari...»
«È giovane e sodo...»
Camminando con movenze femminee, Nyr aveva ubbidito all'ordine di avvicinarsi alle donne e appariva atterrito. «Vi supplico, lasciate che riparta con il mio capitano!»
«Per gli dèi del mare! Ne ho abbastanza di te!» ruggiva Akros.
«Non sai far altro che andar con gli uomini. Tenetevelo pure, mi sta corrompendo i vogatori!»
«Ma sì, tenetevelo, donne!» ghignavano in coro da bordo. Da prora si levò la voce acuta del Barbiere: «No! Akros, non lasciare che il mio amore sia sfruttato da quelle donnacce!»
«Ehi, Akros, ne avevi addirittura due, a bordo!» rise una delle donne di Kàllista. Si accostò a Nyr e gli palpò i bicipiti. «Hai muscoli ben sodi, tu. E che occhi strani! Come ti chiami?»
«Il mio nome è Nyr dell'isola Rotonda e... Oh, no! Lasciami stare! Non toccarmi!» protestò Nyr, sottraendosi con un ben simulato moto di ripulsa alla mano della donna che gli aveva afferrato il pene coperto solo dalla stoffa sottile del perizoma.
«Di che hai paura», rise lei sguaiata, «che te lo stacchi per conservarlo in salamoia?»
Con un gesto teatrale Nyr cadde in ginocchio di fronte a lei: «Ti prego! ti prego! ti prego! Lasciami libero di tornare a bordo e ti giuro che una volta all'isola Rotonda ti sacrificherò un agnello, proprio come se tu fossi una dea!»
Mentre lei lo fissava interdetta, altre due donne si accostarono. «Costui non ha l'aria di uno schiavo e neppure di uno di quelli che si interessano più ai maschi che alle femmine...»
«Comunque è sempre meglio di Trippa, no?»
«Non lo so. Gli occhi sono color del cielo come quelli di uno schiavo occidentale, ma i capelli sono neri...»
Adesso soltanto una delle donne era rimasta a guardia di Trippa ma, più che lui, osservava Nyr. Per quanto ubriaco, il timoniere balzò sulla tavola e fu a bordo prima che la donna potesse tentare qualsiasi reazione.
«Trippa, sciogli la gomena di poppa e cerca di non cadere in mare!» sibilò Akros.
«Ma... gli lasci davvero quel ragazzo come schiavo?» intervenne Krisis, accigliato.
«Non volevi partire alla svelta?» replicò Akros. «Io ho fatto la mia parte, adesso tocca a Nyr.»
Sul molo la donna che era stata a guardia di Trippa raggiunse le compagne che circondavano Nyr. Da bordo continuavano a piovere lazzi e parole pesanti, mentre il Barbiere non smetteva di invocare Akros e le donne affinché gli rendessero il suo amore. Da parte sua, Nyr continuava a piangere e a supplicare le donne che lo avevano ormai attorniato. A bordo, un vogatore a
poppa e uno a prora facevano forza con i remi puntati contro il molo da cui la tonda andava distaccandosi lentamente...
Scosso dal pericolo corso, Trippa badava a tenere immerso in acqua, perpendicolarmente allo scafo, il suo remo più lungo e dalla pala più larga degli altri.
«Allora, belle donne!» gridò Akros quando la nave fu ben staccata dal molo. «Se siete d'accordo, il debito di Trippa è cancellato e lo schiavo sarà vostro sino al mio ritorno a Melo. Siete d'accordo?»
«Va bene, Akros, siamo d'accordo!» gridò una delle donne. Alla sua voce fece eco il grido disperato di Nyr: «No! Non voglio restare con queste donne, Akros! Piuttosto mi uccido!»
«Affari tuoi e delle tue padrone, da ora!» replicò Akros. «Se ti uccidi il danno sarà loro, non mio!»
Krisis aveva comprato, venduto e barattato molti schiavi e non era certamente uomo dal cuore tenero, ma quel trattamento proditorio nei confronti del ragazzo lo portò a pensar male del capitano Akros. Oltretutto non si era neppure in tempi di carestia, quando una ragazza poteva essere barattata con una misura di grano e si dava uno schiavo per una capra da latte. Era scandalizzato e i suoi occhi lo esprimevano chiaramente, ma il capitano non pareva darsi pena per la sorte del ragazzo. «Vogatori di sinistra: in acqua i remi!» ordinò. «Vogatori di destra: remi fuori!»
L'attenzione di Krisis si spostò momentaneamente sull'equipaggio. I vogatori di sinistra manovrarono i remi in modo da immergerli in acqua, pronti al successivo ordine; quelli di dritta li sporsero fuori della falcata, tenendoli sospesi parallelamente all'acqua. Nessun dubbio che, seppure la metà di loro era rientrata a bordo barcollante per il vino, fosse un equipaggio addestrato. A prora Depas e il Barbiere, cui sarebbe spettato il compito di issare la vela non appena la nave fosse uscita dal porto, osservavano ghignando il giovane Nyr che invano tentava di sottrarsi alla manesca curiosità delle donne.
«Quelli di sinistra: una vogata corta!» ordinò Akros. I rematori eseguirono e la nave si scostò di prora. I remi restarono poi sospesi a gocciolare sull'acqua mentre, a poppa, Trippa si appoggiava al remo-timone quasi come a un sostegno. Krisis notò che nessuno dell'equipaggio aveva pensato a recuperare, a poppa e a prora, i canapi che affondavano pigramente nell'acqua.
«Sinistra: una vogata corta!» ordinò ancora Akros e la tonda
si scostò ulteriormente di prora. Krisis continuava a guardare la scena che andava svolgendosi sul molo e, a un tratto, udì il giovane Nyr urlare: «No! Mi uccido! Mi affogo in mare!» Subito dopo, egli balzò in aria e all'indietro, eseguendo una perfetta capriola sulle teste delle donne e ricadendo fuori dell'accerchiamento. Dopo il primo sconcerto per quella prodezza, Krisis esultò, pensando che ora il giovane avrebbe voltato le spalle alle donne della casa di Kàllista e se la sarebbe data a gambe. Se si fosse immediatamente tuffato in mare, quelli della nave avrebbero potuto gettargli una cima e tirarlo a bordo. Guardò eccitato verso Akros e lo vide indifferente mentre ordinava: «Sinistra: una vogata corta!»
Adesso la distanza della nave dal molo era di una decina di braccia e Krisis la calcolò quasi inconsciamente mentre riportava l'attenzione alla scena sul molo, una scena che aveva per lui dell'incredibile. Passata la prima sorpresa, le donne s'erano slanciate su Nyr che, invece di fuggire, le attendeva. Come stesero le mani ad afferrarlo, il giovane balzò in alto e in avanti, descrisse una piroetta sopra di esse e ricadde loro alle spalle. Quelle prontamente si rigirarono e lo stesso fece Nyr che, invece di fuggire, corse loro incontro e parve che dovessero scontrarsi ma, al momento dell'impatto, lui spiccò un gran balzo e nuovamente piroettò sopra le loro teste, atterrando dietro il loro schieramento.
«Ma insomma, che razza di gioco è questo, schiavo?!» lo apostrofò incollerita una delle donne. Nyr le si inginocchiò di fronte, in atto supplice, e quella lo fissò sbigottita.
«Oh, bellissima!» invocò Nyr. «Tu sei la prediletta dalla Dea Madre, i tuoi fianchi sono meravigliosamente curvi e dal tuo seno stilla il miele. Ti supplico, lasciami libero di ritornare alla mia nave che mi riporti all'isola Rotonda e alla mia casa! Io ti sacrificherò un agnello e al mio ritorno a Melo ti porterò dei doni! Se non mi lascerai libero mi affogherò!»
«Costui è toccato nel cervello!» esclamò quella, rivolta alle compagne. «Sentimi bene, tu: non sono una dea e l'agnello lo guadagnerai per noi lavorando tutta una stagione!»
«O mia divina, come potrò lavorare per te da morto?» obiettò Nyr. «Ti scongiuro, lasciami tornare alla mia nave!»
«Adesso basta! Abbiamo perso la pazienza!» esclamò la donna e fece l'atto di agguantare Nyr per i capelli, ma il ragazzo, facendo perno sui talloni, roteò come una trottola e fu fuori portata. Allora si rialzò e ancora una volta si rivolse supplice alle donne e le pregò di lasciarlo tornare alla sua nave.
«Non fare il buffone!» gli replicò irosamente una di loro. «Vieni con noi o te ne faremo pentire! Non vedi che la tua nave è già partita?» Nyr si voltò a guardare e, in effetti, Akros aveva comandato ancora una vogata corta ai rematori di sinistra. Adesso la nave era disposta perpendicolarmente al molo da cui distava almeno venti braccia. Sul volto di Nyr si dipinse la disperazione mentre puntava un dito accusatore contro le donne della casa di Kàllista: «Ricordatevi, sarà come se mi aveste ucciso con le vostre stesse mani!» gridò e quindi, gli occhi al cielo: «E voi, dèi del mare, accoglietemi nel vostro seno!»
Esterrefatte, le donne lo videro spiccar la corsa: poi un gran balzo in aria, il tuffo e le acque del porto si richiusero su di lui!
Dopo un attimo di sgomento corsero al limite del molo e, sporgendosi in avanti, scrutavano ansiosamente le acque nella speranza di vederlo riapparire, ma invano. Infine una di loro mormorò, turbata: «Si è affogato davvero! Forse era meglio se
lo lasciavamo libero, povero ragazzo!»
«Io vi dico che era pazzo», replicò un'altra. «Noi non ne abbiamo colpa.»
«Non potevamo credere che si sarebbe ucciso sul serio», disse una terza, ma la quarta donna esclamò preoccupata: «Ora saremo ritenute responsabili della sua morte e non soltanto dagli dèi, ma anche da Akros. Lo schiavo era nostro, ma soltanto per una stagione!»
«Perché dovremmo averne colpa?» obiettò una compagna. «Si è buttato da solo, non l'abbiamo spinto noi...» Ma tutte guardarono preoccupate la nave che adesso era ferma sull'acqua, i remi sollevati, e si vedevano a poppa Akros e Krisis che scrutavano il mare, sporgendosi dalla murata.
«Akros!» gridò una delle donne. «Il tuo schiavo si è affogato!»
Da bordo, Akros dovette gridare per rispondere: «Non era il mio schiavo, era il vostro per tutta una stagione. Voi siete responsabili! Ne risponderete ai Governanti, al mio ritorno a Melo!»
A fianco di Akros, il mercante Krisis aveva la faccia scura mentre continuava a fissare l'acqua che baluginava al sole. In un primo tempo, vedendo come il giovane schiavo aveva tenuto testa alle donne della casa di Kàllista, aveva creduto che si
stesse facendo beffe di loro e che avrebbe raggiunto la nave a nuoto. Da un momento all'altro si era atteso di vederlo emergere e nuotare verso la nave, ma adesso aveva perso ogni speranza. Nessun nuotatore, per quanto abile, avrebbe potuto resistere tanto tempo senza emergere per respirare.
«Non credo che tu abbia fatto un buon affare, Akros», osservò scontento. «Quel tuo schiavo, un acrobata come difficilmente se ne vedono ai giochi in onore degli dèi, valeva molto più di quanto avresti dovuto riconoscere alle donne della casa di Kàllista! Lo avrei comprato io stesso, per un buon prezzo!» Akros gli rispose con un'occhiata indecifrabile e in quel momento Depas, che stava a prora, agitò in alto un braccio. A quel segnale il capitano lanciò l'ordine: «Tutti i remi a mare! Vogare lungo, insieme! Voga, oooh!»
La piccola tonda si mosse sull'acqua e, già alla seconda palata, aveva acquistato velocità. Per l'ultima volta Krisis fissò lo sguardo nel punto in cui era scomparso Nyr, ma vide soltanto la scia spumeggiante della nave che andava allontanandosi sempre più da terra.


Capitolo 2.

SFORBICIANDO veloce sott'acqua, Nyr raggiunse la cima del cavo e lo percorse a forza di braccia sino a emergere sotto l'ombra protettrice della poppa. Il tempo di riempirsi i polmoni d'aria e si immerse nuovamente, nuotando lungo la carena della nave sino a che, trovato il cavo di prora, lo agguantò e risalì fino a riemergere. Sopra di lui vide la testa irsuta di Depas che subito scomparve e, immediatamente dopo, udì l'ordine di Akros: «Tutti i remi a mare!» Dal tagliamare sporgeva il grosso occhiello di bronzo che serviva per tirare la nave in secco e per lui fu un giochetto mettervisi a cavalcioni mentre la nave cominciava a muoversi. Restò così, mentre la brezza gli asciugava il corpo e il sole glielo riscaldava. Udiva la voce di Akros scandire il ritmo di voga e, a tratti, Depas si sporgeva in fuori e ghignava con aria complice. Come furono fuori del porto venne il comando: «Remi alzati!» e la tonda procedette soltanto in virtù dell'abbrivo. Depas si spenzolò dalla murata: «Vuoi salire a bordo, verginello, o preferisci far così il resto del viaggio?»
Nyr si issò a forza di braccia, scavalcò il bordo e balzò sul ponte. I vogatori lo accolsero gridando tre volte il suo nome e lo stallone si agitò e nitrì; il Barbiere improvvisò una danza mentre, da poppa, Krisis guardava stupefatto il giovane e non voleva credere ai propri occhi. A sua volta Akros osservava di sottecchi Krisis, in attesa della sua reazione.
«Il tuo schiavo ha preso in giro le donne di Kàllista e tu hai preso in giro me!» sbottò alla fine il mercante, ma appariva sollevato.
«Remi a mare! Vogare lungo! Voga, oooh!!» comandò Akros e la piccola tonda si mosse sull'acqua, acquistando velocità. Akros andò a ritirare la cima di poppa e altrettanto fece Depas con quella di prora. Adesso il ritmo ai vogatori lo dava Trippa.
«Se non avessi visto con i miei occhi non ci avrei creduto», disse poi Krisis ad Akros. «Spiegami come ha fatto.»
«È semplice», rispose Akros. «Ha nuotato sott'acqua sino al canapo di poppa. Può percorrere sott'acqua distanze anche maggiori.»
«Ed è inoltre capace di fenomenali acrobazie, a quanto ho visto», osservò Krisis. «Qual è il suo nome? Quanto lo hai pagato?»
«Il suo nome è Nyr e non è uno schiavo, quindi non posso vendertelo.»
Krisis impiegò qualche momento a digerire la risposta, però era evidente che non credeva del tutto al capitano. «Ha strani occhi per uno nato a Thera», osservò.
«La sua famiglia vive da sempre all'Isola Rotonda», rispose Akros. «Suo padre è un pastore, un uomo semplice ma ricco. Molta della lana che ho portato a Melo apparteneva alle sue pecore.»
«Se suo padre è un pastore perché questo Nyr non lavora con lui?»
«Perché gli piacciono le navi e il mare. Aiuta suo padre quando la navigazione è chiusa.»
«Da quanto tempo è con te?»
«Da due anni e si è sempre comportato bene.»
«Vorrei parlargli.»
«Potrai farlo dopo che avremo issato la vela e mangiato.» Krisis si contentò. Sapeva che poco dopo, quando la nave fosse stata sufficientemente lontana dall'isola, il vento li avrebbe colpiti di poppa con maggior forza e loro avrebbero potuto issar la vela e mangiare. Non ci volle molto. Al primo rinforzare del vento, Nyr, Depas e il Barbiere, che apparentemente oziavano a prora, balzarono in piedi prima ancora che Akros potesse gridare l'ordine: «Issa la vela!»
Di forma trapezoidale, il lato inferiore più lungo, la vela era fatta di robusta canapa ed era inferita in un'antenna dal lato superiore. Mentre Depas la issava, Nyr e il Barbiere si tenevano pronti ai lati inferiori, dov'erano cuciti occhielli orlati di cuoio. Quando Akros gridò: «Agli ultimi ganci!» loro stavano già lottando contro la forza del vento per assicurare gli occhielli ai ganci. «Remi a bordo!» gridò Akros quando la manovra fu compiuta. Quattordici remi, sette per parte, rientrarono a bordo e i rematori li disposero per lungo sui banchi di voga. Dal canto suo Trippa timonava opportunamente, cercando di Prendere in poppa il maggior vento possibile e, quando ritenne
che la nave avesse raggiunto l'assetto ottimale, gridò: «Via così!»
Adesso la tonda, la vela gonfia di vento, procedeva silenziosa. fendendo il mare increspato. Per qualche minuto Akros restò immobile come in raccoglimento e infine scese ad aprire l'ampio ripostiglio di poppa, frugò in una cassetta e risalì sul
cassero tenendo in mano una piccola riproduzione in argilla della nave. In silenzio, ascoltarono le sue parole.
«O Efestos, tu che fra gli dèi sei come Minosse tra gli uomini, accetta questo dono e contèntati di esso. Dacci un viaggio sereno e rapido e al nostro arrivo ti faremo sacrifici!»
Dopo aver parlato con gli occhi rivolti al cielo, Akros lanciò in mare la sua offerta e non attese neppure che fosse scomparsa tra i flutti per ritornare l'uomo pratico che era. L'orcio con la capra bollita fu portato a centro nave con metà delle focacce e le olive. Un mestolo di legno passò di mano in mano e ogni vogatore ebbe il suo brodo e un pezzo di capra bollita. Mangiarono e bevvero anche gli schiavi di Krisis e il suo scriba, quindi
lo stesso Krisis e Akros. Infine il capitano andò al timone e Trippa potè sorbire il suo brodo caldo e mangiare la sua porzione di capra. Quando tornò al timone, Akros invitò l'equipaggio a riposare sino a quando non fosse calato il vento.
«Questa notte dovrete vogar veloci perché mi sono impegnato a portare il mercante Krisis all'isola del Re prima dell'inizio della grande festa per la chiusura della navigazione. Dal momento che ho ottenuto un buon prezzo ci sarà un premio anche per voi, ma dovrete guadagnarvelo.»
I vogatori già sapevano del contratto ma quelle di Akros erano parole ufficiali e vi furono commenti soddisfatti. Krisis volle però stuzzicare Akros: «Se avessi taciuto, non avresti dovuto spartire con loro un bel nulla, non credi?»
«Sarebbe stato poco conveniente», replicò asciutto il capitano. «Questa notte si sfiancheranno ai remi e ci guadagneremo tutti.»
«Allora voglio imitarti», decise impulsivamente Krisis e, messosi bene in vista sul cassero, arringò l'equipaggio: «Ascoltatemi, vogatori! Avrete un premio dal capitano Akros se la nave giungerà in tempo nel Golfo Grande ma ne avrete uno anche da me: un orcio di vino con il miele se giungerete un'ora prima della grande festa; due orci se giungerete due ore prima; quattro orci di vino se attraccheremo alle prime luci dell'alba!»
Ridendo, i vogatori lo acclamarono tre volte e il patto fu sancito. Krisis scese a fare una carezza al cavallo che teneva il muso stellato dentro il sacco dell'avena. Akros, che durante la notte avrebbe dovuto sostituire Trippa al timone, si sdraiò a dormire. Dopo essersi intrattenuto brevemente con lo scriba,
Krisis guadagnò il ponte di prora dove si trovavano Nyr, Depas
e il Barbiere.
«C'è qualche altra cosa che sei in grado di fare oltre quelle che ho già visto?» chiese a Nyr. Il ragazzo tacque, in apparenza impacciato, e per lui parlò il Barbiere: «Può raggiungere in qualsiasi punto il fondo del mare e portarne via un pesce oppure un tesoro. Può saltare più in alto di una gazzella. Può abbattere un gigante nel combattimento con il guanto. Può...»
«Volare più in alto dell'aquila?» lo interruppe Krisis, beffardo.
«Ecco, nobile, ricco e potente signore, questa è forse l'unica cosa che non può fare», rispose in tutta serietà il Barbiere.
«E tu? Tu che cosa sai fare oltre a ciò che il tuo aspetto chiaramente suggerisce?» lo stuzzicò Krisis, divertito.
«Posso acconciarti i capelli assai meglio del tuo parrucchiere», rispose il Barbiere senza offendersi. «I riccioli che ti cadono sulle orecchie, così bruciacchiati dal ferro, sono indegni della tua persona.»
«Un parrucchiere di Melo», rise Krisis. «Non gli farei acconciare neppure la coda del mio cavallo, ma avevo fretta di partire.»
«In questo caso ti perdono», concesse magnanimo il Barbiere.
«Anche tu sai far qualcosa di speciale come i tuoi amici?» chiese Krisis a Depas e quello prontamente rispose: «Nessuno può eguagliarmi nel bere vino o birra. Se il mare fosse vino lo prosciugherei, se i fiumi fossero birra ne vedresti il letto asciutto!»
«Mi chiedo quante ore ti ci vorrebbero, poi, per pisciare tutta quella roba», ghignò Krisis. Non attese la risposta di Depas e se ne tornò a poppa, messo di buon umore ora che la nave andava con vento teso. Accosciato sul cassero, restò a godersi il sole autunnale e la brezza marina: intanto pensava che al suo rientro
a Creta avrebbe potuto riabbracciare la moglie e i figli che
non vedeva da quattro mesi e rivedere la bellissima Zina che
avrebbe impersonato la Dea dei Serpenti nel corso della festa...
A prora anche Nyr pensava eccitato alla sua buona fortuna, finalmente avrebbe potuto assistere a una grande festa nell'Isola del Re, con i giochi, i sacrifici, la sfilata delle sacerdotesse e delle dame che impersonavano le dee. Forse avrebbe anche potuto Partecipare a qualche gioco... L'aspra voce di Depas interruppe bruscamente i suoi pensieri. «Credi che ce la faremo ad arrivare nel Golfo Grande per le prime luci dell'alba?»
«Dipende da quando calerà il vento oggi, se presto oppure tardi», rispose. «Stai pensando a quell'orcio di vino col miele?»
«Cosa vuoi che sia un orcio solo?» sbottò Depas che era a secco dal giorno prima. «Io sto pensando ai quattro orci di vino!»
«Se mi lasceranno partecipare a qualche gara chiederò in premio vino o birra per te», rispose Nyr.
«Se qualche notabile mi chiederà di acconciargli la capigliatura anch'io chiederò in cambio del vino per te», intervenne il Barbiere.
«È consolante sapere che ho degli amici generosi con le cose che non hanno!» berciò Depas, disgustato.
A poppa, il mercante Krisis pensava ai figli e alla bella moglie Dinna ma, con maggiore intensità, pensava a Zina e la desiderava. Nella borsa aveva in dono un monile per Dinna e una collana per Zina e già pregustava l'incontro con la bella cortigiana al Palazzo del Reggitore Kielos, il momento in cui avrebbero fissato un incontro nella casa di lei e quello in cui vi sarebbe penetrato a tarda notte, accolto da un'ancella che lo avrebbe condotto alle stanze della padrona...
Un grido che veniva da prora lo distolse bruscamente da quei sogni. «Capitano Akros! Una barca in mare! Verso oriente!»
A lanciare il grido era stato Nyr che adesso s'arrampicava svelto sull'alta pernecchia a scrutare il mare sulla sinistra della nave. Akros era balzato in piedi e correva sull'orlo di un banco di voga. Krisis lo vide issarsi agilmente sul ponte di prora e guardare nella direzione che Nyr gli indicava con la mano. Guardò anche lui, senza tuttavia riuscire a distinguere nulla che si differenziasse in quell'universo azzurro. Del resto neppure Akros riusciva a individuare qualcosa nonostante i suoi occhi fossero ben più esercitati di quelli di Krisis e lo disse a Nyr, che replicò con sicurezza: «Continua a guardare e la vedrai. È una barca piccola, tre dita prima della linea dell'orizzonte».
Finalmente Akros vide qualcosa e ne fu scontento. «Come fai a dire che si tratta di una barca?» chiese a Nyr. «Potrebbe essere un relitto...»
«Un relitto non sarei riuscito a vederlo perché sarebbe semisommerso», replicò Nyr, certo del fatto suo e dei suoi occhi. «Ti dico che è una barca, Akros.»
«Tu dici che è una barca? E va bene, cambiamo rotta, ma se ti sei sbagliato ti farò passar la notte ai remi!» minacciò Akros. «Vogatori, fuori i remi! Depas, giù la vela!»
Depas e il Barbiere ammainarono con rapidità il pennone, mentre dai banchi di voga veniva il trepestio degli uomini bruscamente riscossi dal riposo. «Trippa! A oriente! Vogatori di destra, una vogata corta!»
Krisis, preoccupato per quell'imprevisto, si gettò fra i banchi dei vogatori e corse verso prora. Quando salì sul ponte, Akros gli spiegò che avevano avvistato una barca, probabilmente alla deriva, e dirigevano verso quel punto.
«A che prò?» chiese Krisis. «Perderemo tempo.»
«Può esserci un naufrago a bordo», lo zittì Akros. «Vogatori, tutti insieme lungo! Voga, oooh!» La tonda si mosse verso oriente, ostacolata dal vento che adesso la investiva di fianco. Rapidamente, a mano a mano che la nave gli si avvicinava, il piccolo punto avvistato da Nyr ingrandiva, assumendo contorni sempre più precisi: era una barca.
«Per questa volta non remerai», borbottò Akros, rivolto a Nyr.
«Invidio la tua vista, ragazzo», disse Krisis, ammirato nonostante il disappunto.
«Ha una strana forma, non è una barca da pesca e non credo appartenga a una nave delle Isole...» notò Akros.
«È lunga circa dieci braccia», intervenne Nyr. «Sembra una di quelle che si portano dietro le navi dei pirati...»
«Pare anche a me», borbottò Akros e Krisis, all'improvviso preoccupato, si guardò intorno come temendo di scorgere da un fomento all'altro la lunga sagoma nera di una nave pirata, ma l'orizzonte era sgombro. Nel frattempo si erano avvicinati alla barca e già Akros andava mentalmente valutandone il valore e la convenienza di un eventuale rimorchio. La sua rozza fattura e colore nero facevano davvero pensare a una di quelle scialuppe che navi barbare si rimorchiavano dietro e non valevano nulla. Tuttavia non era più tempo di congetture: ormai la tonda stava avviandosi a tagliare la rotta al piccolo natante e attendevano il momento in cui sarebbe stato possibile vedere
al suo interno.
«Scia i remi! Accosta, Trippa!» urlò da prora Akros dopo aver misurato la distanza e, come rematori e timoniere ebbero ubbidito all'ordine, l'acqua azzurra ribollì di spuma intorno ai fianchi della nave che andava disponendosi parallelamente alla scialuppa.
«A bordo i remi!» ordinò Akros e poco dopo la prua dell'imbarcazione strisciò contro la fiancata della tonda. Allora soffocate esclamazioni di orrore vennero dagli uomini della nave: sul fondo della barca due cadaveri guardavano al cielo con occhi vitrei.
Scese per primo Nyr che assicurò la barca alla nave con una sagola. Lo seguirono Akros e Depas e la prima attenzione fu rivolta ai cadaveri: due uomini robusti e giovani, barbuti entrambi. Uno era completamente nudo, l'altro portava sopra il perizoma una larga cintura di cuoio borchiata in rame. Entrambi presentavano ferite sul petto, sulle braccia e sui fianchi.
«Devono essere morti da un paio di giorni, non di più», borbottò Akros. «Li hanno massacrati e abbandonati alla deriva. Non vedo i remi...»
«C'era una vela, però», gli fece osservare Nyr, mostrandogli un troncone d'albero spezzato appena al di sopra della scassa.
«È strano, una vela su una barca così piccola...» borbottò Akros.
«Qui c'è un pugnale», disse Nyr, che aveva scorto l'arma seminascosta sotto uno dei cadaveri. «E di bronzo e la lama è incrostata di sangue.»
Akros esaminò il pugnale, affilato come un rasoio. In origine doveva essere stato ammanicato in legno, ma adesso l'impugnatura era rivestita da uno spago di canapa strettamente avvolto sul metallo. «Manifattura barbara», decretò. «Questi due debbono averne fatta di strada, prima di morire.»
Nel frattempo Nyr si guardava attentamente intorno. I due cadaveri giacevano uno di fronte all'altro, separati dall'unica panca di voga posta al centro della barca; il ragazzo ebbe l'aSsurda impressione che si fronteggiassero anche da morti. Scavalcata la panca, andò a rimuovere il corpo dell'uomo con la cintura e vide un altro pugnale, sotto due dita d'acqua putrida. «Akros, io penso che questi due si siano ammazzati a vicenda!»
«È un mistero», ammise il capitano. «Certo non li hanno ammazzati prima perché qui vedo acqua e cibo ancora per qualche giorno e non si lasciano viveri ai cadaveri. D'altronde, perché avrebbero dovuto cercare di uccidersi l'un l'altro se avevano ancora da bere e da mangiare, se non dovevano cioè disputarsi il cibo?»
Infatti un orcio era ancora pieno a metà di acqua e, dentro una cesta, il capitano aveva trovato una spalla di montone arrostito e un gran pezzo di lardo che andava irrancidendo ma sarebbe stato comunque commestibile, specie per due naufraghi.
«E qui voglio essere affogato in un barile d'acqua se non ci trovo vino!» esclamò Depas, levando trionfalmente in alto un'anfora ancora sigillata. Nyr sciacquò il pugnale in acqua di mare e lo porse ad Akros che non ebbe dubbi: «Questo è un pugnale cretese, di ottima fattura. Ne trasportai io stesso a Deio una partita, molti anni or sono. Tienlo, se ti piace. Ha il manico in avorio e ad Akrotiri ti farai confezionare un fodero».
«Ehi, Akros!» chiamò Krisis dalla nave. «Che hai intenzione di fare? Qui stiamo perdendo tempo!»
«Non ne perderemo ancora molto», gli replicò asciutto il capitano.
«Posso tenermi l'anfora?» chiese Depas. «Nyr ha avuto il pugnale.»
«Tienila pure, probabilmente contiene olio», grugnì Akros che andava esaminando con gli occhi l'imbarcazione, chiedendosi se valesse la pena di rimorchiarla. Nyr, intanto, stava osservando incuriosito la pelle di pecora che chiudeva l'ingresso del carabottino di prora. Il vello era rivolto all'interno e la pelle era stata unta con grasso, evidentemente per impermeabilizzarla in caso di pioggia o di un'ondata. Forse dentro c'era un giaciglio per la notte, ma quando provò a scostare i lembi della pelle Per esaminar l'interno si accorse che erano inchiodati e se ne chiese la ragione.
«Fatti gettare una tenaglia dal Barbiere e spicciamoci», lo esortò Akros che lo stava osservando. Aveva concluso che il battello non valeva la Pena di un rimorchio, che li avrebbe resi più lenti ed era deciso ad affondarlo. In quanto ai due corpi, non aveva miele per conservarli e, alla fin dei conti, non erano che due barbari, forse due pirati che si erano mortalmente affrontati per chissà qual oscuro motivo. Akros stava già pensando ai pesi con cui zavorrare i due corpi e non gli veniva in mente altro che due pani di piombo. Sarebbe stata una spesa non indifferente a carico della nave ma, d'altra parte, non se la sentiva di gettarli semplicemente in acqua. Sul mare erano morti e al mare li avrebbe restituiti, ma nelle sue profondità. Sarebbe poi toccato a Efestos di custodirli nella sua fucina in fondo al mare oppure farli divorare dai pesci. Lui non se la sentiva di assumersi responsabilità che spettavano agli dèi.
Nel frattempo Nyr, tolti i chiodi di rame, s'era insinuato dentro il carabottino. La sua esclamazione di stupore giunse, soffocata, dall'interno e Akros, scavalcato il banco di voga, dovette scostare il cadavere per inginocchiarsi a guardare ciò che il ragazzo aveva scoperto.
«Guarda, capitano Akros! C'è un tesoro, qua dentro!» esclamò Nyr, eccitatissimo. «Ecco perché si sono ammazzati tra di loro!»
Freneticamente lui e Akros cominciarono a tirar fuori lingotti d'oro e d'argento e Akros gridò a Depas, che stava tentando di dissigillare l'anfora senza romperne il collo: «Apri il ripostiglio sotto prora e guarda che cosa c'è dentro, idiota!»
Da bordo della nave, richiamati dalle esclamazioni, si affacciavano i vogatori e tutti volevano vedere quel tesoro straordinario.
«Ecco perché si sono ammazzati l'un l'altro! Questa è la ragione!» ripeteva Nyr, continuando a tirar fuori lingotti. Akros urlava a Depas di schiodare anche a poppa le pelli, ma Depas sembrava inebetito alla vista dei lingotti e non riusciva a muoversi e neppure a spiccicare parola.
«Vai tu, Nyr!» ordinò spazientito il capitano e Nyr, prese le tenaglie, scostò Depas che se ne stava come un allocco con la sua anfora in mano, e andò a poppa. Schiodate le pelli, vide che, sotto il banco, erano allogate lastre di rame a forma di pelli di bue, del peso pari al valore di un talento. Ne tirò fuori quattro a gran fatica prima di risolversi a chiedere aiuto.
«Akros! Ci sono almeno dieci lastre di rame da un talento!»
Passato il momento di straordinaria eccitazione, Akros aveva ritrovato la calma e considerò la situazione. Avrebbe avuto tutto il tempo di valutare quella straordinaria fortuna una volta che avessero ripreso la navigazione verso Creta. Adesso occorreva imbarcare sulla nave l'oro, l'argento e il rame ma quei due cadaveri erano diventati ingombranti e, per prima cosa, avrebbe dovuto sbarazzarsene. Ordinò al Barbiere di
calargli due pani di piombo e della corda robusta. I corpi furono zavorrati con un pane di piombo ciascuno. Lo stesso Akros, con l'aiuto di Depas che finalmente si era risolto a mettere da parte la sua preziosa anfora, li calò in mare uno alla volta, mormorando: «Che le tue spoglie siano bene accolte da Efestos e dalle dee del mare...»
Poi si tornò immediatamente alle cose terrene. Nove lastre di rame furono imbragate e tirate a bordo della nave, mentre la decima s'era incastrata dentro il carabottino e non riuscivano a tirarla fuori. Akros chiese una scure e demolì a gran colpi
la pontatura di poppa. Dietro la lastra di rame trovarono un sacco di pelle e, apertolo, videro che conteneva collane e monili di ogni genere, tutti squisitamente lavorati in oro, argento, avorio, rame, perle di ossidiana e pietre dure.
«Questo è frutto di qualche razzia», borbottò Akros, richiudendo il sacco e imbragandolo perché fosse issato a  bordo della tonda.
«Se è bottino di pirati e quegli uomini sono morti da poco tempo... non c'è pericolo che la loro nave si trovi nei pressi?» chiese Nyr.
«Zitto! Non farti sentire!» sibilò il capitano. «Non spaventiamo i vogatori e diamoci da fare. Questo è per noi un viaggio fortunato ma voglio che si concluda bene anche per Krisis, quindi sbrighiamoci.»
Poco dopo, sul ponte di prora della nave, erano ammucchiati i lingotti, oro da una parte e il più prezioso argento dall'altra. Sulla barca Nyr non perse tempo a cercare i lesi e, dato di piglio alla scure, sfondò l'imbarcazione. Quando il mare cominciò a entrare con forza dalla falla, lui spiccò un gran balzo, si aggrappò al bordo della murata e, scavalcatolo agilmente, fu sul ponte nel momento stesso in cui il Barbiere tagliava la sagola che univa la nave alla barca.
«Remi a mare e pronti a issar la vela!» gridò Akros. Prontamente i vogatori ubbidirono e la tonda, scostandosi dalla barca che affondava, mise la prora verso il sud e l'isola del Re.


Capitolo 3.

NAVIGAVANO veloci con il vento in poppa e il capitano Akros andava dividendo il bottino. Due lingotti per la nave, uno per l'equipaggio... due lingotti per la nave, uno per l'equipaggio...
Barre d'oro e d'argento si accumulavano in due pile ordinate sul ponte di prora. A turno i vogatori, liberi dalla schiavitù del remo, s'affacciavano al ponte colmandosi gli occhi di quel bottino insperato che, all'improvviso, li faceva ricchi. Sul ponte di prora, con Akros, stavano Krisis, Nyr, Depas e il Barbiere che maneggiavano i lingotti secondo le disposizioni del capitano e infine lo scriba che, con uno stilo, li enumerava su una tavoletta incerata. Akros si trovava di colpo ricco perché, oltre alla parte della nave, avrebbe partecipato, secondo gli usi, anche alla divisione di quella spettante all'equipaggio. Quando anche le grandi lastre di rame furono attribuite, venne la volta dei gioielli e qui si rivelò preziosa l'esperienza di Krisis in materia.
«Questi non sono facili da dividere con l'equipaggio», disse
il mercante ad Akros. «Quando ritornerai a Thera ti consiglio di ricavarne rame o piombo.»
«Penso anch'io che sia la cosa migliore», approvò Akros. «Però dei gioielli intendo far tre parti uguali. Una a Nyr che ha avvistato quella barca, una alla nave e una all'equipaggio.»
«Mi pare una soluzione giusta», convenne Krisis. «In quanto a me, posso io stesso acquistare qualche monile se mi darai facoltà di scelta.»
«Potrai scegliere», concesse Akros, «e ti sarà donato. Ora però dividi i gioielli in tre parti di egual valore.»
«Ci tieni proprio a che siano di valore eguale?» borbottò Krisis che, nei panni di Akros, avrebbe scelto per sé i gioielli più preziosi.
«Sì, ci tengo», rispose asciutto Akros. «Da ognuno dei mucchi sceglierai poi il gioiello più importante perché, insieme con i sacrifici, sia offerto alla Dea Madre in segno della nostra riconoscenza.»
«Farò come vuoi», si arrese Krisis ed ebbe inizio la stima dei preziosi. Vi erano anelli di tutte le fogge che incastonavano ogni sorta di pietre dure. Braccialetti d'oro, d'argento, di rame, d'ossidiana. Ninnoli, orecchini, borchie e bracciali, spilloni da capelli, pendenti, sigilli, spille, targhette
smaltate raffiguranti scene di mare o pastorali. Collane di perle di ossidiana attraversate da un filo d'argento, forcine d'oro, piccole borse in filigrana d'oro, amuleti in pietra dura, scatolette d'oro e flaconi per unguenti e profumi e oggetti da toeletta in avorio scolpito.
Krisis, prima di tutto, ammirava. Poi stimava, sceglieva, destinava i preziosi a uno dei tre mucchi sul ponte. Infine, quando tutto fu attribuito secondo una giusta stima, scelse per sé uno specchio di rame con una splendida cornice in avorio scolpito. Per la Dea Madre furono messe da parte tre collane fra le più belle. Allora Akros si sporse per parlare ai vogatori che chiacchieravano animatamente sui loro banchi.
«Vedo che l'eccitazione per la fortuna incontrata in mare non vi permette il riposo. Fate male perché dobbiamo onorare
il contratto con Krisis e stanotte qualcuno di voi perderà sangue dalle mani, ammesso che dai vostri calli possa sprizzar sangue.» Vi fu una risata che Akros lasciò spegnere prima di proseguire. «Stendetevi sui banchi perché, appena il vento cesserà, avrà inizio la vostra fatica. Siete bravi vogatori, ma questa notte dovrete superare voi stessi. Ora ascoltate: ho deciso di dividere i gioielli in tre parti anziché in due e di darne una a Nyr. Non è consuetudine ma, se non fosse stato per Nyr, non avremmo niente da dividere. Siete d'accordo tutti?»
I vogatori acclamarono per tre volte Nyr e allora Akros, levato alto il braccio, pregò gli dèi del mare che il vento calasse il più tardi possibile. Terminata l'invocazione, il capitano andò a poppa a parlare con Trippa: «Bada bene a non perdere un filo di vento. Hai smaltito la sbornia?»
«Puoi star tranquillo, Akros», rispose Trippa che non appariva affatto mortificato. «Ho soltanto bisogno di pisciare un po' più del solito e, siccome non posso farlo sottovento, ti prego di mandare a poppa Nyr che mi sostituisca nei momenti in cui mi assenterò.»
«Farai diventare giallo il mare», grugnì Akros ma diede una Voce a Nyr affinché venisse a poppa. Nyr ne fu contento perché era sua ambizione imparare i segreti del timoniere. Akros fece sistemare entro il carabottino di poppa la parte di tesoro della nave e dentro il gavone di prora quella di Nyr e dell'equipaggio, dopodiché si stese a sua volta a riposare.
Appoggiato al remo-timone, Trippa parlottava a bassa voce con Nyr. «Ti debbo ringraziare, me la sarei vista brutta senza il tuo intervento. Ti farò un regalo, appena possibile...»
«Il regalo me lo fai già insegnandomi a stare al timone», replicò Nyr. «Sappiamo tutti che sei tra i più bravi, non potrei avere maestro migliore di te.»
«Ah, questo puoi ben dirlo, ragazzo! Per fare il timoniere occorrono esperienza, sensibilità, istinto. Non è una cosa facile, ma sarò ben lieto di insegnartelo se mostrerai predisposizione e buona volontà.»
«Oh, puoi contarci, Trippa! Sarò felice d'essere tuo allievo e saprò essertene grato!» esclamò Nyr, dando alle sue parole un tono enfatico che, lo sapeva, non sarebbe dispiaciuto a Trippa.
«Bene, bene», disse quello. «Prendi il timone, allora, e sta' bene attento a non deviare dalla rotta intanto che piscio fuoribordo...»
«Ancora?» non potè trattenersi dall'osservare Nyr. «Vuoi proprio far diventare giallo il mare?»
«Il mare sopporta questo e altro, ragazzo mio», disse Trippa. «Non sarò io, povero timoniere, a fargli cambiare colore. Ora prendi il remo-timone e bada a ciò che fai.»
«Badaci anche tu, Trippa. L'ultima volta hai innaffiato tutti i vogatori sulla dritta», ridacchiò Nyr.
«Il Dio dei Venti volle così, non io», replicò dignitosamente Trippa nel cedergli il timone. Il ragazzo diresse allora la nave per qualche minuto e ne provava ebbrezza e un senso di potere: era come misurare le proprie forze con quelle del vento e del mare, e quando tornò Trippa gli parve troppo presto.
«Vuoi continuare ancora un poco?» ghignò il timoniere, accosciandosi accanto a lui. «Fa' pure, ma ti avverto che così non va. Non devi far forza sul timone ma soltanto limitarti a non farlo uscire dal letto del vento, non è una prova di muscoli. Devi sentire il vento con le natiche e, con le piante dei piedi, la direzione della nave. Se lasci che il vento faccia il suo lavoro, lui farà anche il tuo. Ricordati che con il corpo devi sentir due cose: il vento e la direzione della nave. Se la nave devia appena, le piante dei tuoi piedi devono essere in grado di avvertirti. In quanto al vento, quando tu lo senti dritto nel buco del culo allora vuol dire che la prora della nave deve essere dritta al tuo naso e così via, con il favore degli dèi. Mi capisci?»
Nyr annuiva continuando a tenere il timone, ascoltava i
consigli e gioiva di governare la tonda. Sornione, Trippa lo osservava, grattandosi tra una piega e l'altra dell'enorme ventre nudo.
«Ti sembra di andar dritto, Nyr?»
«Certamente. Perché, non vado forse dritto?»
«Voltati a guardare.»
Nyr si voltò e vide che la scia della nave non era affatto dritta ma descriveva tutta una serie di bianche ellissi di spuma che restavano ben visibili anche a distanza.
«Un serpente si spezzerebbe la spina dorsale a seguirci», fu
il commento di Trippa. «Aspetta, prendo io il timone e tu sta' a guardare...»
Un po' mortificato, Nyr gli cedette il timone e, come per incanto, la scia della nave si rifece dritta e ciò senza che il timoniere avesse effettuato una qualche manovra diversa dalla sua.
«Il remo-timone lo devi sentire sotto l'ascella», spiegò Trippa, «e la posizione del tuo corpo deve essere quella adatta, altrimenti perdi tempo e, se ci sono i vogatori ai remi, al termine del viaggio li avrai fatti faticare il doppio.»
«Tu, la posizione del sole non la guardi?» chiese Nyr.
«Certo che la guardo, ma non continuamente», rispose Trippa. «Dov'è il sole lo so perché lo sento sulla guancia e sulla spalla, sul fianco e sull'anca, e non ho quindi sempre bisogno di guardarlo perché ne sento il calore e questo mi dice l'ora e dove sta il sole. Quando poi è notte...»
«Trippa! Basta così!» grugnì dal basso la voce di Akros. «Tu e Nyr mi state impedendo di dormire! Manda a prora Nyr e chiamalo soltanto quando ne avrai bisogno per svuotarti!»
«Portami un mestolo d'acqua, prima», borbottò Trippa al ragazzo e Nyr scese a prendergli l'acqua, lo fece bere e se ne andò a prora dove era il suo posto di vedetta.
Più tardi il sole si immerse nelle acque e a occidente l'orizzonte divenne una lunga linea rossa, mentre la tonda navigava in un mare che andava facendosi sempre più scuro. Akros sapeva che col buio sarebbe calato il vento e che era giunta l'ora di riempire lo stomaco dei vogatori prima che fossero costretti a dar di piglio ai remi. Così i cibi furono disposti sul camminamento tra i banchi di voga e vennero distribuite le razioni. Focacce e pesce secco, brodo di capra e olive furono in breve consumati insieme con un orcio d'acqua.
Scese la notte e nel cielo s'accese la prima stella, ma, fatto fuori dell'ordinario, il vento restava forte e teso. Per i vogatori era un segno della benevolenza divina, ma Akros e Trippa, anziché rallegrarsi, ne furono preoccupati. Quel persistere del vento anche adesso che navigavano nel buio, guidati dalle stelle anziché dal sole, poteva essere il segno di una stagione che volgeva bruscamente al termine ed era possibile che, da un momento all'altro, incappassero in un fortunale. Comunque tennero per sé questa preoccupazione e, dopo un paio d'ore, il vento prese a calare finché non cessò del tutto. La vela si afflosciò e, sul ponte di prora, Nyr, Depas e il Barbiere, dopo aver rapidamente ammainato l'antenna, vi ripiegarono contro la vela e la legarono. L'albero fu scassato, antenna e vela vi furono legate parallele e l'insieme venne sistemato lungo l'asse longitudinale della nave. A questo punto i vogatori erano già disposti sui banchi e, al comando di Akros, che aveva rilevato Trippa al timone, misero fuori i remi. Quando venne l'ordine: «Remi a mare e voga lungo tutti insieme!» agirono simultaneamente e la tonda, che si era fermata sulle acque fattesi calme come l'olio, si mosse, prese slancio e ripartì, spinta da quattordici remi.
«Via così! Voga, oooh! voga, oooh! voga, oooh!» scandiva nel buio la voce di Akros e i vogatori ingobbivano orgogliosamente sui remi; ben presto i loro torsi muscolosi si fecero lucidi per il sudore mentre la nave prendeva velocità.
Depas e il Barbiere disposero due grandi orci d'acqua nel corridoio tra i banchi di voga e vi immersero due mestoli di legno. Nel corso della notte il loro compito sarebbe stato quello di dissetare i vogatori oppure di sostituire quelli che avessero necessità corporali. Poteva anche darsi che un rematore si sentisse male e allora lo sostituivano per tutto il tempo della voga. Quando capitava a Depas di remare, il suo sudore sapeva di vino al miele, di birra o di vino resinato a seconda del porto che avevano toccato in precedenza.
A prora, Nyr stava di vedetta: il suo compito era soltanto in apparenza il meno faticoso. Il ragazzo infatti esercitava i muscoli degli occhi. La sua vista, acutissima anche al buio, gli permetteva di avvistare per tempo, oltre le terre, eventuali relitti o tronchi d'albero vaganti sulle acque. Se la tonda avesse impattato contro uno di questi tronchi, l'effetto sarebbe stato disastroso. I vogatori lo sapevano, e nessuno di loro aveva mai contestato la decisione di Akros di assegnare Nyr a prora, anzi ne erano
contenti perché in quel modo si sentivano più sicuri, loro che movevano la nave senza poter vedere dove andava.
A metà della notte la voce di Akros s'era fatta roca ma lui, sia pure a intervalli, continuava a dare il tempo ai rematori mentre, poco distante, Trippa russava sonoramente.
Dentro il recinto lo stallone stava quieto, i due schiavi sonnecchiavano, lo scriba dormiva della grossa.
Krisis aveva raggiunto a prora Nyr e, con l'aria di discorrere,
lo stava interrogando.
«Perché preferisco navigare? Non saprei dirti una ragione precisa, Krisis. Sin da bambino, non appena potevo, scappavo dalla mia casa sui monti e scendevo al porto di Akrotiri a guardare le navi: ci stavo ore intere. Mia madre Akena si inquietava molto, ma mio padre Korys non mi puniva per questo, anzi diceva che forse tutti noi dell'Isola Rotonda eravamo venuti dal mare, molto tempo prima, e che io sentivo più degli altri il bisogno di ritornarci...»
«Infine ti lasciò partire con Akros?»
«Sì, perché diceva di preferire un buon marinaio a un cattivo pastore», sorrise Nyr e i suoi denti bianchissimi brillarono nel buio. «Mia madre però non era contenta perché temeva per me. Ancora oggi, quando parto, sacrifica un agnello e un altro
lo immola quando torno.»
«Non hai fratelli?» indagò Krisis.
«Ho un fratello di diciotto anni che si chiama Timos ed è un bravissimo pastore. Poi una sorellina di dieci, il suo nome è Ilia. Con noi vive anche mia cugina Uga, che è rimasta orfana e ha dodici anni. Uga e Ilia sono felici quando torno, anche perché io porto sempre loro piccoli regali...»
«Questa volta tornerai addirittura ricco», insinuò Krisis.
«Io ero già ricco», rispose Nyr con semplicità. «Mio padre e la mia famiglia vivono sui monti in case di pietra con il tetto di rami e frasche ma, se mio padre volesse, potrebbe fabbricarsi una casa ad Akrotiri e vivere in città. Timos, invece, sono certo che non vorrebbe, lui preferisce stare dov'è, proprio come io preferisco stare in mare. Credi che potrò far costruire una casa di pietra e di mattoni con la mia parte di bottino?»
"Credo di sì" sorrise Krisis. Mi Piacerebbe vivere in una casa dalla quale si vede il porto e si scorgono le navi che entrano ed escono...»
"Sono certo che potrai farlo, dal momento che Akros ti ha
destinato la terza parte dei gioielli. Dimmi, dove hai imparato quelle acrobazie che ti ho visto fare a Melo?»
«Oh, posso fare di meglio», rispose Nyr e nel suo tono non v'era traccia di vanteria. «Nel corso delle feste stavo per ore a osservare gli acrobati e i saltimbanchi e poi provavo a imitarli.» «Tutto qui? Tu la fai semplice», sorrise Krisis. «Ho anche visto che nuoti come un pesce. Chi ti ha insegnato? Oppure anche per questo non hai fatto altro che osservare e poi imparare?»
«A insegnarmi è stato Tiri, il pescatore. D'inverno, nelle belle giornate, vado a pesca con lui, con gli ami o con la rete, e mi tuffo a raccogliere i frutti di mare che, più stanno in basso, più sono grossi e succulenti. Tiri non voleva portarmi con sé se prima non avessi imparato a nuotare e così feci. Adesso sott'acqua vado soltanto io perché Tiri è vecchio e non ha più tanta voglia di tuffarsi...»
«In sostanza, tu hai una gran voglia di vedere e di imparare molte cose», commentò Krisis.
«Oh, ne ho ancora molte, di cose da imparare», sospirò Nyr. «Adesso voglio imparare i segreti del timoniere e Trippa ha promesso di insegnarmeli.»
«Certo che a Melo gli hai reso un gran bel servizio», sorrise Krisis. «Da come vi siete intesi con Akros, c'è da credere che lo abbiate fatto altre volte, quel giochetto.»
«Soltanto una volta, a Deio. Ci fu una rissa e il Barbiere accoltellò una guardia del porto: l'aveva fatto per difendere Depas. Io trattenni le guardie finché i miei amici non ripararono a bordo e poi mi tuffai...»
«Però prima o poi tornerete a Melo e allora le donne di Ràllista ti vedranno ben vivo. Come credi che reagiranno?
«Saranno ben contente che io non sia morto», ridacchiò Nyr, «e Trippa farà loro un piccolo regalo...»
«Hai fatto esperienza anche di donne?» lo stuzzicò Krisis.
«Oh, no. Akros non me lo permette. Inoltre non lo considero importante, ho altre cose per la testa», rispose Nyr e il suo tono compreso di gravità fece sorridere Krisis che gli domandò allora che cosa considerasse veramente importante.
«Ti ho già detto che, prima di tutto, vorrei imparare a stare al timone, a cogliere il vento nel buco del culo come sa fare Trippa, e a orientarmi senza il sole o senza le stelle come sa fare Akros: non capisco proprio come ci riesca. Quando lo
avessi imparato vorrei imbarcarmi su una grande nave che faccia rotta anche per l'isola del Rame, per le coste d'Oriente e anche per l'Egitto. Queste sono le cose importanti!»
«E a una nave tua non hai mai pensato?» lo provocò Krisis.
«Ah, certamente sì!» si accalorò Nyr. «Avrò una nave mia e nell'equipaggio ci sarà di sicuro posto per il Barbiere, Trippa e Depas. Naturalmente vorrò prima avere una casa sul porto, vicina a quella del Navarca e, in cambio, lascerò uliveti e greggi a mio fratello Timos che è molto più bravo di me come pastore e... ma io ti sto annoiando, Krisis...»
«Ti assicuro di no! Ti auguro soltanto la metà della protezione che gli dèi hanno accordato a me e riuscirai a realizzare i tuoi desideri. Ora ti lascio alla tua guardia e vado a poppa a riposare perché domani voglio essere in gran forma.»
«Ti auguro un sonno ristoratore e che il nostro viaggio si concluda al meglio anche per te, Krisis.»
Il mercante scese dal banco di prora; camminando lungo il corridoio tra i vogatori, vide Depas intento a somministrare l'acqua e gli chiese che cosa avesse trovato nella sua anfora di terracotta.
«Olio rancido, maledizione!» grugnì Depas, disgustato.
Krisis rise di cuore e guadagnò il ponte di poppa. L'ultimo suo pensiero, prima di addormentarsi, non fu per la moglie Dinna ma per Zina, che gli accendeva il sangue.


Capitolo 4.

A NOTTE fonda il cielo era trapuntato di stelle e Nyr si chiedeva su quali si orientasse Akros per dirigere la nave, ma non osava andare a poppa a chiederglielo. Scese invece nel gavone di prora e, tratto dalla sacca un leggero mantello di lana, se ne coperse il corpo seminudo. Nuovamente sdraiato bocconi a prora, scrutava l'oscurità, ascoltando insieme l'ansito dei vogatori, il gemito del legno messo alla prova, il carezzevole frusciare dell'acqua contro i fianchi della nave. Non sentiva la stanchezza, non gli pesava l'insonnia, era ansioso di cogliere i segni della terra, la luce di un fuoco, un odore diverso da quello che gli impregnava le narici, un odore di mare misto ad afrore umano.
Trascorse molto tempo - anche se non avrebbe saputo dire quanto - e gli venne da lontano un sentore di fumo, mentre, in distanza, si profilava una massa più scura della notte.
Era ancora buio quando, un'ora più tardi, entrarono nel Golfo Grande e lì, in acque riparate, le palate dei vogatori acquistarono efficacia. A mano a mano apparvero, sempre più distinti, i contorni di Moklos e delle isolette e videro anche sagome di barche in pesca. Da prora, Nyr le avvistava e dirigeva Trippa affinché la tonda non le disturbasse. Emozionato, Krisis era venuto ad affacciarsi a prora, anche lui avvolto nel mantello per difendersi dall'aria frizzante di terra. «Quei battelli a pesca forniranno il pesce per la grande festa di oggi», spiegò a Nyr. «Se riuscirai a riposarti a sufficienza farò in modo che tu possa partecipare a qualcuno dei giochi...»
Nyr lo ringraziò e intanto il cielo schiariva sempre più, rivelando una macchia bianca al centro dell'arco che delimitava il golfo: era Gournià, la città di Krisis, il quale si commosse quando Nyr gliela indicò.
«Da molte lune manco dalla mia città», mormorò. «Sono in viaggio sin dall'apertura della navigazione. Sono stato ad Andro e a Tino, a Deio e a Nasso, infine a Melo, e ovunque ho concluso buoni affari e ho guadagnato con il mio stallone da monta. Ora voglio riabbracciare la mia sposa e i miei figli Arianna e Likos e... altre persone per le quali nutro molto affetto...»
Prima ancora che entrassero nel grande porto di Gournià gli venne incontro una barca delle guardie del porto e Krisis, fattosi riconoscere, chiese per la tonda un ancoraggio e la possibilità di rifornirsi.
«Siete arrivati in un brutto momento», commentò la guardia che comandava la barca, «ma vedrò di fare il possibile. Seguitemi.»
Nel porto regnava un'agitazione straordinaria e, quando raggiunsero un attracco commerciale, la guardia spiegò che avrebbero dovuto restarvi non più di un'ora a pena di non potersi più muovere da lì sino all'indomani. «Quindi sbrigatevi, se volete poi trovare un ancoraggio assieme alle altre tonde che faranno ala al passaggio del corteo.»
Krisis promise ad Akros che, entro un'ora, gli avrebbe fatto pervenire, oltre al prezzo pattuito e agli orci di vino per i vogatori, anche le provviste per il viaggio di ritorno. Fu di parola, perché, ancor prima che l'ora fosse trascorsa, il suo scriba era venuto a pagare il prezzo pattuito, gli schiavi avevano portato gli orci di vino e i fornitori di bordo le provviste. La tonda allora si staccò dal molo e, guidata da una barca, prese posto tra una fila di piccole navi su un lato del porto. Finalmente, l'equipaggio si sdraiò a dormire, cullato dal sonoro russare di Trippa. Provati dalla fatica, i vogatori non si svegliarono neppure quando, con il salire del sole, le acque del porto cominciarono a brulicare di piccole imbarcazioni che accostavano le navi, e c'era chi vendeva acqua o vino, focaccette al miele e dolci, frutta fresca e secca. Molti chiedevano di essere ospitati a bordo e giungevano sino a pagare due barrette di rame per persona pur di poter assistere alla sfilata da un punto di osservazione privilegiato. Akros rifiutò tutte le offerte perché non voleva disturbare il sonno dei suoi vogatori ma tutte le altre piccole navi all'ancoraggio fecero ottimi affari, e così i venditori. Dopo qualche tempo si cominciò a bere vino e birra e l'atmosfera era quella di eccitata impazienza che precede gli avvenimenti solenni.
Quando il sole fu a metà strada dallo zenit, le barche delle guardie fecero sgombrare tutte le piccole imbarcazioni e, poco dopo, cento tritoni suonarono tutti insieme per dare il segnale di inizio della grande parata. Sulla tonda di Akros la maggior parte dei vogatori continuò a dormire ma Nyr, Depas, il Barbiere, Trippa e lo stesso capitano si affacciarono alla murata per osservare il corteo navale.
Vennero prima le barche della guardia del porto, adorne di festoni multicolori, poi le snelle navi costiere, le «lunghe» da combattimento" le imponenti multiremi con le cabine addobbate a fregi, seguite da una grande nave da parata con ottanta vogatori a bordo e, schierati in coperta, soldati dalle lunghe lance e gli elmi di cuoio.
«Quella è la nave di Kielos, Reggitore di Gournià», spiegò Akros che, su una tavoletta cerata, andava annotando il numero e il tipo delle navi. Nyr osservò con curiosità la grande nave che passava vicinissima. Nella cabina addobbata con sfarzo, il Reggitore, un uomo corpulento, indossava una corta veste di lino trapuntata d'oro. Sui lunghi capelli, arricciati con cura, portava un copricapo d'oro tempestato di gemme e sormontato da sei penne di pavone. Nella destra stringeva un bastone del comando, fatto di argento lucente. Al suo fianco sedeva una dama dall'aspetto florido, pesantemente imbellettata e ricoperta di gioielli. Nyr fu colpito dall'enorme seno che straripava dal corpetto ricamato.
Seguirono altre navi meno grandi. Erano, spiegò Akros, quelle dei dignitari, tutti indossanti ampie gonne sfarzose, copricapi sfolgoranti di gemme e con l'immancabile pugnale d'argento che pendeva dalla cintola. Nyr non avrebbe notato i particolari degli abiti se, al suo fianco, il Barbiere non glieli avesse descritti con la competenza e l'entusiasmo di un intenditore. A Nyr interessavano le navi e, tra le tante, una lo affascinò in modo particolare.
Era una nave lunga circa cento braccia, interamente in cedro. Aveva ventiquattro vogatori, e la prua e la poppa erano protette da alti parapetti per affrontare le ondate in mare aperto. Era una nave singolare perché fondeva armoniosamente in sé due caratteristiche apparentemente incompatibili. Era infatti munita di albero e vela come le navi commerciali e, come queste, s'allargava a tondeggiare sui fianchi, rivelando una notevole capacità di carico e la stabilità necessaria per l'andatura a vela. Tuttavia poppa e prora s'allungavano insolitamente rastremandosi alte sull'acqua e conferendo all'imbarcazione la linea filante tipica delle «lunghe» a remi. Nyr ne fu talmente affascinato che non fece caso alla sua cabina centrale, aperta a lasciar vedere la dama che vi sedeva, attorniata da altre fanciulle. Dalle navi affiancate a quella di Akros, però, venne più volte acclamato
il nome della donna: Zina.
Dopo le navi dei dignitari vennero quelle degli armatori e, su una di queste, videro Krisis e vi fu uno scambio di saluti. Infi' ne, preceduta e seguita da navi costiere, avanzò una nave nera, barbara senza dubbio, rozzamente costruita e rattoppata alla
meglio. Benché ci fosse spazio per almeno diciotto vogatori, soltanto quattro remi per parte la muovevano e, sul basso ponte di prora, legati a un troncone d'albero, stavano cinque uomini magri e barbuti con indosso laceri perizomi, mentre a poppa c'erano degli arcieri cretesi. Al suo passaggio si levarono urla di derisione.
«Sono barbari, assomigliano ai morti della barca», osservò Nyr, turbato. «Chissà dove li avranno fatti prigionieri.»
«Che importa dove?» esclamò con disprezzo Depas. «Il fatto è che li hanno presi, quei pirati. Tutti con la barba, che non li distingui uno dall'altro, tutti ladri e assassini, tutti affamati perché al loro paese mangiano ghiande!»
«Però avete visto il più alto fra loro?» intervenne il Barbiere. «I suoi occhi erano fieri come quelli di un falco!»
«Ha colpito la tua fantasia, eh?» berciò Depas. «Perché non combatti contro gli arcieri di Kielos, lo liberi e ne fai il tuo amante?»
Il Barbiere, per tutta risposta, scrollò le spalle; nel frattempo, tutte le navi avevano raggiunto il centro del golfo dove avrebbero gettato le offerte a Efestos, Dio del Mare, e alle sue figlie. Dalle navi ancorate lì accanto già si levavano i primi canti e le voci risuonavano incrinate dall'ebbrezza.
«E noi che aspettiamo, Akros?» chiese Depas. «La mia gola è più secca di quella di un pesce affumicato!»
«Lasciala secca ancora per un poco», rispose bruscamente il capitano. «Se Nyr dovesse concorrere alla gara di tuffi voglio che tu e l'equipaggio siate sobri. Sapete bene che si tratta di un esercizio difficile.»
«Per Nyr farei questo e altro», rispose Depas, «ma almeno un mestolo di vino mielato lasciamelo bere perché mi schiarisce le idee e mi dà forza!»
Akros stava per acconsentire quando, dalle navi che si trovavano al centro del golfo, venne un urlo così possente da rintronare gli orecchi di tutti quelli che stavano nel porto. Subito dopo si levò una fiammata, seguita da una colonna di fumo nero che si alzò all'istante nel cielo azzurro. Tutti corsero al parapetto  e si vide che la nave nera con la prua verso il cielo, avvolta dal fumo e dalle fiamme, andava rapidamente inabissandosi.
Quando il vascello fu inghiottito dalle acque e le volute di fumo iniziarono a disperdersi nell'aria azzurra, vi fu un lungo momento di silenzio sbigottito. Poi, dalle navi ancorate, venne un
brusio di voci e di esclamazioni soffocate ma nessuna acclamazione. Era evidente che Kielos non aveva reso pubblica la sua decisione di incendiare e affondare la nave pirata
insieme con quel che restava del suo equipaggio e che i cittadini di Gournià ne erano rimasti sorpresi e scossi. Ma il turbamento durò ben poco e, dalle tonde all'ancora, tornarono a levarsi canti avvinazzati.
«Forse è meglio che ci beva sopra», borbottò Depas, lasciandosi scivolare dal ponte di prora sui banchi dei vogatori addormentati. Akros, scuro in volto, si sporse a chiamare quelli della nave accanto.
«Ehi, voi! Sapete quando fu catturata quella nave di pirati?»
«Un anno or sono, proprio di questi giorni», gli risposero. «Una tempesta li aveva gettati sulla spiaggia di Moklos. La maggior parte fu uccisa dai nostri soldati.»
«Perché hanno atteso un anno per uccidere i prigionieri?»
«Non te lo so proprio dire, amico. Tu da dove vieni?»
«Sono Akros dell'isola Rotonda e ho portato qui da Melo il mercante Krisis. Domani riparto per Akrotiri.»
«Che gli dèi siano benigni con te e con la tua nave perché la navigazione è chiusa! Se arrivi felicemente a Thera, come ti auguro, porta i miei saluti al Navarca e al capitano Lisos. Il mio nome è Krisostomos e commercio in vini.»
«Porterò i tuoi saluti e ti ringrazio per gli auguri di buon viaggio», concluse Akros.
Intanto le navi del corteo stavano rientrando nel porto. L'ordine era identico a quello della partenza, ma, invece di raggiungere i moli, le imbarcazioni si arrestarono a fianco della schiera di navi commerciali e diedero fondo, formando tra loro e le tonde un corridoio largo circa cento braccia. La snella nave di cedro si ancorò proprio di fronte a quella di Akros ed era possibile scorgere le belle occupanti della cabina aperta, la dama in azzurro e le sue giovani ancelle, altere e curiose al tempo stesso.
Suonarono i tritoni e una barca percorse il corridoio d'acqua annunciando la gara di tuffi, che avrebbe chiuso la mattinata. Mentre Nyr ascoltava, ansioso di sapere se Krisis fosse riuscito a fare il suo nome, i vogatori si stavano svegliando e Depas scuoteva i sonnacchiosi, porgendo loro mestoli d'acqua mista a vino e accompagnata da focaccette. «Sveglia, vogatori! Sveglia! Animo! Tenetevi pronti nel caso che Nyr debba
ripetere il suo esercizio che tante coppe gli fece vincere ad Akrotiri! Forza, facciamo far bella figura all'isola Rotonda!»
Dalla barca un ufficiale annunciava le regole della gara e i nomi: «Gareggiano sei atleti! Per Moklos il tuffatore Andros! Per Pseira è in gara Dimnao! Per Gournià partecipano Faler, Kràminos e Leynis! Infine un atleta di Thera, Nyr della città di Akrotiri!»
A ogni nome si levavano acclamazioni ma, quando venne pronunciato quello di Nyr, assolutamente sconosciuto, si levarono mormorii di sorpresa anche perché ben pochi sapevano della presenza in porto di una nave non cretese, ora che la navigazione era stata dichiarata chiusa da due giorni. Dalla barca si levò
il suono di un tritone inteso a ottenere silenzio. «Gli atleti inizieranno nell'ordine in cui sono stati nominati. Dopo ogni gara le dame lanceranno i loro premi in acqua. Il premio del Reggitore di Gournià, Kielos, sarà una coppa in alabastro e argento. Il premio dei Cittadini una scrofa pregna. Adesso tocca al primo nominato. Sei pronto, Andros di Moklos?»
«Sono pronto!» gridò un giovane che si era issato sulla cima dell'albero della nave che lo ospitava.
«Puoi cominciare e tutti rispettino le regole. Silenzio assoluto durante l'esecuzione del tuffo!»
Si fece silenzio e Andros, dalla cima dell'albero, spiccò un gran balzo verso l'alto: il suo corpo bronzeo s'incurvò mentre lui allargava le braccia e, per un momento, parve un'aquila di mare che si librasse sulle ali del vento. Un istante dopo il suo corpo si dispose perpendicolare all'acqua e le braccia si tesero in avanti mentre piombava a testa in giù. Si inabissò con uno spruzzo e non era ancora riemerso che gli spettatori già lo acclamavano, gettando in acqua, soprattutto le donne, ogni sorta di regali. Fiocchi e nastri, anfore di vino sigillate, persino una collana legata a un pezzo di legno 
perché non affondasse. Andros, nuotando in modo esperto, ne raccolse la maggior parte prima di venire issato a bordo della sua nave.
Il secondo atleta  fu Dimnao di Pseira, che ripeté il tuffo di Andros complicandolo con un avvitamento a metà della traiettoria. Anche lui fu acclamato e ricompensato da numerosi doni. Poi fu la volta di paler che, essendo il miglior tuffatore di Gourmiatutti speravano di acclamare vincitore. Faler, a forza di braccia si issò sul pennone della vela che fu issata in alto, da quella posizione si tuffò all'indietro, descrisse un salto mortale e, con perfetto stile, ricadde in acqua. Il tuffo fu accolto da un'ovazione e da una pioggia di doni.
«Che te ne pare, Nyr?» chiese il Barbiere.
«Sono tutti molto bravi», rispose Nyr, convinto.
«Ma hai visto la dama della nave di cedro? Non fa che guardare te. Non te ne sei accorto? Non ho mai visto una donna più elegante. Guarda la sua stupenda gonna a campana con quelle grandi balze! Osserva com'è deliziosamente ricamato il suo corpetto!»
Nyr gettò un'occhiata veloce a Zina e si accorse che la donna lo fissava con i suoi grandi occhi vellutati. «Certo è una gran dama, se può sedere da padrona su una nave simile!» esclamò ammirato. Il Barbiere ebbe un moto di stizza tutto femminile.
«Tu non fai che parlar di navi! Tu ci faresti all'amore, con una nave!»
«Con una come quella, sì!» sorrise Nyr. «Ma ora lasciami osservare il quarto tuffatore...»
Kràminos era anch'egli di Gournià ma, nonostante il suo tuffo perfetto, fu acclamato con minore entusiasmo di Faler che era evidentemente il beniamino della città. Dopo di lui toccò a Leynis che eseguì due agili avvolgimenti prima di infilarsi con eleganza in acqua. La gente lo acclamò e gli gettò dei doni e, mentre applaudivano, una delle ancelle della nave di Zina uscì dalla cabina infiorata e chiamò a gran voce Nyr. «Ehi tu, Nyr di Thera! Se gareggi bene ti getterò il mio nastro e la mia nobile padrona, la dama Zina, ti farà un regalo!»
Nyr annuì, impacciato, salutando con la mano, e in quel momento suonò il tritone e un ufficiale chiamò dalla barca il nome di Nyr, contemporaneamente cercandolo con gli occhi. Abituato a vedere gli atleti in cima all'albero della nave, andava cercandolo lassù, mentre Nyr era semplicemente affacciato alla murata della tonda.
«Nyr di Thera, sei pronto? Dove sei?»
«Se n'è tornato a casa!» gridò beffardamente qualcuno e la gente rise ma Nyr balzò agilmente sul bordo e, dirigendosi verso poppa, si collocò appena al di sopra dell'ultimo vogatore. «Sono qui!» gridò.
«Ma... sei pronto?» chiese l'ufficiale, perplesso. Forse il therano raccomandato da Krisis intendeva partecipare alla gara tuffandosi da quell'altezza insignificante? Ma quando Nyr
confermò di essere pronto, si strinse nelle spalle e fece suonare il tritone per ottenere silenzio.
A quel suono, i sette vogatori spinsero fuori i remi con un gesto simultaneo, le pale piatte e parallele al mare. La manovra provocò mormorii di stupore che subito si spensero quando Nyr, con calma, scavalcò la murata e, camminando sul settimo remo, ne raggiunse la pala. Da questa balzò sulla sesta pala, poi sulla quinta, sulla quarta e così fino alla prima. Da qui rifece il cammino inverso ma senza voltarsi, saltando all'indietro con leggerezza e precisione stupefacenti. A Gournià non avevano mai visto un simile esercizio e ne furono sorpresi ma, quando già pensavano che Nyr avesse terminato la sua esibizione, il ragazzo continuò, stavolta rendendo l'esercizio assai più difficile e spettacolare. Dal settimo remo spiccò infatti una gran capriola, eseguì un salto mortale e ricadde in piedi sul quinto remo, da dove ripeté l'esercizio ricadendo sul terzo e quindi sul primo. Gli spettatori non si erano ancora ripresi dallo sbigottimento, allorché Nyr ripeté l'esercizio, lasciando tutti col fiato sospeso perché lo rifaceva all'indietro e nessuno aveva mai visto un'acrobazia del genere. Quando, dopo l'ultimo salto mortale alla rovescia, ricadde in perfetto equilibrio sulla pala del settimo remo, stava per esplodere l'ovazione ma le urla si spensero in gola agli spettatori strabiliati: Nyr, preso lo slancio, corse infatti veloce sulle pale e stava per raggiungere la prima quando il vogatore, al comando di Trippa che se ne stava ben nascosto dietro la falcata, abbassò repentinamente il remo e Nyr parve precipitare. L'urlo della folla stavolta fu inevitabile ma si troncò di netto quando la pala del remo, invece di toccare l'acqua, risalì sino a impattare con i piedi di Nyr che, flettendo le ginocchia, smorzava la caduta. In quel momento il Barbiere e Depas aggiunsero sul remo la loro forza a quella del vogatore, e si vide Nyr salire rapidamente e quindi essere catapultato in alto sino a superare
l'altezza dell'albero della tonda. Quando il ragazzo raggiunse la posizione di stallo lo videro piegar le gambe sino ad appoggiare il mento alle ginocchia e afferrarsi le caviglie. Per un attimo parve come un masso sospeso in aria, poi cominciò a rotolare su se stesso ricadendo e infine si distese tutto e si inabissò con un leggero spruzzo.
I talloni di Nyr non erano ancora scomparsi sott'acqua che scoppiò una formidabile ovazione. I cittadini di Gournià, di Moklos e di Pseira, che al principio dell'esibizione del therano
erano pronti a contestare il suo esercizio in quanto puro gioco di equilibrio, gridavano frenetici il suo nome, lanciando in acqua ogni genere di offerta.
«Tutti i remi a bordo tranne l'ultimo!» urlò Akros in quel frastuono e intanto Nyr, sciolta la tensione nervosa, si abbandonava al tepido abbraccio dell'acqua, mentre tutt'intorno a lui, affondavano brocche e anfore sigillate, monili di rame e piccole statue di bronzo, amuleti di steatite rilegati in oro e persino un pugnale ammanicato in argento. Si sarebbe tuffato dopo a recuperarli, pensò, e stava decidendosi a riemergere quando si accorse che, sotto la poppa della nave di cedro, si moveva una figura umana. Incuriosito, nuotò sott'acqua in quella direzione ed emerse sotto la poppa, proprio accanto a un uomo barbuto dall'aria fiera e gli occhi di falco che aveva appena compiuto la sua stessa manovra e stava riempiendosi i polmoni d'aria.
«Adesso grida pure, se vuoi», lo apostrofò il barbaro in un cattivo cretese. «Grida e fammi uccidere!»
«Non voglio farti uccidere», replicò Nyr, turbato.
«Allora vattene e lasciami al mio destino», concluse il barbaro.
«Sai qual è la mia nave?» chiese impulsivamente Nyr e, al cenno di diniego dell'altro, proseguì in fretta: «E la piccola tonda da carico ancorata proprio di fronte a questa: tra poco mi vedrai salirvi sopra. Noi partiamo domattina all'alba per l'isola Rotonda».
Non aggiunse altro e, preoccupato che potessero, per individuare lui, scoprire il barbaro, si immerse e nuotò sott'acqua sino a emergere sotto la barca, che, in effetti, lo stava cercando. Fu accolto da un'ovazione formidabile e l'ufficiale dovette urlare per farsi sentire: «Dove ti eri nascosto? Avrai tempo più tardi per ripescare i tuoi doni, nessuno oserà toccarteli! Ora ti aspetta Kielos per la premiazione!»
«Aspetta me?»
«E chi altri? Non capisci che sei stato acclamato vincitore della gara? Avanti, sali a bordo!»
Emozionato, frastornato dal clamore che non accennava a cessare, Nyr si issò sulla barca e poco dopo, ancora grondante d'acqua, era al cospetto di Kielos e di sua moglie. Il Reggitore era un uomo anziano, dall'aspetto benevolo. Seduta sulla panca, accanto a Kielos, stava la moglie, che indossava una gonna a balze, fatta di strisce di stoffa di colore
diverso. Gli occhi bistrati della donna esaminarono Nyr dalla testa ai piedi, esprimendo approvazione.
«Dunque tu sei Nyr dell'isola di Thera», lo accolse Kielos. «Sei ancora un ragazzo...»
«Ma bello e ben formato», intervenne la moglie. «Quanti anni hai?»
«Ne ho compiuto sedici, mia signora.»
«Ebbene, hai vinto la mia coppa di alabastro e d'argento», disse Kielos, «e anche i Cittadini ti hanno assegnato la scrofa pregna.»
«Sarò onorato di ricevere la coppa dalle tue mani, o mio potente signore», rispose Nyr, «ma non è giusto che io abbia entrambi i premi perché anche Faler è stato bravissimo.»
«Non soltanto sei abile ma anche molto saggio per la tua età», si compiacque Kielos. «Allora ti invito per la Festa Sacra di oggi. Manderò un ufficiale a prenderti più tardi.»
Nyr si ritrovò sulla barca con in mano la preziosa coppa e, quando furono al centro del corridoio d'acqua, proprio fra la tonda di Akros e la nave di cedro, l'ufficiale fece suonare il tritone per chiedere il silenzio. Come l'ottenne, annunciò a gran voce che Nyr di Thera aveva rinunciato alla scrofa pregna, considerando Faler di Gournià meritevole quanto lui. L'annuncio fu seguito da un boato di approvazione e dalla nave di cedro le ancelle ebbero il loro daffare per richiamare l'attenzione dell'ufficiale.
«Accosta!» si sgolavano. «La dama Zina vuole offrire un dono a Nyr di Thera, e anche noi vogliamo lanciargli i nastri!» La barca si accostò e alla murata della nave di cedro apparve la bellissima Zina che gettò a Nyr la sua benda azzurra. Mentre le ancelle gettavano i loro nastri, Nyr raccolse la benda e la cinse, annodandola sulla nuca, e prese anche i nastri delle ancelle. Quindi la barca lo portò alla tonda e lui vi salì, ***
acclamato dai compagni. Ora, mentre le navi da parata si muovevano lentamente per raggiungere i moli, sulle altre navi ancorate si faceva festa.
Sulla tonda di Akros, Nyr fu acclamato tre volte dai compagni fMa Trippa lo rimproverò di non aver accettato anche la
scrofa. 
"possiamo dividere con te la coppa di Kielos!»
«Però possiamo berci dentro!» esclamò Depas e subito la preziosa coppa, colma di vino al miele, cominciò a passar di mano in mano. Nyr bevve per ultimo e, dopo un cenno d'intesa al Barbiere, disse che avrebbe riposto la coppa tra le sue cose a prora. Lì lo raggiunse il Barbiere, incuriosito, e Nyr gli raccontò del barbaro scampato miracolosamente alla morte. «Gli ho consigliato di nascondersi sotto la poppa della nostra nave e forse lo ha fatto. Non me la sono sentita di denunciarlo alle guardie...» «Hai fatto bene!» approvò d'impeto il Barbiere. «Ma come possiamo aiutarlo?»
«Ho pensato che questa notte potremmo farlo salire a bordo di nascosto, se tu e Depas siete d'accordo.»
«Akros ci spellerà vivi, quando lo scoprirà», mormorò il Barbiere.
«Dunque non vuoi aiutarmi?»
«Non ho detto questo!» si offese il Barbiere.
«Allora ascolta: con la scusa di recuperare i miei doni vedrò se il barbaro ha avuto fiducia in me, nascondendosi proprio sotto la nostra nave. In questo caso gli dirò di attendere la notte.» «Ma potrà resistere per tanto tempo in acqua?»
«Non lo so, ma non ha altra scelta. Allora, avvertirai Depas?»
«Se non sarà troppo ubriaco. Ma... perché lo fai, Nyr, perché corri questo rischio?»
«Se ti dicessi che so il perché sarei un bugiardo», rispose Nyr dopo un attimo di riflessione. «Lo faccio perché... ho voglia di farlo!» Si tolse la benda azzurra dalla fronte ed entrambi la osservarono ammirati. Era di lino finemente tessuto, colorata in azzurro, e vi erano ricamati dei pavoni e degli scarabei. «Sembra di fattura egizia», commentò il Barbiere, «ed è una benda preziosa. Quella dama, Zina, deve averti ammirato molto...»
«Riponila tra le mie cose insieme con la coppa di Kielos», tagliò corto Nyr, «e avverti i compagni che sono sceso in acqua per recuperare qualcuno dei miei doni...» Dopo aver controllato che nessuno, dalle navi vicine, lo stesse osservando, si lasciò scivolare lungo un canapo e si immerse. Nuotando sotto la chiglia, distinse subito il corpo del barbaro che se ne stava immerso sino al collo sotto l'ombra protettrice della poppa. Nuotò in quella direzione ed emerse accanto a lui.
«Nessuno ti ha visto?» gli sussurrò.
«Se mi avessero visto non sarei qui», replicò tranquillamente l'altro. «Perché mi aiuti? Per qualche tuo piano?»
«Sei un pirata?» chiese Nyr, trascurando la domanda.
«Pirata! E proprio una parola cretese!» sbuffò il barbaro. Sia il tono sia gli occhi esprimevano disprezzo e sfida.
«Di dove sei? Come ti chiami?» chiese ancora Nyr.
«Vengo da un paese molto lontano, da dove nasce il vento. In quanto al mio nome non l'ho detto a Kielos e non lo dirò a nessuno, almeno fino a che sarò prigioniero!»
«Forse non lo vuoi dire perché te ne vergogni», lo provocò Nyr.
«Tu sei molto giovane», replicò l'altro e, per la prima volta, sorrise. Nyr lo ammirò perché, in quella situazione, riusciva a conservare un'aria di superiorità e perfino a sorridere. Ecco: forse il motivo che lo spingeva a salvarlo era l'ammirazione.
«Se riuscirai a resistere sino a quando sarà buio ti farò salire a bordo mentre tutti dormono, sperando che il capitano non ti scopra subito. Credi di poter resistere tanto tempo in acqua?»
«Resisterò.»
«Hai fame? Sete?»
«No.»
«Tornerò non appena sarà buio», concluse Nyr. «Aspettami qui.»
«Dove vuoi che vada?» sorrise il barbaro dagli occhi di falco.


Capitolo 5.

Saggiamente Akros consigliò a Nyr di bere più acqua che vino, dal momento che sarebbe stato ospite di Kielos alla Festa Sacra, ma concesse all'equipaggio cibo e vino a volontà. Due ore dopo, mentre sulle navi ancora si mangiava e si beveva, una barca con un ufficiale a bordo venne a prelevare Nyr. Il ragazzo aveva cinto la fronte con la preziosa benda azzurra regalatagli dalla dama Zina ma, su consiglio di Akros, non aveva alla cintola pugnali, che sono simbolo di importanza mentre lui era ancora troppo giovane.
Una volta a terra, l'ufficiale lo affidò a una guardia di Kielos che attendeva, insieme con un auriga, su un carro a due cavalli. La guardia lo informò che, per disposizione di Kielos, sarebbe stato ricevuto dalla dama Zina e avrebbe fatto parte del corteo per il Tempio. Nyr se ne stupì ma non chiese spiegazioni. Usciti dalla cerchia portuale, si avviarono in direzione della collina: dal basso, si vedevano numerose case e giardini. La strada principale, larga e ben lastricata, era battuta dal sole e, dalle abitazioni che la fiancheggiavano, venivano i rumori dei commensali che si attardavano a tavola.
«Potete indicarmi la casa di Krisis?» chiese Nyr mentre risalivano la strada.
«Stiamo per arrivarci: è più avanti sulla destra», rispose gentilmente la guardia.
«Quella della dama Zina è ancora lontana?»
«È più in alto, una delle più vicine al Palazzo e anche una delle più belle. Sei fortunato a esservi accolto.»
«Eh, lo credo anch'io», ghignò l'auriga. «Darei chissà che per trovarmi a tu per tu con una delle sue ancelle schizzinose!» «Daresti tutto ciò che possiedi e cioè niente, vero?» lo prese in giro il compagno. «Ma ecco la casa di Krisis, ragazzo.»
Nyr levò gli occhi a una piccola facciata munita di finestra. Dal portone chiuso non si poteva scorgere l'interno. Ne fu deluso: aveva immaginato assai più grande la dimora del ricco mercante.
«Ed eccoci alla casa di Zina», annunciò dopo poco la guardia. L'auriga fermò il carro di fronte a un piccolo portale in legno di cedro. Nyr vide una facciata bassa e stretta, del tutto priva di finestre, e ancora una volta rimase deluso. Com'era possibile che una ricca dama, proprietaria di una nave magnifica, abitasse una casa così insignificante? Tuttavia scese dal carro senza commenti e in quel momento si aperse il piccolo portone di cedro e apparve una bella ragazza dagli occhi scuri. La sua bocca carnosa si schiuse in un sorriso per Nyr: «Entra nella casa di Zina, Nyr di Thera», lo invitò.
«A noi neppure un sorso di birra?» chiese l'auriga.
«Se vuoi bere la birra di Zina torna quando sarai comandante delle guardie», lo schernì l'ancella prima di chiudergli la porta in faccia.
Una volta all'interno, Nyr si trovò immerso nella luce soffusa di un corridoio intonacato di bianco, in fondo al quale sfolgorava la luce del sole.
«Sono Arys, la prima ancella di Zina, e stamani ti ho lanciato il mio nastro. Vedo che hai la benda della mia padrona sui capelli ancora incrostati di sale e... sei scalzo!» gli disse la ragazza. «Forse non possiedi un paio di calzari?»
«Ne possiedo più di un paio», rispose Nyr senza offendersi, «ma sono talmente abituato a essere scalzo sulla nave e nei porti che li ho dimenticati a bordo.»
Lei gli sorrise con simpatia mentre continuava a esaminarlo. Alla fine lo prese per mano. «Vieni con me. Farò in modo che tu possa partecipare degnamente al corteo per la Festa Sacra.» Nyr, sentendo piacevolmente nella sua la piccola mano fresca dell'ancella, la seguì lungo il corridoio fino a un piccolo giardino assolato con al centro una statua femminile in marmo rosa, una fanciulla accosciata a liberarsi il corpo dei liquidi che confluivano in una vasca circolare. Poi fu tutto un attraversare di stanze, cortili, giardini e Nyr si rese conto che la casa era vastissima, costruita a terrazze che digradavano verso il mare. Dalle terrazze scoperte si godeva una meravigliosa vista del Golfo Grande con le navi ancorate e, dovunque, era un profluvio di fontane, di statue, di piante e di fiori. Vi erano piccoli colonnati in travertino ma anche colonne formate da grossi tronchi di cedro scolpiti.
Finalmente, si trovarono in una grande stanza dalle pareti affrescate che prendeva luce attraverso due finestre e Nyr osservò che l'intelaiatura delle due aperture era coperta da una sottile Pergamena, decorata con fiori, che lasciava filtrare il chiarore del sole. Nelle pareti erano ricavati armadi che contenevano teli di lino, vasetti e ampolle. Ma la peculiarità della stanza era la
grande vasca, profonda un braccio e dal pavimento a mosaico rappresentante pesci di ogni genere. Una giovanissima ancella sorvegliava l'acqua che, uscendo da un foro sulla parete, andava riempiendo la piscina.
«Kora mi aiuterà a renderti presentabile per la Festa Sacra», disse Arys, ma tutta l'attenzione di Nyr era rivolta alla vasca che si stava colmando d'acqua e al suo pavimento inclinato.
«Non hai mai visto una casa di ricchi?» gli chiese Arys e la domanda fu fatta senza alterigia. Nyr rispose che no, non aveva mai visto una casa simile, e il suo pensiero andò alla grande casa pastorale sui monti, dove abitavano il padre Korys, la madre Akena, il fratello Timos, la sorellina Ilia e la cugina Uga. Non c'erano vasche decorate a mosaico, in quella casa, né acqua corrente, né finestre chiuse dalla pergamena trasparente...
«Ora togli la benda, il perizoma e l'astuccio», lo invitò Arys, «in modo che io e Kora possiamo lavarti e ungerti.»
«L'astuccio? Non porto astuccio», rispose Nyr, imbarazzato all'idea che le due ancelle volessero lavarlo. Era abituato a mostrarsi nudo sulle spiagge di Akrotiri e a fare così il bagno nel mare, nuotando assieme alle ragazze ugualmente nude ma, lì, gli pareva diverso e si sentiva turbato e a disagio.
«Oh, a giudicare dal volume credevo che tu lo portassi», replicò Arys sorridendogli con malizia. «Comunque deciditi perché tra poco io e Kora dovremo recarci ad aiutare la nostra padrona a vestirsi.»
Con qualche riluttanza, Nyr, dopo la benda, si slacciò il perizoma e Kora andò a chiudere, con un tappo di sughero, il foro dal quale entrava l'acqua. Invitato da Arys, il ragazzo entrò nella piscina, seguito dalle ancelle, che lo fecero inginocchiare e cominciarono a lavargli i capelli.
«Si direbbe che hai in testa tanto sale quanto ne può contenere il mare...» mormorò Arys mentre lo strofinava. «Alzati, ora...»
Mentre Kora gli passava un panno intriso d'acqua sulle spalle, Arys fece lo stesso dapprima con il volto, poi col petto, le braccia e il ventre e, d'improvviso, la carne di Nyr reagì
impennandosi e lasciando sbigottito lui, ma non Arys che rise maliziosamente osservando: «Il tuo guerriero è davvero temibile in assetto di battaglia. Peccato che non ci sia il tempo di sfidarlo...»
Nyr se ne restò fermo, rigido e al colmo dell'imbarazzo, e lei, lavandogli l'interno delle cosce, chiese: «Sei mai stato con una donna?»
«Che cosa intendi?» chiese lui.
«Mi pareva chiara, la domanda», replicò l'ancella ironica. «Hai già immerso in una femmina questo tuo pugnale?»
«Io... no, non l'ho mai fatto...» rispose Nyr e la voce gli uscì roca dalla gola.
«Dici davvero?» Il tono era incredulo.
«Dico davvero», le assicurò Nyr, sempre più a disagio.
«Da non crederci!» esclamò alle sue spalle Kora che, più che lavargliele con la pezzuola, andava accarezzandogli le natiche e le cosce. «Le fanciulle di Akrotiri devono essere ben sciocche!»
«Su, sbrighiamoci ad asciugarlo», sospirò Arys. «Porgimi un telo, Kora.» Lo fecero uscire dalla piscina e lo asciugarono: il fallo di Nyr, con suo disappunto, restava sempre eretto e turgido. Kora da dietro e Arys davanti cominciarono a ungerlo con olio profumato, ma quando Arys sfiorò il pene avvenne il terremoto e lei si trovò la mano inseminata mentre Nyr, pallido, era sbigottito: gli pareva di aver commesso un crimine non voluto.
«Il tuo arco è lesto a scoccar la freccia», fu l'unica osservazione di Arys che, dopo essersi ripulita, continuò a ungere le cosce e le gambe del ragazzo. «Ecco, adesso sei pronto e possiamo scegliere per te la stoffa di un perizoma che ti cucirà Ira.»
Mentre Kora andava a togliere il tappo dal foro di uscita dell'acqua, Arys prese per mano Nyr e, nudo com'era, lo trascinò fino a un'altra stanza dove, tra molte pezze di stoffa, scelse un lino azzurro con decorazioni d'argento. «Come la benda azzurra, anche questa stoffa s'intonerà al colore dei tuoi occhi», gli disse sorridendo. «Provvederemo poi ai calzari. Vieni con me da Ira, adesso...» Percorsero ancora stanze e giardini. Mentre Nyr si vergognava della sua nudità e di essere trattato così sbrigativamente, Arys continuava a fargli domande e pareva non Cfedere alla sua verginità. Alla fine gli disse: «È un peccato che tu parta all'alba, altrimenti ben volentieri ti avrei insegnato l'amore!»
Nyr non trovò una risposta e, nel frattempo, giunsero a una stanza la cui porta era costituita soltanto da un velo. Al richiamo di Arys ne uscì una donna molto vecchia, che, nonostante il caldo, era avvolta sino ai piedi in un grande mantello di lana.
Quando i suoi occhi si appuntarono su Nyr, il ragazzo si avvide che erano coperti da una patina bianca.
«Andiamo nel cortile degli ulivi, al sole», disse la vecchia e Arys, fatto cenno a Nyr di seguirla, si avviò in direzione di una porta, senza minimamente badare alla vecchia cieca. Nyr stava per prenderle il braccio quando si rese conto della sicurezza con cui si moveva Ira e non compì il gesto, giudicandolo inutile e forse inopportuno. Uscirono in un piccolo giardino invaso dal sole e dai fiordalisi e Ira si avviò con sicurezza e sedette su una panchina di pietra, sotto un albero di ulivo.
«Nyr di Thera, ospite di Zina, è stato invitato da Kielos alla Festa Sacra», le si rivolse allora Arys, «e io ti prego di cucirgli un perizoma con la stoffa che ti ho portato.»
«Avvicinati, fatti toccare», invitò la vecchia e Nyr le ubbidì. Le mani rugose di lei, solcate di vene azzurre, si posarono, lievi ed esperte, sui fianchi nudi, ed esplorarono la vita del ragazzo.
«Svolgi due volte la pezza, prima di tagliarla», ordinò poi ad Arys. L'ancella prontamente ubbidì e intanto, da sotto il mantello, Ira traeva un astuccio che conteneva aghi d'avorio e di rame, fili d'argento e d'oro. Mentre Arys tagliava con un rasoio di rame la stoffa nel punto indicato dalla vecchia, Ira aveva già infilato un ago d'avorio con il filo d'oro e attendeva.
Arys le diede la stoffa e lei, dopo averla misurata in vita a Nyr, cominciò a cucire e intanto borbottava: «Ci sarebbero voluti dei galloni, ma ti cucirò lo stesso un doppio perizoma e questa stoffa ti coprirà per molti anni, se la terrai da conto...»
«Occorrerà una fibbia per fermarlo», osservò Arys, «e te la porterò fra poco. Ora vado a procurarti i calzari e nel frattempo sta' con Ira.» Corse via e Nyr, nudo, sedette sull'erba a osservare la vecchia cieca che cuciva rapidamente e con perizia. A tratti, il ragazzo volgeva lo sguardo verso le acque del porto che scintillavano al sole ancora alto e lo confortava distinguere, tra le altre, la tonda di Akros.
L'indomani sarebbe partito per Akrotiri e avrebbe rivisto la sua gente ma, ora, non poteva fare a meno di restare affascinato dalla bellezza della casa di Zina e si ripromise di averne un giorno una simile, con tante stanze, l'acqua corrente, giardini alberati, fiori a profusione e una splendida vista sul mare. Forse, adesso che possedeva una parte del bottino recuperato dalla barca dei barbari, avrebbe potuto permetterselo. E il pensiero gli corse veloce all'uomo
nascosto sotto la poppa della nave. L'avrebbe trovato, al suo ritorno? E lui, Nyr, era ben conscio del pericolo che correva, aiutandolo a sfuggire alla morte decretata da Kielos?
«Il tuo doppio perizoma è pronto», lo riscosse dopo qualche tempo la voce di Ira. Lui lasciò che la vecchia glielo misurasse, percorrendogli tutto il corpo con le mani scarne.
«Sei solido e ben fatto», sussurrò, «e non hai bisogno di indossare cinture come fan tutti per restringere al massimo la vita e far risaltare l'ampiezza delle spalle. Abbi cura del tuo corpo e non lasciare che il vino o la birra, il troppo cibo o le donne lo corrompano, deformandolo...»
«Come posso ringraziarti?» le chiese Nyr.
«Non ringraziare me ma Zina, però ricordati delle mie parole.
«Non le dimenticherò», promise Nyr.
I legacci di sottili fili d'argento intrecciato impacciavano il polpaccio ma il plantare, in morbido cuoio rivestito di pelle, si adattava perfettamente al piede di Nyr.
«A guardarti si direbbe che sei il figlio di Kielos e non un marinaio di Thera», osservò Arys fra il compiaciuto e l'ammirato. «Ma ora facciamo presto perché in strada i portantini nubiani attendono già che esca Zina, che dovrà impersonare la Dea dei Serpenti.»
Uscirono e la strada già brulicava di gente che attendeva la partenza del corteo per il Tempio. Quattro giganteschi Nubiani avevano posato in terra una portantina con un piccolo trono in legno scolpito e attendevano con pazienza, sotto il sole. Arys gli spiegò che erano schiavi di Kielos, inviatigli in dono dal Faraone, e Nyr ne stava ancora ammirando le membra possenti e ben proporzionate, quando Zina uscì di casa, seguita da Kora. In un primo momento, Nyr stentò a riconoscerla. I lineamenti perfetti erano marcatamente imbellettati, gli occhi allungati con un Segno nero, la bocca dipinta di rosso acceso. Indossava una gonna lunga sino ai piedi, fatta di strisce orizzontali di stoffe diverse. interrotte da cerchi di galloni. Sopra la gonna ricadeva un corto grembiule ricamato a losanghe. Il corpetto, a manica corta, era stretto in vita, si rialzava dietro il collo, ornato di un monile di perle d'oro, ma era aperto davanti e lasciava completamente scoperto il seno, così
fermo che pareva scolpito nel marmo. Con un gesto insieme solenne e aggraziato, sedette sul trono di legno e i Nubiani, sollevata la portantina, s'incamminarono in salita, preceduti e seguiti dal lungo corteo in cui s'insinuarono Arys e Nyr.
Quando giunsero in cima alla strada, Nyr potè ammirare, più in alto sulla collina, il grande palazzo di Kielos e una serie di costruzioni digradanti a ventaglio, con le palme nei giardini.
Il corteo si diresse, camminando in piano, verso una distesa di ulivi dalle foglie argentate che brillavano al sole. Attraversata la zona con gli alberi, si trovarono in un vastissimo spiazzo dall'erba ben rasata, completamente circondato da soldati armati come in guerra, con gli elmi conici, la corazza di cuoio scagliato e gli schinieri. Tre altissimi vessilli, con le insegne del toro, della bipenne e della colomba, sventolavano appena alla brezza leggera che sfiorava la sommità della collina. Ai confini della vasta radura sorgevano due grandi tribune in legno, poste una di fronte all'altra. Una terza tribuna, più piccola e tutta inghirlandata, circondata da un folto stuolo di ufficiali, sorgeva a monte. Sul lato verso mare, si elevava il Tempio, la cui copertura spiovente era sorretta da quattro colonne di legno, scolpite e decorate.
«Non appena Kielos e sua moglie Aristea, sorella di Minosse Deukalion, re di Creta, avranno preso posto insieme con i più alti dignitari nella piccola tribuna, potremo prender posto anche noi», spiegò Arys a Nyr. «Saranno celebrati i riti sacri e dopo si svolgeranno i giochi. E un peccato che tu non possa parteciparvi come stamattina perché potresti vincere qualche premio.»
«Mi contento del premio che ho già avuto», sorrise Nyr.
«Mi piacerebbe dartene uno particolare», gli sussurrò lei all'orecchio, «ma ho detto a Zina che non hai mai posseduto una donna e lei non vuole che io sia la prima...»
«Perché non vuole?» chiese Nyr, stupito.
«Non lo capisco, dal momento che non potrai restar solo con lei prima della tua partenza...»
Neppure Nyr capiva e stava per chiederle di spiegarsi meglio quando suonarono i tritoni.
«Arriva Kielos con il suo seguito!» esclamò eccitata Arys, indicandogli un punto fra gli alberi.
Nyr vide due schiere di soldati armati di pugnale e di bipenne sbucare dagli alberi con passo marziale, seguiti da un vessillifero che reggeva le insegne di Gournià. Infine, su un
cocchio infiorato trainato da un superbo stallone, apparve Kielos che reggeva le redini con la sinistra e lo scettro con la destra. Nyr riconobbe
lo stallone di Krisis e chiese ad Arys come mai proprio quel cavallo fosse tra le stanghe del cocchio del Reggitore, dopo tutta la pena che Krisis si era data per farlo arrivare in tempo per le
celebrazioni.
«Si dice che sia il più bel cavallo di Gournià», sorrise Arys con aria saputa, «e che Kielos lo desideri sopra ogni altra cosa. Sono certa che Krisis saprà trarre il suo utile dalla circostanza e intanto ha ottenuto il posto nella tribuna di Kielos...»
Quando Kielos e i dignitari, fra i quali Nyr riconobbe infatti Krisis, ebbero preso posto nella tribuna principale, anche gli altri invitati di rango salirono nelle tribune a loro riservate, mentre il popolo si assiepava dietro il cordone di soldati.
Suonarono ancora i tritoni e quindi vi fu silenzio. Apparvero allora le danzatrici sacre, vestite di lunghe gonne con code di stoffa a ricordare quelle delle pelli di pantera che le sacerdotesse dei tempi antichi indossavano durante le cerimonie sacre. In mezzo a loro, che danzavano e cantavano, tre portantine. Su quella più avanzata Nyr riconobbe la grassa moglie di Kielos, il seno opulento drappeggiato in veli trasparenti: la donna rappresentava la Dea Madre. Più indietro era Zina, che adesso aveva sui capelli uno strano copricapo e teneva larghe e sollevate le braccia, impugnando in ciascuna mano un colorato serpentello di legno. Nella terza portantina sedeva la Dea della Colomba, una fanciulla giovanissima, dai capelli inghirlandati, nuda tranne che per un esiguo perizoma bianco, il volto dipinto di bianco a eccezione delle labbra. Dietro le danzatrici sacre venivano delle fanciulle nude che, a due a due, reggevano una cesta chiusa. Quando le tre dee furono entrate nel Tempio, le fanciulle aprirono le ceste, liberando cento colombe bianche che presero il volo tutte insieme, dirigendosi dapprima verso il mare, poi descrivendo un ampio cerchio sulla radura, infine allontanandosi sopra gli alberi in direzione del palazzo di Kielos.
«L'auspicio è favorevole!» esclamò Arys, balzando in piedi a battere le mani mentre dalla gente di Gournià si levavano
acclamazioni all'indirizzo di Kielos che, visto l'auspicio favorevole, s'era levato in piedi brandendo alto lo scettro che portava in nome di Minosse Deukalion. Con sonore acclamazioni vennero accolte anche le tre dee che, uscite dal Tempio dove avevano preso nota delle offerte, riattraversavano solennemente la radura
sulle loro portantine. Quando ebbero raggiunto la tribuna di Kielos, vennero ancora suonati i tritoni e si rifece il silenzio.
Dalle danzatrici sacre, rimaste presso il Tempio, se ne staccò una che intonò un canto, le braccia levate in alto. A ogni strofa le altre danzatrici le facevano eco e le loro voci salivano nel silenzio della folla. Il sole al tramonto mandava raggi obliqui che levavano bagliori dalle punte di lancia dei soldati. Poi, improvvisamente come era cominciato, il canto tacque e sulla soglia del Tempio apparve una sacerdotessa del tutto nuda. Reggeva tra le mani una coppa che lentamente alzò al cielo e altrettanto lentamente riabbassò, portandola alla bocca. In quel momento il silenzio nella radura era così profondo che Nyr, suggestionato, trattenne persino il respiro.
La sacerdotessa bevve d'un fiato il contenuto della coppa e, per un istante, restò con la testa rovesciata all'indietro, le braccia pendenti lungo il corpo. Poi le dita che stringevano la coppa si rilasciarono e la coppa vuota rotolò a terra. Di colpo, l'immobilità della sacerdotessa si spezzò, la sua voce lacerò l'aria in un grido che fece trasalire Nyr, e lei cadde sull'erba, contorcendosi come se avesse bevuto del veleno.
Sconvolto, Nyr guardò Arys che gli sedeva a fianco: la ragazza non era sconvolta ma eccitata, con gli occhi lucidi e le piccole narici dilatate. Il bel seno si alzava e abbassava a un ritmo irregolare e sia il volto sia il collo erano in fiamme. A Nyr non restò che riportare gli occhi sulla sacerdotessa nuda che continuava a contorcersi sull'erba e gridava in modo tale da farla ritenere fuor di senno oppure in preda a un acutissimo dolore. A un tratto si rialzò e, danzando in maniera scomposta, si diresse al margine della radura, verso un basso muretto di pietra che recingeva un giovane ulivo. Subito le danzatrici le tennero dietro, avanzando ritmicamente in modo da agitar la coda come se questa sferzasse l'aria, e cantando strofe rituali.
Vai tu all'albero sacro e scuotilo per dedicarne i frutti alla Dea Madre, scuotilo e abbarbicati a lui, fatti possedere, fatti ingravidare, e i frutti del tuo ventre offri alla Dea Madre!
Nyr aveva assistito a molte celebrazioni ad Akrotiri ma la sua attenzione era stata soprattutto rivolta ai giochi. Adesso sbarrava gli occhi sulla sacerdotessa ignuda che, scavalcato il muretto, danzava intorno all'ulivo sacro e s'inarcava, le gambe oscenamente aperte, i seni offerti sui palmi delle mani. Accanto a lui, Arys respirava con affanno, completamente presa dalla scena.
All'improvviso, la sacerdotessa, urlando come un'invasata, cominciò a spiccare grandi balzi, afferrando i rami dell'ulivo: si mise poi a scuoterli con forza, facendo digrignare i denti. Le olive cadevano sull'erba mentre le danzatrici proseguivano nel canto.
Fatti ingravidare, e i frutti del tuo ventre offri alla Dea Madre!
Lei abbracciava il tronco, lo serrava con forza tra le cosce magre e ancora lo scuoteva. Le ultime olive cadevano al suolo, e le danzatrici le raccoglievano, continuando il canto. Infine, con un grido roco, la sacerdotessa si abbatté sull'erba, spossata e finalmente muta. Allora uscirono dal Tempio le sue compagne e raccolsero le olive in un bacile d'argento che sollevarono al cielo prima di rientrare tra le sacre mura.
A questo punto, suonarono tre volte i tritoni e gli spettatori si rilassarono perché era il segnale che avrebbero avuto inizio i giochi.
Vennero per prime le fanciulle, accompagnate dai musicanti. Cantarono e ballarono al suono di due flauti d'osso e furono applaudite con simpatia. Fu poi la volta della danza figurata. Risuonarono le note della cetra a quattro corde e fu come il segnale del silenzio. Quando la cetra tacque, si udirono le gravi tonalità delle zampogne ed ecco uscire dal bosco degli ulivi le danzatrici professioniste, a torso nudo e indossanti gonne variopinte che giungevano sino ai piedi. Avanzavano caute, misurando lunghi passi e facendoli seguire da un saltello, a tratti chinandosi in avanti e in basso, ora a destra e ora a sinistra, agitando le braccia a simulare un suggestivo muovere d'ali.
«È il ghéranos, la danza delle gru», sussurrò Arys a Nyr e, nel frattempo, le danzatrici avevano dato inizio a passi ancora più complicati, con giri involuti, saltelli, e s'intrecciavano tra
loro disegnando sull'erba eleganti figure, ritmate dagli strumenti musicali. Quando avanzavano gravi e caute, tastando l'erba con i piedi nudi e allungando il collo, i loro passi erano accompagnati dalla zampogna, mentre la lira a quattro corde sottolineava i saltelli e il doppio flauto il muovere lento delle braccia, simile alle movenze della gru.
La danza ebbe termine tra gli applausi, e, subito dopo, scesero in campo i pugilatori. I pesi massimi avevano caschi di cuoio con sguance a proteggere la testa mentre i guanti erano ben imbottiti e si prolungavano quasi sino al gomito. Anche i pesi medi portavano guanti e un elmo crinito, mentre i pesi leggeri combattevano a pugni nudi, non portavano il casco e potevano usare sia le mani sia i piedi. Poi c'era la categoria dei fanciulli che avevano un solo guanto, indossato sulla mano che serviva per colpire, mentre con l'altra potevano soltanto difendersi.
Nyr osservò con interesse i combattimenti e, con sorpresa di Arys, quasi sempre indovinò il vincitore. Dopo tre batterie di corsa, venne infine la volta dei tori e, quando gli animali si presentarono nell'arena, vi fu un'autentica ovazione. Con sorpresa di Nyr, che non amava particolarmente quel tipo di gioco, tutti balzarono in piedi, urlando, applaudendo e invocando il nome del loro atleta preferito.
Nyr non vide niente di nuovo. Anche ad Akrotiri i tori erano addestrati a quel genere di esercizio, perciò non applaudì con calore come gli altri quando un atleta si distese sul dorso del suo toro in corsa né quando un altro prese a volteggiare tra le corna del suo animale ed eseguì una perfetta capriola prima di balzare sull'erba. Applaudì svogliatamente quando un atleta, afferrato il suo toro per le corna, gonfiò i muscoli, costringendolo, apparentemente con la forza, a inginocchiarsi. Quell'esercizio, a casa sua sui monti, lo faceva anche la sorellina Ilia e il toro vi si sottoponeva di buon grado, ben sapendo che, quando si fosse rialzato, avrebbe ricevuto una buona dose di grano misto a orzo. Ma la gente di Gournià si entusiasmava, divertendosi a quelle esibizioni di destrezza e di potenza e lui vide la bella Arys, fuori di sé per l'eccitazione, sgolarsi sino a restare senza voce mentre incitava e applaudiva gli atleti.
Durante un intervallo tra i giochi, si esibirono gli arcieri che destarono però scarso interesse. Nyr, invece, ne fu affascinato. Quegli arcieri erano guardie scelte di Kielos e Nyr fu strabiliato dalla loro abilità. Uno degli ufficiali preposti ai giochi gettava in
aria, il più in alto possibile, un pesante anello di rame largo quanto la base di un'anfora e attraversato da un sottile foglio di pergamena. La freccia, scoccata quando l'anello raggiungeva la condizione di stallo, doveva attraversarlo, perforando la pergamena. Sei erano gli arcieri e , per ognuno di loro, l'ufficiale lanciò quattro anelli. Tutti gli arcieri riuscirono in quella che a Nyr parve un'impresa ai limiti del possibile e tuttavia ricevettero scarsi applausi e subito abbandonarono la radura agli altri tori.
Nel corso di questa seconda tornata, Nyr si divertì soltanto quando un atleta fu tradito dal suo animale. Gli era saltato prima sulla groppa e poi, afferrate le corna, si era esibito in un perfetto esercizio atletico, con la testa contro il muso del toro e i piedi in alto. L'animale ne reggeva il peso sulle corna e, a questo punto, era logico aspettarsi che avrebbe incornato all'indietro per liberarsi dell'uomo; ma questo toro era fatto di una pasta diversa e infatti abbassò il muso, strappò un ciuffo d'erba e prese a masticarlo tranquillamente, a capo chino, indifferente all'uomo che compiva un notevole sforzo muscolare per mantenere quella posizione da ginnasta. Tra il pubblico cominciò a serpeggiare qualche risolino che però si mutò in applausi quando il povero atleta, al limite delle forze e paventando la brutta figura, radunò tutte le energie che gli erano rimaste e, con una capriola perfetta, atterrò sull'erba.
Seguirono altre esibizioni ma niente che Nyr non avesse già visto ad Akrotiri. Infine, atleti e tori si raccolsero di fronte alla tribuna di Kielos che avrebbe dovuto indicare con lo scettro il toro da sacrificare alla Dea Madre. Poiché, dopo il sacrificio, le carni del toro sarebbero state abbrustolite per il popolo, vi fu un'autentica ovazione quando Kielos, invece di indicare soltanto un toro, ne indicò due. Inoltre, Nyr fu contento che non avesse prescelto quello che aveva brucato tranquillamente l'erba invece di recitare la sua parte a beneficio dell'atleta.
Arys posò il palmo della mano sulla coscia di Nyr: «Dopo il sacrificio del toro, Kielos ti manderà a prendere e sarai suo ospite a Palazzo», gli disse, mentre Nyr si eccitava a quel contatto. «Dopo, passa alla casa di Zina. Ti aspetterò nell'atrio. Kora ha lavato il tuo perizoma e te lo restituirò, in modo che non sciupi a bordo questo che ti ha donato Zina.»
«Tu non verrai alla festa di Kielos?»
«Io sono soltanto un'ancella», sorrise lei. «Ma ti aspetterò. Non bere troppo e non lasciarti prendere in trappola da qualche
dama ubriaca, perché alle feste di Kielos tutto può accadere. Zina non vorrebbe.»
«Però devi spiegarmi il perché», si accigliò Nyr. Non capiva che tipo di interesse potesse nutrire per lui una dama come Zina, bellissima, ricca e potente. Aveva già ricevuto complimenti da qualche ragazza di Akrotiri e segni di interesse dalle donne, specialmente dopo le gare di tuffi o di pugilato, e tuttavia la sua sessualità era rimasta latente sino a poche ore prima, quando il contatto con Arys l'aveva risvegliata all'improvviso. Per lui era stata una sorpresa e ne era rimasto turbato ma in nessun modo riusciva a collegarvi l'interesse che Arys pretendeva avesse Zina per lui.
«Possibile che tu non lo capisca da solo?» rispose Arys. «Ma ora taci perché sta per avvenire il sacrificio dei tori!»
«Tu e le ancelle resterete qui per la festa del popolo?» volle sapere Nyr.
«No. Zina non vuole. Sinché saremo al suo servizio ci è proibito avere rapporti di amicizia con gente del popolo.»
«Insomma, non andate alla festa di Kielos e non potete far festa con il popolo», concluse stupito Nyr.
«In compenso abbiamo altri vantaggi», gli sorrise maliziosamente lei. «Ma ora taci e assistiamo al sacrificio.»
I due tori prescelti erano stati portati accanto all'ulivo sacro e dal Tempio uscì un sacerdote avvolto in un mantello bianco. Dietro di lui un bimbetto ignudo reggeva un cuscino color porpora con sopra una daga affilatissima.
Il primo toro venne fatto inginocchiare di fronte all'ulivo sacro e gli fecero rialzare il muso in modo che esponesse la bazza. Il colpo di daga fu preciso e il sangue dell'animale sprizzò sul candido mantello del sacerdote e sulle radici dell'ulivo. Il popolo acclamò; subito dopo, venne sacrificato il secondo toro. Seguì un'ovazione, quindi due guardie di Kielos vennero sotto la tribuna a chiedere di Nyr.
«Ricordati che ti aspetterò a qualsiasi ora Kielos ti lasci libero», gli sussurrò Arys, stringendogli forte la mano.


Capitolo 6.

La dimora di Kielos sembrava immensa, composta com'era da un'infinità di stanze, di cortili, di giardini. Nyr, sempre scortato dalle due guardie, attraversò vasti depositi di olio, di lana, di vino e di miele. Nei magazzini ben arieggiati erano appese cosce di porco salate, in altri vide lunghissime sfilze di pesci appesi a seccare e vide anche interminabili file di giare colme di olive e barili di datteri dolcissimi che venivano dall'Egitto. E, dovunque, si movevano indaffarati ancelle e servitori. Infine giunsero a una porta chiusa, sorvegliata da due guardie. Nyr fu annunciato e fatto entrare. Si trovò allora in un immenso salone decorato, illuminato da lampade a olio infisse nelle pareti. Dalle finestre entrava la brezza della sera, facendo tremolare appena le fiammelle. In fondo al salone, assiso su uno scranno dorato posto tre gradini più in alto del pavimento di marmo, stava Kielos, avvolto, alla maniera orientale, in un mantello color porpora. Accanto a lui, in piedi, il comandante del porto e quello delle guardie.
«Vieni accanto a me, Nyr di Thera», lo invitò bonariamente Kielos, «e raccontaci di quella barca di pirati che trovaste alla deriva.»
Nyr si era atteso una domanda del genere perché era impensabile che Krisis non ne avesse parlato. Perciò raccontò ogni cosa e descrisse i due uomini. Dopo averlo ascoltato in silenzio, gli fecero domande e lui capì che, soprattutto gli ufficiali, non si interessavano tanto al tesoro della scialuppa pirata quanto al punto del suo ritrovamento e alle fisionomie dei cadaveri. Nyr diede risposte chiare e, alla fine, Kielos concluse che era giunto il momento di sedere a tavola. «Più tardi», disse a Nyr, «ti darò un messaggio per il Navarca. Ora raggiungiamo la sala dei banchetti e non facciamo attendere oltre gli invitati.»
La sala dei banchetti era ancor più vasta del salone del Reggitore e Nyr fu sbalordito dal gran numero di persone che vi si trovavano e dallo sfarzo dei convitati. Le donne indossavano lunghe gonne a balze, formate da cerchi di stoffa di colore diverso tra loro, tagliati in modo che andassero restringendosi all'altezza delle cosce per poi allargarsi nuovamente appena sotto il ginocchio. Sul torso nudo indossavano corpetti privi di maniche oppure a manica corta, completamente aperti sul davanti a
esporre il seno. La moglie di Kielos, Aristea, portava sul capo un diadema tempestato di pietre orientali e tutte sfoggiavano i loro gioielli più preziosi. La meno ornata era proprio la più bella, cioè Zina, che portava al collo un monile fatto di perle d'oro, d'argento e di ossidiana nera dal quale pendeva un piccolo sigillo a significare che lei non andava fiera soltanto della propria bellezza ma si proponeva anche come donna d'affari.
Se le donne erano elegantissime, gli uomini non erano da meno. I loro abiti e le acconciature dei capelli gareggiavano con quelli delle dame e non ostentavano meno collane e gioielli. Tutti a torso nudo, indossavano gonne di colori vari che si aprivano all'altezza delle ginocchia per lasciar vedere i calzari impreziositi da decorazioni in oro e argento. La vita era stretta il più possibile da cinture di pelle o di broccato da cui pendevano decorativi pugnali d'argento; i capelli erano arricciati e lunghi sul collo.
Tra gli invitati, che salutarono Kielos con una triplice ovazione, Nyr riconobbe Krisis e ne fu sollevato: l'accoglienza di Kielos era stata più che amichevole, tuttavia si sentiva spaesato in quell'ambiente così lontano dal suo. Krisis gli andò incontro, lo abbracciò e gli disse che era fiero di averlo proposto per la gara di tuffi, poi lo presentò alla moglie, una giovane donna, nera d'occhi e di capelli e dal sorriso dolce, che si chiamava Dinna.
«Ti ho ammirato stamani alla gara di tuffi e ti hanno ammirato anche i miei figli», disse la donna a Nyr: anche la sua voce era dolce come lo sguardo e il sorriso.
«Ora prendiamo posto a tavola», li sollecitò Krisis. «Siamo proprio di fronte a Kielos e ad Aristea, anche se devo questo onore non ai miei meriti personali ma a quelli del mio stallone...»
La lunghissima tavola era ornata di fiori e apparecchiata con vasellame dei più fini. Prima di sedersi Kielos pronunciò un breve discorso, parlando di stagione prosperosa e tranquilla in terra e in mare e dicendosi ancor più fiducioso nel futuro. Le sue parole furono accolte da un'ovazione e, subito dopo, nella sala entrarono i coppieri portando anfore colme di vino mielato. Nyr si trovò di fronte due piatti, uno d'oro con incisa la figura di un cinghiale e uno d'argento con quella di un pesce; era la prima volta in vita sua che ne vedeva di così preziosi. Lui, nonostante il fatto che la sua famiglia fosse tutt'altro che povera, era abituato a mangiare in una ciotola
di legno e a bere dal mestolo comune, e adesso era imbarazzato e si ripromise di osservare il comportamento degli altri ospiti per imitarli.
Il primo cibo fu servito nel piatto d'argento ed era polpo marinato. I coppieri versarono vino bianco di Gournià e, mangiando e bevendo, i commensali intrecciavano discorsi; tutti parevano di ottimo umore. Per quanto la lingua di Akrotiri non differisse poi molto da quella di Gournià, Nyr stentava a capire certe espressioni idiomatiche, i doppi sensi che suscitavano ilarità, certe raffinatezze di linguaggio e apprezzava invece la semplicità della conversazione di Dinna, che gli si rivolgeva spesso.
Dopo il polpo vennero servite, nei piatti d'oro, pernici in umido disossate e i coppieri versarono vino mielato. Da quel momento in avanti, i piatti di carne si alternarono a quelli di pesce, i primi serviti nelle stoviglie d'oro, i secondi in quelle d'argento e, a mano a mano che il pranzo procedeva, Nyr aveva modo di stupirsi per la quantità e la varietà delle portate. Pesce volante e tordi allo spiedo, anguille in salsa piccante e cinghiale con i fichi, frutti di mare e pavoncelle arrosto; poi, fra un piatto e l'altro, c'era sempre qualcuno che proponeva un brindisi. Si brindò a Kielos, ad Aristea, a Minosse, alle belle dame presenti, allo stesso Nyr che, ogni volta, assaggiava appena il vino perché, sapendo che dopo il banchetto avrebbe parlato ancora con Kielos, voleva mantenersi lucido.
Conversava con Dinna e, a tratti, sorprendeva su di lui i grandi occhi vellutati di Zina, seduta a poca distanza da Kielos, alla sua sinistra. L'intensità di quello sguardo turbava profondamente Nyr.
I servitori portarono in tavola lumache in intingolo e, accanto a ogni commensale, misero uno spillone d'oro il cui gambo terminava con un minuscolo fiore d'argento. Com'ebbe estratta dal guscio l'ultima lumaca, Kielos posò lo spillone d'oro e batté le mani a chiedere il silenzio che ottenne immediatamente.
«Cari amici che onorate la mia casa e la mia tavola, consentitemi di assentarmi per un poco col giovane Nyr di Thera al quale devo consegnare messaggi destinati al Navarca. Nel frattempo, non lasciate che le gole si asciughino!»
L'ultima esortazione fu accolta da risate e molti guardarono con simpatia Nyr che si era alzato da tavola e seguiva Kielos fuori della sala dei banchetti. Questa volta con Kielos c'era soltanto il comandante delle guardie di Palazzo e nessun altro fu ammesso nella piccola stanza dove troneggiava una tavola di
cedro cosparsa di tavolette, con al centro un cofanetto e un cilindro di piombo. Kielos li indicò a Nyr: «Dentro ci sono i messaggi che porterai a mio nome al Navarca, ad Akrotiri. Come vedi, sono sigillati e il sigillo dovrà giungere intatto al destinatario, sotto la tua responsabilità». Per quanto avesse mangiato e bevuto, Kielos era perfettamente composto e gli occhi, seppure lucidi, erano fermi e intenti, a far comprendere a Nyr l'importanza dell'incarico che gli affidava.
«Se gli dèi saranno con me e con la mia nave, quei messaggi arriveranno intatti ad Akrotiri e li consegnerò al Navarca di persona», rispose Nyr.
«Gli dèi saranno sicuramente con te», disse Kielos in tono sbrigativo. «Ma dovrai portare anche messaggi che... non ho fatto a tempo a mettere per iscritto. Li riferirai a voce al Navarca. Pensi di avere buona memoria?»
«Parla, mio signore, e io non dimenticherò le tue parole.»
«Bada che esse sono dirette soltanto al Navarca. Per chiunque altro la tua memoria non funzionerà. E ora ascolta bene la prima comunicazione: io, Kielos, sono convinto che il Faraone, Grande Fratello di Minosse, sia giustamente preoccupato. Ed ecco la seconda: ciò che farà l'isola del Re dovranno fare le altre Isole, prima fra tutte Thera. Infine, la terza comunicazione: Kielos desidera una risposta dal Navarca non appena possibile, anche a costo di rischiare una nave prima che venga riaperta la navigazione. Questo è tutto. Ora ripeti.»
Nyr ripeté fedelmente parola per parola e, alla fine, Kielos apparve soddisfatto. «Ora so che ho fatto bene a fidarmi del giudizio di Krisis sul tuo conto. Spero che sia tu stesso a portarmi la risposta del Navarca e sarai ricompensato. Ora torniamo nella sala dei banchetti per il commiato dagli ospiti, soprattutto da Zina che ti ha accolto in nome mio...»
Si avviarono a fianco a fianco e dietro di loro veniva il comandante delle guardie, seguito da un ufficiale al quale erano stati affidati il cofanetto e il cilindro contenenti i messaggi. Nella sala dei banchetti, Nyr abbracciò e baciò sulle guance Krisis e Dinna ma Zina non gli si avvicinò che al brindisi proposto da Kielos in onore di Nyr.
«Che il potente dio Efestos, signore dei mari e delle tempeste, e le sue figlie, dee del mare, accompagnino il tuo viaggio e
lo rendano sicuro, facile e veloce», brindò Kielos.
Nyr si trovò in mano una coppa di vino e, al fianco, Zina.
«Bene augurando!» Il fausto auspicio di tutti i convitati risuonò nella grande sala, ma Nyr udì distintamente la voce di Zina dire: «Che Nyr ritorni presto!»
Poi Zina uscì con lui dalla sala e, mentre gli camminava a fianco, gli sussurrò: «Se è vero che non sei mai stato con una donna mantieniti casto sino a che non tornerai a Gournià. Me
lo prometti?»
Non gli diede il tempo di rispondere e, dopo essersi guardata intorno per accertarsi che fossero soli, la sua bocca cercò quella di Nyr con prepotenza e la lingua gli sforzò la chiostra dei denti. Nyr si sentì affogare in un torrente di miele mentre istintivamente cercava di stringerla a sé ma Zina, brusca, si liberò.
«Ho la tua promessa?» gli chiese, fissandolo con occhi scintillanti.
«Te lo prometto!» mormorò Nyr, ancora stordito per quel bacio che gli aveva messo in tumulto il sangue.
«Allora dirai all'ufficiale che ti accompagnerà al porto di fermarsi al tempietto della Dea dei Serpenti, che è lungo la strada, perché vuoi ringraziarla dell'accoglienza ricevuta da Kielos. La scorta non ti seguirà all'interno del tempio e tu farai solenne voto alla dea di non penetrare una donna fino al tuo ritorno qui a Gournià. Lo farai? Presto, rispondi!»
«Lo farò», promise Nyr, emozionato.
«Bada, se non onorerai il voto la Dea dei Serpenti si vendicherà su di te e sulla tua nave!» ammonì Zina. In quel momento udirono un rumore di passi e comparve l'ufficiale che avrebbe accompagnato Nyr al porto. Costui, non appena li vide, si fermò rispettosamente a qualche passo di distanza.
«Ecco la tua scorta», disse ad alta voce Zina. «Che il tuo viaggio sia rapido e sicuro, con il favore degli dèi.»
«Ti ringrazio per l'accoglienza e ti auguro ogni bene», rispose Nyr. Zina tornò rapidamente al salone e Nyr si avviò con l'ufficiale che recava i messaggi destinati al Navarca. Prima di uscire dal Palazzo a loro si aggiunse un drappello di soldati muniti di torce e, una volta fuori, Nyr chiese all'ufficiale di fermarsi al piccolo tempio della Dea dei Serpenti.
«Purtroppo non ho con me offerte per ringraziarla dell'accoglienza avuta da Kielos», spiegò, «ma le farò promessa di un dono per il mio ritorno a Gournià.»
L'ufficiale non trovò nulla di strano nella richiesta, anzi se ne compiacque perché, dopo la Dea Madre, la Dea dei Serpenti e
la Dea della Colomba erano tra le più venerate in tutta
Gournià. Infatti, quando giunsero al tempietto, si fermò,
indicandolo a Nyr. Uno dei soldati gli diede una torcia e il giovane si avviò al tempio e vi entrò mentre la scorta lo attendeva fuori.
Una volta all'interno, la fumosa luce della torcia gli rivelò la statua lignea della dea e subito lo prese un tremore in tutte le membra perché, forse per le oscillazioni della fiamma, gli parve che la statua si animasse, che gli occhi dipinti lo fissassero imperiosamente, che i serpenti di legno si snodassero vivi tra le mani che la dea teneva sollevate. Con mano incerta riuscì a infilare la torcia in un anello infisso nel muro e, senza più osare sollevare
lo sguardo sulla dea, le si prosternò, pronunciando con voce appena udibile il suo voto: «Io, Nyr dell'ìsola Rotonda, faccio voto a te, Dea dei Serpenti, di non penetrare alcuna donna sino al mio ritorno a Gournià».
Rialzatosi, i suoi occhi incontrarono nuovamente quelli della dea e, questa volta, gli parvero fermi e indifferenti, soltanto occhi di legno dipinto come erano in realtà. Prese allora la torcia e uscì dal piccolo tempio. Quando lui e la sua scorta furono più che a metà della strada lastricata che scendeva al porto, si ricordò all'improvviso che avrebbe dovuto ritirare alla casa di Zina il suo vecchio perizoma e gli parve di riudire la voce dell'ancella Korys che gli diceva trepidante: «Ti attenderò a qualsiasi ora!» Ma si rese conto che avevano ormai oltrepassato la casa di Zina e non volle chiedere all'ufficiale di tornare indietro.
Quando giunsero ai moli distinse nell'oscurità la sagoma della piccola tonda, rimasta sola all'ancoraggio. Al vederla ebbe una stretta al cuore perché gli si ripresentò vivida l'immagine del barbaro dagli occhi di falco: era riuscito a resistere per tutte quelle ore in acqua oppure l'essere scampato al sacrificio decretato da Kielos gli era risultato inutile? Al molo era attraccata una barca con due vogatori addormentati. Le guardie li svegliarono e quelli si misero prontamente ai remi.
«Bene augurando», disse l'ufficiale a Nyr, dopo avergli consegnato il cofanetto e il cilindro.
«Ti ringrazio. Bene augurando alla gente di Gournià», rispose Nyr. Poi, con un leggero sciacquio, la barca si staccò dal molo e prese a muoversi nelle scure acque del porto. Prima ancora che abbordassero la tonda, udirono il russare, sonoro e diseguale, dell'equipaggio addormentato, anche se qualcuno doveva essere rimasto sveglio perché, dalla parte di prora, si sporse
un'ombra e Nyr passò al Barbiere il cofanetto e il cilindro, prima di issarsi a bordo.
«Buon viaggio con il favore degli dèi», dissero dalla barca.
«Bene augurando a voi», rispose Nyr e la barca si allontanò silenziosa.
«Dormono tutti», sussurrò il Barbiere in tono rassicurante. «Ho fatto salire a borbo il barbaro profittando della confusione quando le altre navi sono tornate alle banchine. Gli ho dato da mangiare e da bere. E nascosto dentro il gavone di prora...»
«Hai avvertito Depas?»
«Ha brontolato ma è d'accordo.»
«Che gli dèi assistano noi e il barbaro», sospirò stancamente Nyr. «Il difficile verrà quando dovremo farlo sbarcare ad
Akrotiri. Allora ci occorrerà davvero la loro protezione.»
«Forse il barbaro ha i suoi dèi cui chiedere protezione», sussurrò il Barbiere.
«Allora sarà meglio per lui e per noi che li invochi e che essi gli diano ascolto», concluse Nyr. «E ora ti prego di lasciarmi dormire perché sono stanchissimo.»
«Ma come! Non vuoi raccontarmi della festa, dell'accoglienza di Kielos, del Palazzo?» protestò il Barbiere.
«Non adesso, ti prego! Ho mangiato e bevuto più del solito e mi si chiudono gli occhi. Ti racconterò domani tutti i particolari.»
Sistemò accanto a sé il cofanetto e il cilindro di piombo, si sdraiò sulla tolda e, dopo un lungo sospiro, cadde immediatamente nel sonno. Poco dopo il Barbiere gli sistemò addosso una leggera coperta di lana e gli si stese accanto. Il suo ultimo pensiero, prima di addormentarsi a sua volta, fu per il barbaro dagli occhi di falco di cui si era già perdutamente innamorato.


Capitolo 7.

La piccola tonda procedeva con sforzo, navigando con mare e vento contrari, ma i vogatori erano robusti e allenati e Akros non lesinava loro l'acqua mista a vino. A tratti si sentiva Trippa arringarli a modo suo: «Forza sui remi, gentaglia! Fate che dalle vostre manine delicate sprizzi il sangue, se volete arrivare ad Akrotiri in tempo per berne una coppa! Ma che dico! Non una coppa ma un'anfora, ora che siete ricchi!»
I vogatori, benché messi a dura prova, riuscivano a trovar fiato sufficiente per ridere e, qualche volta, persino per rispondere a tono al timoniere.
A sole alto, mare e vento si acquetarono e la nave procedeva più veloce. A prora, il Barbiere cantava:
Vorrei che il mio amante dopo avermi allargate le natiche mi squassasse le reni sino a farmi sanguinare...
Depas lo ascoltava disgustato, Nyr neppure lo sentiva, ché la sua testa turbinava di pensieri e di emozioni. Sotto di lui, chiuso nel gavone tra oro, argento e rame, stava nascosto il barbaro e Nyr non riusciva a farsi venire un'idea per farlo sbarcare di nascosto. Infine si disse che gli dèi lo avrebbero aiutato a trovare una soluzione perché, senza il loro favore, nessuno sarebbe riuscito a salvare il barbaro.
Il sole era a metà della sua discesa quando avvistarono gli alti picchi dell'isola Rotonda. I vogatori allora raddoppiarono lo sforzo e ben presto apparve ai loro occhi la bianca città di Akrotiri.
Come furono in prossimità del porto, videro che molte imbarcazioni ne erano uscite e gli andavano incontro, festosamente sventolando i vessilli azzurri di Akrotiri. A bordo c'erano il fratello e la moglie di Akros, amici e parenti dei vogatori, la segaligna moglie di Trippa, il quale sospirò al vederla e disse ad Akros che gli stava vicino: «Speriamo che il periodo a terra passi presto...»
Nyr distinse la piccola barca da pesca del suo vecchio amico
Tiri che, quando fu sottobordo, gli gridò: «Tuo padre ti attende da tre giorni qui in città!»
Nyr lo salutò con slancio, lieto di rivedere il vecchio pescatore al quale voleva bene come a un padre e che lo ricambiava con
lo stesso affetto.
Vogando adagio e scortata dalle barche, la tonda entrò finalmente in porto, dirigendosi al suo solito attracco fra le altre navi. Prima di raggiungerlo, Akros venne sul banco di prora.
«Non mi sembra prudente portare a terra il nostro bottino questa sera, con tutta la confusione che ci sarà sulla banchina», disse a Nyr. «Sarebbe opportuno che qualcuno di noi dormisse a bordo per fare lo sbarco domattina in tutta calma.»
«Posso restare io insieme con il Barbiere e con Depas», rispose subito Nyr perché quella proposta gli tornava utile. In tal modo, infatti, avrebbero avuto agio di far sbarcare il barbaro e di nasconderlo in qualche posto. Anche il Barbiere e Depas pensarono la stessa cosa e si dissero disposti a dormire a bordo.
«Bene, allora», concluse Akros. «Non appena sbarcati manderò un uomo ad avvertire il Navarca che hai messaggi per lui da parte di Kielos e sentiremo se vuol riceverti questa sera stessa.»
Una volta presi gli accordi con l'equipaggio, Akros si preoccupò della manovra di attracco e, dopo che furono ormeggiati, cominciarono a scendere a terra i vogatori, accolti da parenti e amici. Nyr vide sul molo il padre, un uomo poderoso dai capelli grigi, e lo invitò a salire a bordo.
«Scendi tu, figlio mio», gli replicò il padre ridendo. «Sai bene che non ho mai messo piede su una barca e non intendo farlo neppure questa volta!»
Allora Nyr balzò sul molo e il padre lo strinse in un abbraccio. «Eravamo in pensiero per te, soprattutto tua madre temeva chissà quale sciagura!»
«Gli dèi mi hanno protetto, padre», sorrise Nyr e abbassando la voce proseguì: «E non si sono limitati a quello, hanno fatto di me un uomo ricco!»
«Ma che vai dicendo, figlio! Hai forse bevuto in navigazione?» sorrise un po' allarmato Korys.
«Soltanto acqua, padre. Ora però vinci la tua riluttanza e sali a bordo perché, per questa notte, io dovrò dormire sulla nave. Non chiedermi spiegazioni perché non te le posso dare qui sul molo in mezzo a tanta gente.» Esitando, Korys salì, con passo
incerto, lungo la tavola che fungeva da passerella, con Nyr dietro, pronto a sorreggerlo se avesse sbandato. A bordo lo accolsero con grandi effusioni Depas e il Barbiere e stavano ancora scambiandosi saluti quando dal molo venne la voce concitata di Tiri: «Ehi, voi della tonda! Si può sapere dov'è finito Nyr? Non lo vedo, a terra!»
Un momento dopo, anche il vecchio Tiri era a bordo e già Nyr e i suoi amici si disponevano a raccontare del loro viaggio e dell'insperata fortuna che avevano incontrato, quando dal molo chiamarono ancora e stavolta erano due guardie del porto che chiedevano di Nyr.
«Ti vuole subito il Navarca! Scendi a terra; abbiamo l'ordine di condurti da lui!»
Dopo aver raccomandato agli amici e al padre di non lasciare la nave per nessun motivo, Nyr prese i messaggi di Kielos e scese a terra. Scortato dalle guardie, si avviò al palazzo del Navarca che, dalle alture della città, dominava il porto. Nyr non aveva mai visto l'interno del palazzo ed era curioso di fare il paragone con quello di Kielos. Non appena vi giunsero, trovarono ad attenderli sulla soglia dell'ingresso principale un servo che reggeva una torcia e che fece loro strada attraverso varie stanze dai pavimenti decorati a mosaico e le pareti affrescate con scene di navi. Anche lì v'erano cortili con alberi e statue che però Nyr riusciva appena a intravedere alla vacillante fiamma della torcia. La casa si inerpicava più alta di quella di Kielos e, per passare da una stanza all'altra, si dovevano salire fino a sei gradini.
Il Navarca attendeva Nyr in una grande sala illuminata da torce e ventilata da grandi finestre al di sopra delle quali vi erano grandiosi affreschi rappresentanti navi e paesi dell'isola Rotonda. Su un tavolo era collocato un lume a olio e, dietro il tavolo, in piedi e in atteggiamento impaziente, stava il Navarca, un uomo anziano, asciutto, dai riccioli bianchi ben curati. Sopra la gonna indossava un mantello chiuso al collo da un fermaglio d'oro.
«Sei il benvenuto, Nyr, e spero che tu abbia fatto buon viaggio da Gournià ad Akrotiri. Poiché mi hanno riferito che è da Gournià che venite. Io vi pensavo a Melo...»
Era evidentemente una richiesta di spiegazioni e Nyr riferì dell'accordo con Krisis che aveva desiderato essere condotto a Gournià in tempo per la festa di chiusura della navigazione, dell'avvistamento dell'imbarcazione barbara col tesoro e della
calorosa accoglienza che avevano ricevuto a Gournià. Infine posò sul tavolo il cilindro e il cofanetto che contenevano i messaggi e concluse dicendo che Kielos gli aveva affidato anche alcuni messaggi orali.
Il Navarca accarezzò con le dita scarne il cofanetto e il cilindro, accertandosi dell'integrità dei sigilli. Infine osservò: «Mi chiedo perché Kielos abbia affidato a te questi messaggi invece che al capitano Akros...»
«A questo non saprei rispondere, Navarca. Forse perché, quale vincitore della gara di tuffi a Gournià, ero suo ospite alla festa di Palazzo. Altre spiegazioni non saprei trovarne», replicò Nyr.
«Riferiscimi i messaggi orali, adesso», disse il Navarca.
«Sono tre. Il primo è il seguente: Kielos è certo che il Faraone, Grande Fratello di Minosse, sia giustamente preoccupato. Il secondo è: così come farà l'isola del Re dovranno fare anche le altre Isole, prima fra tutte l'isola Rotonda. Il terzo messaggio...»
«Un momento!» lo interruppe il Navarca che appariva accigliato. «Ripetimi il secondo messaggio. Se ho ben capito, Kielos desidera che tutte le Isole, la nostra per prima, seguano l'esempio dell'isola di Creta? E così?»
«Questo è quanto Kielos mi ha detto e mi ha fatto ripetere per essere certo che avessi ben capito», rispose Nyr.
«Dammi il terzo messaggio, allora», borbottò il Navarca.
«La tua risposta ai messaggi che Kielos ti manda deve essergli inviata con la massima urgenza, a costo di rischiare una nave ancor prima che venga riaperta la navigazione.»
Il Navarca accolse il terzo messaggio con un mutismo preoccupato che durò alcuni minuti. Infine disse: «Sono notizie di una certa gravità e vedrò quanto riscontro trovano in quelle scritte che mi hai portato. Dovrò interpretarle ed è possibile che io ti voglia interrogare ancora alla presenza dei consiglieri di Akrotiri. Perciò resta in città, domani».
«Farò come tu comandi, Navarca», rispose Nyr.
«Per ora grazie, ma ti debbo riconoscenza e se avrai bisogno di un favore non esitare a chiedermelo. Ora va' e trascorri una buona notte di riposo al sicuro dalle onde del mare.»
Poco dopo Nyr risaliva a bordo della tonda dove il padre e Hri stavano ancora ascoltando sbalorditi la storia della barca pirata trovata in pieno mare e delle prodezze di Nyr che,
avendo vinto la gara di tuffi, era stato invitato da Kielos ed eletto messaggero per il Navarca.
«Però», disse il Barbiere indicando furtivamente con l'indice il gavone, «non gli abbiamo ancora detto tutto...»
«Dovevate dirglielo, ho bisogno dell'aiuto di mio padre Korys e della mia famiglia per nascondere il barbaro», replicò subito Nyr e, poiché il padre e Tiri lo fissavano sbigottiti, raccontò del sacrificio dei pirati nel golfo di Gournià, di come uno di loro fosse per miracolo riuscito a fuggire e lui l'avesse prima aiutato a nascondersi e successivamente, con l'aiuto e la complicità di Depas e del Barbiere, fatto salire sulla nave.
«Ora è chiuso nel gavone di prora, proprio sotto di noi», concluse, «e credo sia giunto il momento di fargli prendere una boccata d'aria...»
«E di dargli da mangiare e da bere», aggiunse Depas. «Ho
lo stomaco vuoto e le labbra secche, Nyr e, se dobbiamo restare a bordo, tanto vale che diamo fondo alle provviste che ci son rimaste...»
«Ma... figlio mio!» esclamò sbalordito Korys. «Non si può certo dire che questo tuo mestiere di marinaio non riservi emozioni a te e agli altri! Vi rendete conto della gravità di quel che avete fatto aiutando un pirata e portandovelo dietro di nascosto?»
«Sì, me ne rendo conto, padre», rispose Nyr, «ma ti assicuro che sono stati gli dèi a spingermi. Pensi che altrimenti il pirata si sarebbe salvato, credi che avremmo potuto farlo salire a bordo e portarlo sin qui? E credi che, senza il favore degli dèi, Akros avrebbe deciso di sbarcare il bottino domattina, dandoci così l'opportunità di far scendere a terra il barbaro? Io credo che la mia mano sia stata guidata da una delle dee del mare e, per quanto riguarda il pirata, è impossibile che anch'egli non sia stato aiutato dai suoi dèi!»
Nyr aveva toccato il tasto giusto: infatti il padre e Tiri sospirarono, già a metà convinti, e tuttavia il timore era ancora grande perché era risaputo che chiunque desse asilo a un pirata rischiava pene gravi e persino la confisca dei beni.
«Che direbbe il Navarca se venisse a saperlo?» chiese Korys, preoccupato.
«Prima di congedarsi da me, questa sera, mi ha detto che mi deve riconoscenza e di non esitare a chiedergli un favore se ne avessi bisogno. Gli chiederei di risparmiare la vita al
pirata, facendogli presente ciò che ho detto a voi e cioè che quel barbaro gode del favore degli dèi», rispose Nyr.
«E allora che aspettiamo a farlo uscire da là sotto e a mangiare e bere con lui?» si spazientì Depas.
«Prima devo chiedere a mio padre se intende accoglierlo nella nostra casa sui monti», replicò Nyr.
«Tu vuoi che accolga in casa nostra un uomo che si è rifiutato di dirti il suo nome, che è un pirata e quindi un assassino?» si accigliò Korys. «Mi chiedo che ne direbbe tua madre!»
«Sappiamo che è un pirata, padre, ma quando gli dèi ti mandano un ospite tu non gli chiedi se le sue mani si sono sporcate di sangue. Sai bene che l'ospite è sacro», ribatté Nyr. «Non credo che continuerei a godere del favore degli dèi se, dopo aver salvato costui, ora lo abbandonassi!»
«Ti prego, Korys, da' ascolto a tuo figlio!» intervenne il Barbiere. «Cos'altro potremmo fare se non nasconderlo, ora che gli abbiamo salvato la vita? Neppure io vorrei perdere il favore degli dèi!»
«E nemmeno io!» esclamò Korys, «ma come riuscirò a portarlo fin sui monti senza che nessuno ci veda?»
«Partendo questa notte stessa, con il favore delle tenebre e con la protezione degli dèi», rispose subito Nyr.
«Vedo che ci avevi già pensato», si arrese Korys. «E così sarà, ma non so se questa sia veramente la volontà degli dèi o non piuttosto la tua, figlio. Comunque, fammi guardare in faccia questo barbaro.»
«Scendo immediatamente!» esclamò il Barbiere e, d'un balzo, fu di sotto e aperse il gavone. Pochi momenti dopo lui e il barbaro erano sulla coperta di prora. Seppure alla scarsa luce della luna, Korys e Tiri furono entrambi impressionati dalla statura, dagli occhi imperiosi e dal suo modo dignitoso di presentarsi. «Vi ringrazio tutti», disse nel suo cretese stentato. «Ho udito i vostri discorsi e, se ho gradito le parole di Nyr, trovo assennate le obiezioni del padre. Non è mia intenzione farvi correre rischi. Non vi serberò rancore se mi consegnerete alle autorità di questo porto, perché è possibile che il loro trattamento sia più umano di quello che Kielos ha riservato a me e ai miei compagni. Decidete dunque liberamente.»
Nyr guardò il padre e subito gli lesse negli occhi l'approvazione per quanto il barbaro aveva detto.
«Mi sembri un uomo franco come i tuoi occhi che guardano
dritti nei miei», disse Korys, «e apprezzo il tuo modo di parlare. La nostra decisione comunque è stata presa, naturalmente se ti contenterai di vivere sui monti.»
«Sui monti sono nato», replicò il barbaro, «e vivo altrettanto volentieri sui monti che sull'acqua. Se mi offrirai ospitalità ti ricambierò col mio lavoro, perché mi intendo di pecore e di capre e se mi darai un'accetta taglierò per te tutta la legna che vorrai.»
«Questi discorsi producono in me una grande commozione», intervenne Depas, «ma anche una gran sete e una gran fame. E allora che ne direste di mangiare e bere?»


Capitolo 8.

Se la sera precedente erano accorsi in molti all'arrivo della nave di Akros, al mattino si riversò in porto una vera folla poiché s'era sparsa la voce del ritrovamento di una barca pirata carica di bottino e tutti erano ansiosi di vederlo con i propri occhi. Il Navarca aveva inviato un drappello di guardie per mantenere l'ordine e, su esplicita richiesta di Akros, uno stimatore ufficiale di preziosi.
Ma c'era anche un'altra ragione per tutto quel brulicare di gente in porto. Dall'arrivo della tonda di Akros non era ancora trascorsa metà della notte che, proprio mentre Korys e il barbaro prendevano di soppiatto la via dei monti, un'improvvisa tempesta s'era scatenata in cielo e in mare. Enormi cavalloni rompevano contro le scogliere a difesa del porto, sorpassandole e riversandosi nell'acqua calma. Un forte vento occidentale ne trasportava gli spruzzi sino alle colline. Già sul far dell'alba nere nuvole s'erano addensate sul cielo di Akrotiri e, poco dopo, gli dèi avevano fatto udire la loro voce tonitruante e il cielo s'era screpolato in una ragnatela di folgori mentre una valanga d'acqua si abbatteva sulla città, martellando tetti e strade. I cittadini avevano accolto la pioggia torrenziale con la gratitudine di chi non la vede da mesi e, in quanto alla tempesta sul mare, avevano subito pensato che la nave di Akros era certamente protetta da Efestos e dalle dee del mare che avevano atteso, per esercitare i loro diritti, che la piccola tonda rientrasse in porto.
Ora la pioggia era cessata ma il mare era tuttora in furia e sarebbe stato fatale a navi anche più grandi di quella di Akros; il popolo aveva subito pensato a una speciale protezione degli dèi e di questo era convinto anche Akros che aveva deciso di offrire alla Dea Madre, oltre alle tre collane scelte da Krisis, un dono personale.
Anche Nyr aveva intenzione di offrire un dono personale alle dee del mare e in particolare a Egea. Due anni prima, al momento di imbarcarsi, un indovino cieco di cui nessuno voleva tenere in conto le profezie - che erano sempre catastrofiche - gli aveva predetto: «Vedrai molte terre e navigherai su molte navi. Raccomandati a Egea la Zoppa, figlia di Efestos».
Come tutti i Minoici, Nyr aveva rispetto per gli dèi ma la sua natura, come quella del suo popolo, era essenzialmente pratica.
Onorava gli dèi e faceva loro le offerte consuete, tuttavia gli era ben chiaro che, senza capacità di navigare e senza senno, gli dèi avrebbero potuto far ben poco per lui. Quel mattino, però, sentiva di dover qualcosa alla dea Egea. Perché avevano trovato un tesoro in mare. Perché aveva conosciuto Kielos e il Navarca. Perché aveva potuto ammirare la nuovissima nave di Zina. Soprattutto perché lui e la sua nave erano scampati, per poche ore soltanto, a un fortunale che avrebbe inabissato la tonda, il suo equipaggio e il tesoro che aveva a bordo.
Quando lo stimatore iniziò il suo lavoro al cospetto di Akros e del suo equipaggio al completo, una gran folla era assiepata sulle banchine, sui moli e sulle navi ancorate accanto alla tonda di Akros. Lo stimatore prendeva un pezzo e, dopo averlo osservato attentamente, lo levava in alto alla miglior vista degli spettatori e ne diceva il prezzo in barre di rame prima di riporlo.
«Akros, perché hai chiesto uno stimatore se i preziosi erano già stati valutati da Krisis?» chiese Nyr al capitano.
«È una questione di correttezza», borbottò Akros. «Krisis era un mio passeggero e non voglio si possa pensare che mi ha favorito nella stima.»
«Ma nessuno di noi lo penserebbe mai», obiettò Nyr. «In particolare io, Depas e il Barbiere eravamo presenti quando lui te lo propose e rifiutasti!»
«Nyr, ricordati che la verità che ha valore non è quella autentica ma quella che riesci a dimostrare», lo ammonì Akros. «Non dimenticarlo mai. Voglio paragonare le due stime e se quella di Krisis sarà favorevole all'equipaggio l'adotterò: tuttavia, se fosse il contrario, non esiterò a seguire quella dello stimatore ufficiale. E ora voglio dirti un'altra cosa, anche se avrei desiderato parlartene in un momento di quiete. La prossima stagione resterò a terra. Sarò soltanto l'armatore della mia nave, non più il capitano. Ho voglia di alberi e di erba, non più di mare. Ho voglia di rimanere con la mia famiglia e, la notte, di dormire quieto in un letto e non su tavole di legno, gli occhi alle stelle e nel cuore la paura della tempesta. No, non partirò più con la tonda. Ma vedrò comunque di sistemare te e l'equipaggio su qualche altra nave se non doveste gradire il capitano che troverò in mia vece...»
«Akros! Questa è davvero una gran brutta notizia... non voglio crederci!» esclamò Nyr, sorpreso e addolorato.
«Eppure sarà un bene per te», replicò Akros. «Come il marinaio
conosce mari e terre diversi, così l'uomo deve imparare a conoscere uomini diversi da quelli ai quali è abituato. Inoltre sai bene che la mia tonda fa piccolo cabotaggio fra le Isole. Che viaggi potresti fare restandovi imbarcato? Non vedresti mai i continenti orientali e quelli a nord, non arriveresti mai in Egitto, non conosceresti mai popoli diversi da quelli egei. Ma ne riparleremo. Tra poco, terminata la stima, metterò all'asta i gioielli dell'equipaggio e quelli della nave. Vuoi vendere anche i tuoi?»
«No, non venderò neppure uno dei miei gioielli», sospirò Nyr, ancora scosso per la notizia che non avrebbe più navigato con Akros. «Almeno sino a quando non mi sarò consultato con mio padre circa la possibilità di costruire una casa ad Akrotiri. Krisis mi disse che sarebbero stati sufficienti. Tu che ne pensi?»
«Non so se Korys avrà piacere di lasciare i suoi monti per venire a vivere in città», rispose un po' sorpreso Akros.
«A me piacerebbe e glielo chiederò», disse Nyr in tono convinto. Avrebbe parlato ancora dell'argomento se non fossero stati interrotti dallo stimatore che aveva terminato il suo lavoro. La sua stima e quella di Krisis erano pressoché eguali e si poteva dunque passare all'asta. I gioielli furon tutti acquistati dagli orafi di Akrotiri, i lingotti d'oro da un mercante, quelli d'argento furono frazionati tra parecchi acquirenti mentre le lastre di rame furono depositate nella casa del Navarca. Alla fine, Akros e tutti i membri dell'equipaggio ebbero ciascuno una tavoletta con segnato l'importo del loro credito che avrebbero potuto esigere in qualsiasi momento, in tutto o in parte, dagli acquirenti che avevano imposto sulla tavoletta il loro sigillo a garanzia o dal Navarca cui era stato affidato il rame. Anche Nyr ebbe la tavoletta che rappresentava la sua parte, e la considerò con orgoglio perché era la prima volta che il suo credito raggiungeva una tale entità da non poter essere pagato in barrette di rame che stessero dentro una borsa.
«Ora dovremmo offrire i doni promessi a Efestos e alla Dea Madre», gli disse Akros dopo che i mercanti se ne furono andati dietro ai carri che trasportavano il rame. «Però non
sarà facile raggiungere l'imboccatura del porto con quelle ondate che ancora vi si riversano. Attenderemo quindi che il mare si calmi.»
«Sì», rispose Nyr, «anche perché il Navarca mi ha ordinato di restare in città per tutta la giornata di oggi nel caso mi
volesse interrogare alla presenza dei consiglieri. Non voglio disubbidirgli ma ho anche tanto desiderio di riveder la mia famiglia...» «E di sapere che accoglienza hanno riservato al barbaro che hai portato via di sotto il naso a Kielos, vero?» lo provocò Akros, e Nyr, a quelle parole del capitano, allibì non riuscendo a rispondere. «Credevi proprio che non mi fossi accorto dei maneggi del Barbiere e di Depas? E che non abbia notato che Korys se n'è tornato sui monti senza attenderti? Io non so a quale ragione tu abbia ubbidito salvando quel pirata, ma ti invito a essere meno impulsivo per l'avvenire, Nyr. Lo scherzo giocato a Kielos, uomo potente che ti ha conferito importanza facendoti suo messaggero, potrebbe essere risaputo e in questo caso non la passeresti liscia. Inoltre, hai messo a repentaglio la sicurezza della nave e i buoni rapporti fra Gournià e Akrotiri. Senza parlare del re Minosse Deucalion, che tutti riconosciamo e che non sarebbe certo contento che un ragazzino abbia beffato il Reggitore di Gournià. Ma ormai la cosa è fatta e c'è soltanto da sperare che non produca danno.»
«Ho agito d'impulso», sospirò Nyr, «e senza riflettere sulle conseguenze, ma debbo confessarti che non mi pento di ciò che ho fatto. Forse quel barbaro ha propri dèi che lo proteggono, forse sono loro che, per quanto non siano i miei, mi hanno ispirato...»
«Gli dèi non ispirano gli sciocchi e tu non lo sei», sospirò Akros e, in quel momento, da terra una guardia gridò il suo nome e quello di Nyr.
«Il Navarca vi vuole subito alla sua casa!» li avvertì non appena giunse sottobordo. «Sbrigatevi perché ci sono anche i consiglieri!»
«Se ha riunito i consiglieri è segno che gli hai portato notizie preoccupanti», borbottò Akros. «Ebbene, andiamo.»
«Lascia che io porti con me la mia roba», si preoccupò Nyr. «Non posso lasciarla a bordo sulla nave incustodita.»
Dal gavone di prora trasse la sua grande sacca in pelle di
bezoar e vi ripose con cura la sua parte di bottino e le sue cose personali.
Chiusa la sacca, se la gettò sulle spalle e trovò gradevole quel fardello perché era il peso della sua ricchezza personale, era la possibilità di costruire per sé e per la sua famiglia una casa ad Akrotiri. Una casa dalla quale si potesse dominare il porto e che non richiedesse ore di cammino sui monti per essere raggiunta.
E se il padre Korys o la madre Akena avessero provato nostalgia dei verdi monti lui avrebbe fatto affrescare le pareti con scene pastorali, mentre quelle di mare sarebbero state vive e mobili affacciandosi alle vedute.
Quando, scortati dalla guardia, raggiunsero la casa del Navarca, al sole mancava poco per raggiungere il punto più alto nel cielo.
Il Navarca li attendeva nella stessa sala dove aveva ricevuto Nyr la sera prima ma, questa volta, il sole entrava a fiotti dalle vedute, illuminando gli affreschi che incantarono Nyr ancor più della sera precedente. Sarebbe stato troppo costoso per lui affrescare similmente le stanze della casa che aveva in animo di far costruire per sé e per i propri genitori?
Seduto su uno scranno dietro il lungo tavolo, il Navarca aveva tre consiglieri da una parte e tre dall'altra. A un capo del tavolo sedeva il capitano Lisos, un ometto minuto e magro, dall'apparenza fragile ma dallo sguardo penetrante.
«Ho fatto chiamare anche te, Akros, perché, da esperto uomo di mare quale sei, non avrai mancato di osservare la consistenza della flotta di Gournià», esordì il Navarca. «Ora vogliamo sapere se sei in grado di riferircene.»
«Ho osservato la flotta e ho preso nota delle navi da guerra e di quelle commerciali», rispose Akros.
Adesso che era a terra il capitano indossava un doppio perizoma ricamato la cui parte anteriore si abbassava sino alle ginocchia, formando un comodo grembiule munito di una tasca. Akros ne trasse la tavoletta che aveva inciso nel porto di Gournià e la porse al Navarca che, dopo averla considerata con attenzione, la passò ai consiglieri.
«La tua diligenza», disse ad Akros, «ci pone in grado di sapere ciò che fino a oggi sospettavamo soltanto: il nostro amico Kielos mente circa il numero delle sue navi da guerra e vuol farci credere di averne meno di quante non ne abbia in realtà. Valuteremo i dati, trarremo conseguenze, prenderemo decisioni ponderate, per le quali occorrerà del tempo. Ora, mentre mi intrattengo con i consiglieri e con il capitano Lisos, ti congedo con i miei ringraziamenti. In quanto a te, Nyr, attendimi in un'altra stanza. Mangerai alla mia mensa visto che si è fatto tardi perché tu possa raggiungere la tua famiglia sui monti».
Il desinare del Navarca non aveva assolutamente niente della magnificenza con cui era stata servita la cena di Kielos. Pesci alla griglia, caprino fresco, fichi ben maturi e un'anfora d'acqua tenuta al fresco nel profondo di un pozzo. Un vecchio servitore e una giovanissima ancella servivano a tavola e i piatti erano di maiolica decorata ma vecchi e sbreccati.
Nyr mangiò di gusto quelle cose semplici, si dissetò con l'acqua fresca ed ebbe da quel cibo maggior soddisfazione di quanta non ne avesse avuta dalla ricca ed elaborata cena di Kielos.
Il maggior piacere lo ricavò comunque dalla conversazione con il Navarca al quale si trovò a narrare la scena di Trippa e delle donne di Kàllista, l'umanità di Akros nel sacrificare due pani di piombo per zavorrare i cadaveri dei pirati e l'assoluta onestà nel dividere il bottino con l'equipaggio, la propria ammirazione per la nave e la casa di Zina e il mirabile esercizio di abilità degli arcieri alla Festa Sacra di Gournià. Tacque del voto fatto per Zina alla Dea dei Serpenti ma, se avesse seguito il suo impulso, gli avrebbe confessato di aver aiutato il barbaro a scampare alla morte. Tuttavia si trattenne, comprendendo che non avrebbe potuto abusare della disposizione più che benevola che il Navarca mostrava di avere nei suoi confronti. Si ricordò invece di quel tal Krisostomos, commerciante di vini, che a Gournià aveva incaricato Akros di salutare per suo conto il capitano Lisos, particolare del quale Akros si era evidentemente dimenticato. A Nyr parve cosa di poco conto ma il Navarca trovò interessante quella notizia e gli chiese se ricordava che posto occupasse Krisostomos alla tavola di Kielos, durante la festa.
«Che io ricordi non era alla festa di Kielos», rispose Nyr, «ma su una piccola tonda ancorata accanto alla nostra, come tanti altri spettatori.»
«Sei certo che non fosse alla festa di Kielos?»
«Se ci fosse stato, lo ricorderei perché lo avrei salutato. Gli ospiti erano molti ma lo avrei certamente riconosciuto se fosse stato fra gli invitati di Kielos.»
«Questo è interessante e sarà meglio che domani ne parli con Lisos», commentò il Navarca. «Ma ora vieni con me, voglio farti vedere una cosa che riguarda tuo padre Korys.»
Un po' sorpreso, Nyr seguì il suo ospite attraverso molte stanze sinché non giunsero di fronte a una porta guardata da un robusto servitore che, scorgendoli, subito si fece da parte. Il Navarca entrò, seguito da Nyr, e i due si trovarono in un lungo
corridoio che prendeva luce dal soffitto. Vi erano molte porte chiuse con un sigillo e il Navarca si fermò di fronte a una di queste. Nyr vide che un sottile filo di rame passava tra due occhielli per terminare con un sigillo. Chiunque avesse aperto quella porta avrebbe dovuto spezzare il sigillo impresso su un dischetto di cera impeciata.
«Osserva bene quel sigillo e dimmi se lo riconosci», lo invitò
il Navarca e Nyr si chinò a esaminare con attenzione l'impronta e vide che rappresentava un albero di ulivo.
«No», rispose. «Non ho mai visto questo sigillo. Comunque è intatto.»
«Dovremo spezzarlo per entrare, ma sono certo che tuo padre Korys mi perdonerà se lo faccio in sua assenza», disse il Navarca. Spinse il battente della porta: il filo di rame si tese, il sigillo si spezzò. Il Navarca tolse il filo di rame dagli occhielli ed entrarono. Nyr si ritrovò in una piccola stanza; l'unica luce era quella che veniva dal corridoio, scarsa ma tuttavia sufficiente per fargli constatare che in quel piccolo vano era custodita una grande ricchezza. Appoggiati a una parete, vide due talenti dalla classica forma a pelle di bue e, sul pavimento, una catasta di barre di rame, di pani di piombo, di lingotti d'oro e d'argento, sistemati secondo la lunghezza e il peso. Una piccola cassa, infine, era ricolma di barrette di rame.
«Questa fortuna viene dal padre di tuo padre in piccola parte e qualcosa Korys l'ebbe come dote da tua madre Akena, ma la maggior parte viene dal suo lavoro. Dalle sue greggi, dal suo olio, dalla sua lana. Non ti ha mai detto nulla di questo suo deposito presso di me?»
«No, mai!» esclamò Nyr, letteralmente sbalordito da quella scoperta. «Né lui né mia madre Akena ci hanno mai parlato di questa ricchezza, però... però adesso capisco perché raccomanda sempre a me e a mio fratello Timos di rivolgerci a te se gli accadesse una disgrazia...»
«Ebbene, ora lo sai», disse il Navarca. «Non ti chiedi perché tuo padre ha voluto tenere nascosta la sua ricchezza sia a Timos sia a te?»
«Forse perché voleva che contassimo sulle nostre forze: del resto non si stanca mai di ripetercelo», sorrise Nyr.
«Se tuo padre volesse, potrebbe farsi costruire una bella casa ad Akrotiri e non avrebbe alcun bisogno della tua parte di bottino, per quanto quei gioielli valgano davvero una fortuna», proseguì il Navarca. «Dunque a me pare chiaro che si trova bene dove sta. Sei d'accordo?»
«Io pensavo che mio padre, invecchiando, potesse lasciare le greggi a Timos e scendere a vivere ad Akrotiri, dove sarebbe più comodo...» mormorò Nyr.
«Tuo padre non è vecchio, è sano come un pesce e forte come un toro», sorrise il Navarca. «Il mio consiglio è che tu non insista, almeno per il momento, per avere una casa in città. Per questo ho voluto mostrarti questa stanza.»
Il Navarca rimise a posto il filo di rame negli occhielli ma lasciò pendere, spezzato, il sigillo con l'albero di ulivo.
«Dirai a tuo padre che ti ho mostrato le sue ricchezze e gliene dirai anche la ragione», sospirò mentre tornavano indietro. «Ora dimmi: che cos'è per te la ricchezza?»
«La ricchezza? Ecco, per me significa avere cibo e panni a sufficienza e un tetto sicuro, ma anche poter uccidere un
agnello quando arriva un ospite senza per questo depauperare il gregge», rispose Nyr.
«Mi sembra una buona definizione», approvò il Navarca e tuttavia aggiunse: «Manca qualcosa, però: la ricchezza non è soltanto ciò che hai detto».
Nyr rifletté prima di rispondere. «Penso che la ricchezza sia anche poter realizzare un proprio desiderio», disse alla fine.
«I desideri non hanno mai fine», sospirò il Navarca, «mentre la ricchezza si dissolve a forza di realizzare desideri. Inoltre vi sono desideri che nessuna ricchezza può concretare: io posso dirmi un uomo ricco, ma le mie ricchezze non mi possono ridare la giovinezza che ho perduto e dunque mi considero saggio contentandomi della mia vecchiaia. La ricchezza è soltanto in parte ciò che hai detto. Perché la ricchezza è soprattutto conoscenza, è sapere, è comprendere la vita e gli uomini. Non esaurirai la tua ricchezza costruendoti una casa ad Akrotiri ma viaggiando, vedendo e conoscendo. Tu non conosci le lettere e i numeri. Dovrai impararli. Ma non voglio stancarti con queste chiacchiere...»
«Non mi stanchi, le tue parole mi accrescono...» mormorò Nyr, convinto.
«Mi fa piacere che tu, così giovane, abbia orecchie per un uomo anziano come me», disse il Navarca, «e spero che parleremo ancora molto prima che si apra la navigazione...»
Al momento di congedarsi dal Navarca, Nyr gli chiese, dopo
qualche esitazione, a chi avrebbe potuto rivolgersi per imparare le lettere e i numeri.
«Ho molto tempo e la mia casa è aperta per te, se vorrai venire», gli sorrise il Navarca.


Capitolo 9.

PER due giorni e due notti, Nyr restò ad Akrotiri, attendendo che il mare si calmasse. Di giorno, andava a casa del Navarca e parlavano. Nyr era affascinato da quell'uomo alto e asciutto, forte come un giovane, che apriva a lui uno scrigno colmo di saggezza e di conoscenze infinite. Dal canto suo il Navarca, senza parere, andava saggiando l'intelligenza pronta e il carattere fermo di Nyr, il suo desiderio di navigare per conoscere cose nuove e uomini diversi più che per commerciare. Parlarono sovente dei due pirati della barca nera e, per la prima volta, Nyr udì pronunciare la parola Akhkhiyawa. Il Navarca era infatti certo che quei due appartenessero al lontano popolo del nord, chiamato appunto Akhkhiyawa.
«Costoro abitano sui monti freddi e boscosi. Frequentando Micene, alcuni di loro hanno capito che i commerci per via di mare portano ricchezza, ma qualcuno ha scelto la via della pirateria. Le loro navi nere, costruite in quercia, sono poco eleganti e molto meno veloci delle nostre. Perciò le tengono sulle spiagge e le varano quando, dalle alture, individuano una nave commerciale indifesa. Allora l'assalgono e fanno bottino delle sue merci. Sono moltissimi e potranno darci seri fastidi tra qualche anno.»
«Ho avuto l'impressione di un popolo fiero, a guardare i pirati che Kielos ha fatto uccidere», azzardò Nyr, pensando al barbaro ricoverato nella sua casa sui monti, e il Navarca fu d'accordo.
Il secondo giorno, Nyr lo pregò di custodirgli i suoi beni, così come faceva con quelli del padre, e il Navarca acconsentì.
Quella sera, rientrato alla povera casa di Tiri, Nyr trovò il vecchio pescatore bagnato fradicio: ma sulla tavola c'erano due spigole lunghe quanto il suo braccio.
«Il mare frange ancora con forza», annunciò Tiri, «tuttavia stanotte si quieterà e domattina sarà liscio come l'olio. La mareggiata non è venuta a sproposito per la nostra cena di stasera perché ha smosso i fondali e fatto avvicinare agli scogli il pesce grosso.»
Quella sera mangiarono le due spigole e il formaggio di Korys e fu stappata una delle anfore di vino di Nyr, ma bevvero con parsimonia. Poco dopo si gettarono sui giacigli e s'addormentarono.
Nyr sprofondava sempre più nel mare. L'acqua azzurra era tepida e trasparente e lui nuotava verso il fondo, sentendosi sempre più leggero, sempre più felice. Nuotava verso un canto che veniva dalle profondità e che lo affascinava come un richiamo irresistibile; a mano a mano che si avvicinava a quel canto, l'acqua si faceva sempre più trasparente.
Finalmente la vide. Non avrebbe mai potuto immaginarla più bella. Scese accanto a lei sulla rena e la divina Egea gli sorrise e disse: «Sono felice che tu sia venuto a trovarmi, Nyr. Da tempo ti attendevo. Non hai temuto di affrontare gli abissi per raggiungermi...»
Nyr, sopraffatto dalla bellezza della dea, non riusciva a spiccicare parola e il sorriso di Egea si dileguò per lasciar posto a un'espressione d'ansia.
«Forse sei deluso, vedendomi? Dimmi sinceramente come sono, e se sono davvero bella come sostengono mio padre Efestos, le mie sorelle e i miei fratelli oppure se lo dicono per confortarmi. Parla con schiettezza, perché io non mi sono mai vista!»
«Io non potrò più trovar bella un'altra donna dopo aver visto te!» riuscì infine a esclamare Nyr.
«Oh! vedo riflessa nei tuoi occhi la verità di ciò che hai detto!» esclamò lei, nuovamente raggiante. «Ma, dimmi, come sono? Come sono i miei occhi? E il mio naso e la mia bocca come sono?» lo interrogò ansiosa.
«I tuoi occhi sono grandi e dolci come quelli di una gazzella», le disse Nyr. «Non ho mai visto occhi più belli. E il tuo naso è fermo e dritto. La tua bocca nessun pittore la potrebbe disegnare così bella, con le labbra rosse e piene e deliziosamente orlate. I tratti del tuo volto sono squisiti, Egea, e quando ti ho vista ho pensato che non sarei mai riuscito a immaginarti così bella perché la mia immaginazione ha un limite mentre la tua bellezza non ne ha.»
«Allora mio padre Efestos e le mie sorelle mi dicono il vero!» esclamò felice Egea. «Io pensavo che lo facessero per...» S'interruppe e le tornò sul viso l'espressione d'ansia. «Non mi hai parlato del mio corpo! Dimmi, com'è il mio corpo?»
«Il tuo collo è sottile e alto sugli omeri rotondi», disse Nyr, «e non esiste scultore che sappia modellare seni belli come i tuoi, così rotondi e con il capezzolo appuntito e piccolo. Nessun essere umano potrebbe modellare la tua vita
sottile e rendere così piatto il tuo ventre e così allettante l'ombelico. Le tue cosce sono colonne di marmo e così compatte che non ci passerebbe un petalo di rosa!»
«Le tue parole sono ambrosia, Nyr, perché so che dici il vero, dato che posso vedere dentro di te!» Il volto di lei era nuovamente radioso ma subito dopo si oscurò ancora una volta.
«Se non posso vedere il mio volto, posso però vedere i miei piedi, Nyr. Guarda come cammino...» Mosse sulla rena un passo verso di lui e allora Nyr s'avvide che zoppicava e che il suo piede sinistro era deforme sul dorso. «Fu mio padre, quando ero ancora una bambina, a lasciarmi cadere sul piede il suo martello e così mi rese zoppa. Ti piaccio ancora?» terminò e la sua domanda era intrisa di dubbio e di speranza al tempo stesso.
«Il tuo volto sarebbe forse meno bello se avesse sulla guancia un neo?» le rispose Nyr. «Io ti dico che se tu non fossi una
dea mi innamorerei di te e non guarderei mai più nessun'altra donna! Ma sei una dea e non posso offenderti con il mio desiderio!»
«Il tuo desiderio non mi offende affatto, anche se sei un mortale!» protestò Egea e Nyr sentì immediatamente il sangue ribollirgli, ma lei continuò: «Purtroppo mio padre ucciderebbe te e chissà quale crudele punizione infliggerebbe a me perché desidera che io conservi la mia verginità: ma quando cadrà il divieto vorrò essere tua e di nessun altro, né dio né mortale. Sei l'unico che abbia sfidato gli abissi per raggiungermi e dirmi che sono bella. Ti proteggerò per sempre, se mi sarai fedele.»
«E io ti offrirò uno specchio, così potrai vedere la tua bellezza ogni volta che vorrai», disse Nyr.
«Anch'io ti farò un regalo», sorrise Egea, «ma ora va'. Per questa volta siamo stati insieme abbastanza.»
«Potrò rivederti? Non mi dimenticherai, vero?» chiese ansiosamente Nyr.
«Sta' certo che ci rivedremo e che non ti dimenticherò», gli sorrise lei, dolce e rassicurante.
«E potrò almeno toccarti, la prossima volta?»
«Toccarmi? No. Se io posso trattenere il mio desiderio anche tu dovrai trattenere il tuo finché verrà il momento.»
Da lontano, giunse attraverso l'acqua il furioso battere di un martello sull'incudine e una gran paura entrò nel cuore di Nyr. «Su, affrettati, Nyr!» lo sollecitò Egea. «Torna fra i mortali
prima che l'irritazione di mio padre si trasformi in ira e lui creda che vuoi sfidarlo!»
Ancora per qualche attimo Nyr si beò del suo sorriso. Poi, con un leggero battere delle braccia, s'innalzò, veloce e sicuro, verso la superficie.
Nyr si destò prima che il sole uscisse dal mare e subito, con gli occhi della mente, rivide nitidamente il sogno e le stupende fattezze di Egea. Lo rivide e, all'istante, entrò in confusione. Avrebbe mai incontrato una mortale che le rassomigliasse? Chi era più bella, Egea o Zina? La dama di Gournià lo aveva turbato al punto che lui aveva fatto voto solenne alla Dea dei Serpenti di non penetrare alcuna donna sino al suo ritorno nella città di Kielos, ma Zina era una mortale ed era comprensibile che Nyr la desiderasse, che potesse aspirare a congiungersi carnalmente con lei. Altra cosa era una dea.
Però... Però, pur rifiutando - per timore - di farsi toccare da lui, Egea era stata, a ben pensarci, più esplicita di Zina nel dichiarargli il suo amore nel momento in cui fosse caduto il divieto del padre che le aveva imposto di serbarsi vergine. Ma quanto valeva quel sogno, in confronto alla realtà? Pur confuso ed eccitato com'era, Nyr si disse che tutto era stato, appunto, soltanto un sogno.
Non volle raccontarlo a Tiri che, già alzato da un pezzo, stava facendo rosolare allo spiedo un paio di salsicce.
«Sono stato a vedere il mare ed è calmo come l'olio, proprio come ti avevo detto ieri», gli annunciò Tiri. «Affrettiamoci a far colazione perché tra poco dovrai uscire con la nave di Akros per le offerte agli dèi del mare che vi hanno protetto.»
Mangiarono e, poco dopo, Nyr saliva sulla tonda dove già si trovavano Akros, Trippa e il Barbiere, quest'ultimo intento a radere l'irsuto Depas. Alla spicciolata stavano arrivando anche i vogatori.
Un'ora dopo, la nave, tirata a lucido, si dirigeva a remi verso l'imboccatura del porto, circondata da una piccola flottiglia di barche gremite di curiosi. Proprio nel centro dell'ingresso al Porto, Akros diede l'ordine di fermarsi e allora si vide l'equipaggio gettare in mare barrette di rame, modellini di nave e spille d'argento, in segno di riconoscenza per la fortuna che gli era capitata. Si vide Depas lasciar cadere in acqua, sospirando,
una preziosa anfora di vino mielato: questo era per lui il più notevole dei sacrifici. Trippa fece altrettanto, e il Barbiere gettò in acqua il più sofisticato dei suoi attrezzi in bronzo per arricciare i capelli. Il capitano Akros dedicò agli dèi del mare una preziosa collana fatta di perle e d'oro, d'argento e di lapislazzuli che, fra le pietre dure, era la più preziosa. Quando venne la volta di Nyr, lui lasciò cadere nelle acque azzurre lo specchio che aveva promesso a Egea, una lastra d'argento incorniciata in avorio. Allora accadde un fatto straordinario. La zona in cui erano stati gettati i doni si fece trasparente come il vetro importato dall'Egitto e fu possibile scorgere il fondo del mare con i doni che vi giacevano. Ma soltanto Nyr vide risalire dalle profondità, gioiosa e sorridente, la sua dea che stringeva in mano lo specchio. Solo lui udì la voce della dea:
«Terrò caro il tuo specchio, Nyr, perché so che è pegno di amore da parte tua. Ora anch'io ti faccio un dono, in modo che non ti dimentichi di me».
Lentamente l'immagine di Egea scomparve agli occhi di Nyr che, turbato, si scosse soltanto quando il Barbiere lo afferrò per la spalla. «Che ti succede? Avevi un aspetto strano e non sentivi la mia voce!»
Nyr fissò l'amico e sembrava non vederlo; non udì neppure la voce di Depas che gli chiedeva: «Dove hai preso questo braccialetto? Non ho mai visto conchiglie di questa specie... dev'essere molto raro!» Anche il Barbiere fissò il braccialetto che Nyr aveva al polso sinistro, ed era certo di non averlo mai visto prima. L'ultimo a rendersene conto fu Nyr che sollevò il braccio quasi all'altezza degli occhi per osservare le piccole conchiglie.
«No, non l'ho mai... avuto prima», mormorò come a se stesso. In quel momento udì la voce melodiosa di Egea che gli diceva: «Il tuo specchio è bellissimo e anch'io ho mantenuto la promessa di farti un regalo. Non separartene mai perché ti proteggerà contro i mortali».
Nyr guardò Depas e il Barbiere, che gli stavano vicino, per capire se anch'essi avevano udito la voce della dea, ma i compagni si limitavano a osservarlo, perplessi.
«Sei certo di star bene? Sei pallido», gli disse il Barbiere.
«Tu hai bisogno di una buona sorsata di vino», grugnì Depas. «Per fortuna ho conservato un'anfora per me...»
Subito dopo essere tornati a terra, Nyr salutò Akros, gli amici e Tiri e, con la sua sacca in spalla, prese la via dei monti.
A mano a mano che saliva, l'aria frizzante gli apriva i polmoni e lo rinvigoriva. Tuttavia la strada era lunga e impervia e più di una volta si fermò per riposare, scegliendo i punti dai quali si poteva vedere l'immensa distesa del mare. Nella sacca aveva doni per tutta la famiglia, che aveva scelto prima di affidare il suo bottino al Navarca. Già pregustava il piacere che quei doni avrebbero procurato. Il sole era ormai basso sul mare, quando raggiunse una larga fascia pianeggiante dove il grano era già stato mietuto e lì udì un abbaiare di cani e delle voci umane. Subito dopo, ecco affacciarsi dalla fascia superiore alcune figure gesticolanti. Nyr rispose a gesti e con la voce e allungò il passo. Le figure scomparvero ma sull'esiguo sentiero si precipitarono a rotta di collo i cani, abbaiando festosi, ed erano almeno una dozzina: cani da caccia e irsuti cani da pastore che, pazzi di gioia, si gettarono su di lui, impedendogli di proseguire. Soprattutto la cagna di Nyr, che lui chiamava Kàllista perché metteva al mondo bastardi di ogni razza e colore, sembrava fuori di sé per la gioia e l'eccitazione. Lungo il sentiero rotolava la sua ultima cucciolata e dietro i cuccioli panciuti e uggiolanti venivano il padre e la madre di Nyr, la sorella Ilia e la cugina Uga. Più indietro, fermi sul sentiero, Nyr vide suo fratello Timos, timido e impacciato, e il barbaro, alto e possente, le braccia conserte sull'ampio torace muscoloso. Entrambi restavano in attesa che fossero esauriti gli abbracci delle donne e infatti Nyr si era slanciato verso la madre e se la stringeva al petto, commosso, finché Ilia e Uga, battendogli sulla schiena, non lo reclamarono.
«Andiamo, andiamo, donne!» sbottò alla fine Korys. «Basta con gli abbracci e le svenevolezze, Nyr avrà fame!» Ma non era facile staccare Akena dal figlio. Lo baciava, lo toccava, lo palpava commossa e lo trovava pallido, magro e sparuto.
«Pallido? Ma se pare che l'abbiamo fuso nel bronzo!» protestò Korys, avviandosi col sacco di Nyr in spalla.
Finalmente, Nyr potè abbracciare la sorella e le disse che la trovava più bella e più alta; poi si rivolse a Uga, che aveva sempre lo sguardo scontroso e l'atteggiamento imbronciato, ma che adesso sorrideva e si lasciava baciare. Anche lei era cresciuta, si era fatta quasi donna, con due cosce che avrebbero già potuto schiudersi al maschio e le mammelle rotonde e dure che Nyr sentì elastiche contro il petto mentre la stringeva.
Da ultimi, Timos e il barbaro. Nyr abbracciò il fratello, che non si era raso la barba e, timidamente, se ne scusava, poi le sue mani strinsero forte gli avambracci del barbaro che fece altrettanto, all'uso marinaro.
«Spero che ti trovi bene, qui», gli disse Nyr.
«Non potrei trovarmi meglio, se non fosse che mi danno troppo da mangiare», rise quello e i denti scintillarono candidi nel folto della barba che era nera come sugo di seppia.
«Sta' tranquillo che quello che mangia glielo faccio sudare», ghignò Korys. «Avanti, sbrigatevi!» Ma Nyr e il barbaro ancora stringevano l'uno gli avambracci dell'altro e si guardavano negli occhi, anche se nessuno dei due voleva ammettere la propria commozione.
Infine, tutti insieme, raggiunsero la fascia fiorita dove sorgeva la casa, una serie di costruzioni basse dai muri in pietra a secco e il tetto di ramaglie e frasche sopra una sommaria travatura. Accanto alla rustica porta di ingresso, attendeva Shamra, che Korys aveva acquistato schiava per farne l'ancella di Akena quando si erano sposati. Shamra non era mai stata trattata come schiava: anzi, si poteva dire che facesse parte della famiglia. Korys l'aveva data in sposa a Leandro, il suo più valido e fedele pastore: i loro tre figli lavoravano per Korys in altrettanti ovili abbastanza lontani.
Dopo averla abbracciata, Nyr le chiese notizie del marito e dei figli. Lei rispose che i figli stavano tutti bene e, in quanto a Leandro, era impegnato dentro casa con lo spiedo.
«E il capretto arrosto in tuo onore, e scommetto che non smetterà di farlo girare neppure per abbracciarti...»
Nyr rise ed entrò in casa. Leandro, seduto su un basso
sgabello accanto al focolare di pietra, stava facendo girare allo spiedo il capretto, ungendolo di tanto in tanto con una spessa fetta di lardo. Quando vide Nyr, si alzò per abbracciarlo ma subito dopo si scusò e tornò allo spiedo.
Nyr si guardò intorno, felice di essere a casa sua, in quella grande stanza dalle pareti di pietra e con le finestre che davano sulla larga fascia fiorita e che soltanto ai primi autentici freddi venivano sbarrate da imposte di legno. I mobili - opera di Leandro e dello stesso Korys - erano squadrati rozzamente, e le stoviglie apparecchiate sulla grande tavola erano tazze e ciotole di legno consumate dall'uso. Due grandi ceste di fichi appena colti e uno di uva costituivano la frutta e in tavola c'erano formaggi,
acqua fresca, latte appena munto e pane che aveva ancora la calda fragranza del forno. Nyr ritrovava gli odori e i sapori della casa dove era nato e dove aveva trascorso l'infanzia, ed era felice.
«Nyr, intanto che faccio abbrustolire al fuoco questa treccia di budella e fegato di capretto, potresti mostrare i doni che hai portato», lo invitò il padre, sedendo accanto a Leandro. Nyr vide che aveva infilato allo spiedo il cibo di cui era ghiotto: interiora di capretto di latte intrecciate insieme e intervallate da milza e fegato. Sorrise contento mentre prendeva la sua sacca e subito gli si fecero intorno Ilia e Uga, eccitatissime. Nyr posò la sacca su una delle panche vicine al tavolo e ne sciolse i legacci. «Ora ci pesco dentro e vediamo cosa ne vien fuori», disse alle due fanciulle.
Venne fuori per prima la coppa donatagli da Kielos: vi furono mormorii di ammirazione mentre la posava al centro della tavola. Spiegò come l'aveva avuta e concluse dicendo che vi avrebbero brindato con buon vino prima di riporla.
Poi venne fuori una spilla d'oro artisticamente lavorata, la cui capocchia era un fiore. «Questa è per Shamra.»
Shamra se ne commosse fino alle lacrime, ma subito si dimenticarono di lei quando dalla sacca spuntarono fuori gli altri doni. C'erano i braccialetti che Ilia e Uga accolsero con strilli di gioia, un bellissimo rasoio di rame per il padre, due anfore di preziosa ceramica contenenti vino pregiato per Leandro che ricevette il dono ghignando di piacere. Quando Nyr estrasse la stupenda collana che aveva designato come dono per la madre ne furono tutti sbalorditi: nessuno aveva mai visto un gioiello simile. Soltanto sulle labbra del barbaro affiorò un sorrisetto e Nyr, cogliendolo al volo, ebbe la certezza che il suo nuovo amico fosse un pirata razziatore che molti di quegli oggetti aveva visto e predato.
«È troppo bella per me», disse Akena, scotendo la testa, ammirata e intimorita di fronte al prezioso gioiello. «Questa la offrirò alla Dea Madre, l'unica degna di portarla.»
«Ma io l'ho portata per te, perché tu la metta al collo e ne abbia risalto la tua bellezza che è ancora notevole», protestò Nyr in tutta sincerità. «Se devi fare un'offerta speciale alla Dea Madre allora ti darò la coppa di Kielos perché tu gliela dedichi!»
«Ne parleremo domani», dichiarò Akena, sorridendo dolcemente
al figlio. Nyr le rivolse uno sguardo accigliato ma finì per sorridere anche lui. Akena era ancora una bella donna. I capelli erano di un nero corvino e incorniciavano un volto dall'ovale perfetto nel quale spiccavano i singolari occhi azzurri, identici a quelli di Nyr. Il naso era dritto, la bocca ancora giovane e fresca come quella di una ragazza e così le grandi mammelle che, dopo aver nutrito tre figli, erano ancora sode e rotonde.
«Ne parleremo domani, d'accordo», le disse. «Parleremo e, come sempre, farai la tua volontà...»
«Il giorno che così non fosse mi preoccuperei seriamente, figlio», ridacchiò dal focolare Korys, continuando a rigirare la sua treccia di interiora. Akena indirizzò al marito un'occhiata maliziosa prima di rivolgersi nuovamente a Nyr.
«Per questa sera la porterò al collo, in tuo onore e per amor tuo», gli disse. «Vieni ad allacciarmela.»
Dopo che le ebbe allacciata la collana Nyr tornò a frugare nel sacco e ne trasse un piccolo specchio d'argento incorniciato d'oro: «Anche questo è per te», disse alla madre. Akena, preso lo specchio, si rimirò e, per la prima volta, apparve nei suoi occhi azzurri un'espressione di compiacimento che tuttavia scomparve dopo un attimo.
Dalla sacca emersero i due pugnali che Nyr aveva trovato nella barca pirata. Aveva divisato di tener per sé quello con il manico d'avorio, di ottima fattura cretese, ma, d'impulso, lo regalò al fratello.
«Questo è per te, Timos. Ti farò fare un fodero e lo porterai quando scendi ad Akrotiri.» Timos era arrossito per il piacere e Nyr fu contento di essersi privato del pugnale: il ragazzo era infatti timido e impacciato in presenza d'altri ma Nyr sapeva che, nei boschi e con le greggi, era bravo quanto il padre Korys e nel lavoro non si risparmiava. Guardò affettuosamente il fratello. Maggiore di lui di due anni, era un giovane dal volto piacevole e dalla corporatura solida. Nyr si chiese quando si sarebbe sposato e come avrebbe fatto a scegliersi una moglie, lui che scendeva ad Akrotiri solamente due volte l'anno per la vendita o il baratto dei loro prodotti e, mentre il padre contrattava, se ne stava ad ascoltare in silenzio, senza intervenire mai...
Timos maneggiava il pugnale con reverenza, passando il pollice sui due lati taglienti come rasoi, sulla solida nervatura, saggiando nel palmo la punta acuminata. «Non ho mai visto un pugnale così bello, non l'ho mai neppure sognato», mormorava
arrossendo di piacere, «e adesso è mio... col manico d'avorio... perché è avorio, questo, vero, Nyr?»
«Certamente. E avorio importato dall'Egitto», gli assicurò Nyr, contento della felicità del fratello. Poi, casualmente, guardò il barbaro e lo vide come impietrito, gli occhi fissi sull'altro pugnale che era rimasto sulla tavola. Poi l'ospite levò lo sguardo a incontrare quello di Nyr. «Ti interessa quel pugnale?» si informò questi.
«Posso chiederti dove lo hai preso? Chi te lo ha dato?»
«Ti racconterò la storia di quel pugnale dopo che avremo mangiato», rispose Nyr. «Per ora ti dico: se vuoi quel pugnale, prendilo pure.»
Il barbaro prese il pugnale e lo tenne nel palmo della mano quasi fosse un oggetto sacro e l'attenzione di tutti si volse verso di lui. Persino Korys smise di girare lo spiedo.
«Questo pugnale ti parrà forse poca cosa», disse poi il barbaro a Nyr, «ma per me ha un significato importante. Sembra destino che, tra noi, tu sia quello che dà e io quello che riceve. Mi hai salvato la vita e ora mi doni questo pugnale che per me vale moltissimo. Ora io ti dico: prima di sederci a mensa saprai il mio nome e da dove vengo, perché, come ricorderai, quando mi aiutasti a prezzo della tua incolumità e della salvezza della tua nave e dei tuoi compagni, rifiutai di dirtelo sinché fossi stato prigioniero. Sempre rifiutai a Kielos, che voleva scambiarmi con prigionieri cretesi o esigere per me un forte riscatto, di dire il mio nome. Ora, grazie a tuo padre Korys, mi sento prigioniero soltanto del mare che racchiude l'isola Rotonda. Ora, grazie a tuo padre Korys, e a tua madre Akena, sono un ospite, trattato come tale. Quindi non ho più ragione di tacerti chi sono. Finisci dunque di trarre meraviglie da quel tuo sacco e, prima che sia spezzato il pane, ti dirò chi sono.»
Nyr annuì e, senza replicare, continuò a deporre sulla tavola le cose che aveva portato. Mostrò la benda azzurra che subito destò l'ammirazione di Uga che volle provarla e avrebbe anche chiesto di tenersela, se Nyr non gliene avesse spiegata l'importanza. Mostrò i calzari con le piastrine e i legacci d'argento e il perizoma di preziosa stoffa, ma quando Ilia gli propose di vestirsene, il padre borbottò minaccioso che la treccia e il capretto erano pronti e che ci sarebbe stato tempo dopo cena. A tavola, prima di spezzare il pane, il barbaro mantenne la promessa.
«Vi dirò soltanto il mio nome e chi sono in realtà», dichiarò
l'ospite, «perché farei torto a Korys ritardandogli la cena con i miei racconti. Ci sarà tempo per questo. Il mio nome è Acheo, il mio popolo sono gli Akhkhiyawa, la mia terra è la Terra dove nasce il Vento e... mio padre è il re del mio popolo. Così vi ho detto il mio nome, chi sono e da dove vengo. Aggiungo soltanto una cosa: Korys mi ha accolto come avrebbe fatto se lo avesse già saputo in precedenza.»
«Korys ti ha fatto spaccare legna per l'inverno e continuerà a farlo sino a che la provvista non sarà più che sufficiente», borbottò il padrone di casa e tutti risero, prima degli altri Acheo. Poi Akena spezzò il pane e sedettero a tavola.


Capitolo 10.

Da quasi una luna Nyr viveva nella casa paterna sui monti, circondato da una bellezza diversa da quella che aveva conosciuto per mesi.
«Così come amo il mare, altrettanto amo i boschi e la montagna e mi piace il mutare delle stagioni e del tempo. Adoro la brezza del mare quanto lo stormire delle fronde verdi al vento dei monti», confessò un giorno ad Acheo. «Mi piace veder posti diversi quanto sedere sempre sotto lo stesso albero. Mi piace star di vedetta sulla tonda quanto seguir con gli occhi il volo del falco...»
«E ti piace mangiare pesci abbrustoliti quanto l'agnello allo spiedo...» lo burlò amichevolmente Acheo.
In quei giorni erano stati molto insieme e adesso stavano parlando seduti su una roccia dalla quale si scorgeva il mare. «Mi aiuterai ad andarmene, un giorno?» chiese Acheo, spaziando sull'infinita distesa del mare con occhi carichi di nostalgia.
«Certo che ti aiuterò, ma in quella direzione», rispose Nyr indicando il nord, «non ci sono che isole egee e anche se ti procurassi una barca dovresti andare controvento. A un uomo solo una simile impresa non potrebbe mai riuscire.»
«Lo so e non penserei di affidarmi interamente alla sorte.»
«Che intenderesti fare, allora?»
«La rotta delle nostre navi passa più o meno laggiù», spiegò Acheo indicando un punto all'orizzonte, «e io, se avessi un piccolo battello, potrei lasciarmi andare alla deriva su quella rotta. Prima o poi, se fossi fortunato, mi raccoglierebbero...»
«Hai qualche dio particolare che ti protegge? Perché ne avresti davvero bisogno. Se hai comandato una nave, sai benissimo che le probabilità di farti scorgere, pur sulla rotta giusta, sono minime», replicò Nyr.
«Sarebbe mio dovere tentare lo stesso», mormorò Acheo, ma subito dopo preferì mutar discorso.
Ogni sera, quando rientravano dalle loro escursioni, trascorrevano un paio d'ore a spaccar legna dietro la casa, liberando da quell'incombenza sia Korys che aveva molte cose cui badare sia Leandro, che era vecchio e stanco. In quell'attività Acheo era insuperabile e, ridendo, diceva che suo padre gli aveva messo in mano una scure appena nato affinché si tagliasse da solo il cordone
ombelicale. «Non tollerava che in nessuna cosa, per quanto fossi ancora un ragazzo, un servitore mi superasse, e non solo dovevo tagliare più legna di chiunque, ma anche meglio e più svelto. Sono cresciuto a una dura scuola ma ho imparato molte cose...»
Akena gli aveva preparato un comodo giaciglio nella stanza dei suoi figli e vi dormivano in tre. A sera Timos, stanco per il lavoro, andava a dormire subito dopo la cena e, prima dell'alba, già riportava ai pascoli il gregge principale. Nyr e Acheo si trattenevano invece al focolare della grande cucina a parlare sino a tardi e ognuno ascoltava con interesse i racconti dell'altro. Acheo assorbiva avidamente, attraverso i racconti di Nyr, i fatti della civiltà minoica, gli usi e i costumi, e li confrontava con i propri. A sua volta raccontava del padre e della sua famiglia, e così Nyr venne a sapere che era sposato con una fanciulla con i capelli color del fuoco e gli occhi verdi, nata come lui sulle montagne innevate del suo paese.
«Alle volte mi sembra di impazzire, quando ripenso al breve periodo del nostro matrimonio, prima che mi imbarcassi...»
«Perché mai sei salito su una nave se stavi bene a casa tua?» voleva sapere Nyr e l'altro rispondeva: «Anche tu stai bene a casa tua e non ti manca niente, però ti sei imbarcato su una nave e ci resti per la metà dell'anno».
«Ma noi delle Isole navighiamo da sempre e a me sembra un fatto naturale», replicava Nyr.
«E noi, abitanti della Terra dove nasce il Vento, non solo abbiamo il desiderio ma anche la necessità di conoscere altre terre, più fertili della nostra e dal clima più grato», ribatteva Acheo. «Per questo motivo abbiamo imparato a navigare. Il mio sogno è quello di una grande migrazione sul mare. So che dovremo combattere e corriamo il rischio di perire ma siamo molto forti e coraggiosi...»
«E in attesa di conquistare terre più ospitali depredate le navi delle Isole», lo accusava Nyr.
«Ce lo avete insegnato voi, respingendoci con la forza da qualsiasi spiaggia, negandoci acqua e cibo ovunque approdavamo», si difendeva Acheo. «Ce lo avete insegnato voi che, considerandoci pirati, non avete mai soccorso le nostre navi in difficoltà, anzi le avete assalite e depredate. Vi dichiarate guardiani dei vostri mari ma vi esercitate anche la pirateria. Ho visto con i miei occhi una nave da guerra di Cnosso, con le insegne di
Minosse, assalire una nostra nave, depredarla e incendiarla dopo averne gettato a mare l'equipaggio...»
«Credo alle tue parole, per quanto strane mi sembrino, soltanto perché non ti reputo capace di invenzioni e tantomeno di bugie, Acheo...»
«I miei dèi mi punirebbero, se mentissi, e mio padre mi ha insegnato a non farlo. E quando, diretti verso l'Egitto, puntavamo a prendere terra, stremati per la fatica, a Knidos, una tempesta ci spinse al largo e rovinammo sulla spiaggia di
Moklos. Allora non fummo trattati come naufraghi ma come nemici. Uccisero la maggior parte dell'equipaggio, e noi sopravvissuti ci ritrovammo prigionieri, pur non avendo commesso alcun atto di pirateria. Fu Kielos a tenerci reclusi nella speranza di un riscatto o di uno scambio, ma mai gli rivelai chi ero e da dove venivo! Kielos usò la tortura e le blandizie, la forza e l'astuzia, la minaccia e le promesse, ma nessuno dei miei compagni gli rivelò chi eravamo e la nostra provenienza... Soprattutto io non volevo che mio padre fosse costretto a pagare un riscatto enorme. Non volevo perché gli avevo disubbidito, lo avevo contrastato e avevo con me molti giovani del popolo che avevano deciso di assecondarmi prendendo le vie del mare. Ma ora basta, Nyr, siamo stanchi entrambi. Abbiamo davanti a noi tutta una stagione da trascorrere nella casa di tuo padre e non ci mancherà il tempo per i racconti. Andiamo a dormire...»
Una mattina, a sole alto, giunsero in visita il Barbiere, Depas e Trippa, i quali avevano da raccontare cose mirabolanti.
«La stessa sera in cui hai offerto lo specchio alla tua Dea del Mare, non appena si è fatto buio, all'imboccatura del porto è apparso un raggio di luce di cui non sapevamo spiegarci la provenienza. Siamo andati a vedere sulla barca di Tiri e abbiamo constatato che veniva dalle profondità. A partire da allora ogni sera, puntualmente alla scomparsa del sole, quel raggio illumina
l'imboccatura del porto», riferì eccitato il Barbiere. «Certamente è opera della dea Egea, non potrebbe essere altrimenti!» Se Nyr fu turbato a quel racconto non lo diede a vedere, limitandosi ad ascoltare i compagni senza far commenti.
«Il Navarca, per mezzo nostro, ti manda a dire che, non appena ti sarai riposato a sufficienza, vuole parlarti», aggiunse trippa.
«Forse vorrà darti il comando di una nave, e in tal caso gli dirai che noi verremo con te soltanto a patto che trasporti vino», disse Depas.
«Saresti proprio il tipo adatto a far giungere intatto il carico», lo prese in giro il Barbiere che, da quando era arrivato, non smetteva di mangiarsi con gli occhi Acheo. Poi tutti insieme, come si addiceva agli ospiti, andarono al tempietto di pietra e legno che, al limite della fascia fiorita, Korys aveva eretto e che conteneva una piccola statua in steatite della Dea Madre, particolarmente venerata da Akena che infatti l'aveva adornata della preziosa collana donatale da Nyr. Tutti e tre avevano portato con loro piccoli simulacri della tonda di Akros e li lasciarono ai piedi della statua.
Acheo li ringraziò per l'aiuto prestatogli e ognuno rispose a modo suo.
«Non avrei mai permesso che a un barbaro dagli occhi di falco fosse tolta la vita», disse il Barbiere con un gran battito di ciglia. «Sarebbe stato un vero peccato!»
«Se Nyr decide qualcosa noi siamo con lui, anche se, come bevitore, non vale un granché», disse Depas.
«La stessa cosa vale anche per me», borbottò Trippa, «perché Nyr mi ha tolto dagli impicci con certe donne a Melo e quindi gli sono debitore.»
I tre avevano anche portato con loro un sacco contenente frutti di mare e anguille, dono di Tiri.
«Gli abbiamo chiesto di venire con noi ma non ha voluto saperne», borbottò Trippa. «Dice che aspetta la sera per andare all'imboccatura del porto e scoprire il mistero di quel raggio sottomarino.»
«Io gli ho spiegato che è la dea», intervenne il Barbiere, «ma sai com'è testardo Tiri, non c'è stato verso di fargli cambiare opinione. Dice che ti aspetta a casa sua, quando scenderai.»
Korys e Akena accolsero con simpatia gli amici di Nyr e due porcellini di latte fecero le spese di quella visita. Conoscendo le debolezze di Depas e di Trippa, Korys tirò fuori un orcio di vino di sua produzione e, mentre i porcellini stavano lentamente cuocendo all'aperto, i due amici non si fecero pregare.
Il Barbiere, che era astemio, insistè per acconciare i capelli di Akena che alla fine si sottomise, mentre Ilia e Uga attendevano impazienti il loro turno. Quando le tre donne
furono acconciate, i porcellini erano cotti a puntino; Trippa e Depas, intanto, si erano fatto fuori un buon terzo dell'orcio.
Fu una cena condita di allegria e il Barbiere fece ridere tutti quando raccontò in che modo Nyr aveva tolto dagli impicci Trippa, inseguito e minacciato dalle donne della casa di Kàllista. Lo stesso Trippa diede una sua versione dei fatti ma le sue battute più divertenti riguardavano la moglie.
«Non posso essere biasimato se le sto lontano», dichiarò il grasso timoniere, «perché, quando promisi di sposarla, ero ubriaco e mantenni la promessa soltanto perché i suoi fratelli minacciavano di uccidermi...»
«Questo non ti ha impedito di farle fare quattro figli», gli obiettò ridendo Korys.
«Per il primo è possibile che sia mio», replicò Trippa, «perché la sposai alla chiusura della navigazione, ma per gli altri nutro forti dubbi e soltanto i vicini di casa potrebbero illuminarmi. Oltretutto non mi assomigliano neppure un poco...»
«Gli dèi hanno avuto pietà di loro», ghignò Depas, vuotando in due sorsate la sua ciotola. «Ah, Korys, illustre ospite mio, canterò le lodi del tuo vino finché campo!»
Al termine della cena, il Barbiere volle ricondurre il discorso ad argomenti seri e chiese a Nyr un'opinione sul futuro, visto che il capitano Akros aveva deciso di non navigare più.
«Il nostro futuro lo conoscono soltanto gli dèi», rispose Nyr. «L'unica cosa che so è che il Navarca mi ha consigliato di imparare i segni della scrittura e la navigazione. Vorrei però che noialtri rimanessimo insieme perché tu e Depas siete bravi con la vela e Trippa stava già insegnandomi a stare al timone e non potrei avere un maestro migliore di lui...»
«Giustissimo», berciò Trippa, «e sono certo che non ci metteresti molto a imparare, svelto di cervello come sei.»
«Io sono in dubbio», sospirò il Barbiere. «Stavo bene con Akros e potrei non andare d'accordo con un altro capitano e con un altro equipaggio. Però, se mutasse soltanto il capitano, potrei tornare a imbarcarmi sulla tonda di Akros...»
«Potreste anche riposarvi a terra per un anno», osservò Korys. «In fondo questo viaggio vi ha arricchiti.»
«Restare a casa con mia moglie? Mai!» esclamò Trippa.
«Io la moglie non ce l'ho ma se restassi ad Akrotiri un anno intero finirei per prenderla», borbottò Depas, «e le mogli non sono fatte per me, brontolano sempre, vogliono che il marito
non beva, che accumuli rame e argento, desiderano braccialetti, collane e la gonna più bella di quella della vicina di casa. No, preferisco il mare.»
«Insomma, voi due vi imbarchereste comunque?» concluse il Barbiere, un po' deluso. «Magari uno su una nave e uno su un'altra? Anche se io e Nyr non ci fossimo?»
«E perché non dovreste esserci?» chiese Depas, stupito. «Siamo sempre stati insieme, no? Perché non dovreste imbarcarvi sulla tonda, con un altro capitano ma con noi?»
Acheo li ascoltava in silenzio, provando nostalgia e dolore per i compagni morti perché lui li aveva trascinati in quell'avventura. Più forte della nostalgia era però il desiderio di vendetta contro Kielos. Sbirciandolo di tratto in tratto, il Barbiere lo vedeva impassibile e certo non poteva immaginare quali sentimenti gli attraversassero l'animo in quel momento.
Il cibo, il vino e l'ora tarda dovuta ai discorsi fecero sì che Nyr si destasse l'indomani ben dopo l'alba. Ebbe quasi un senso di vergogna vedendo vuoto il giaciglio di Acheo e subito corse fuori al primo sole e si mise sotto il getto d'acqua della fonte che sorgeva a fianco della casa. L'acqua fredda lo destò del tutto e lo rinvigorì. Si era appena riassestato il perizoma quando incontrò la madre e Shamra che erano venute a prendere l'acqua con le brocche.
«Che la giornata vi sia propizia», le salutò. «Avete visto Acheo? Mi sono lasciato prendere dal sonno sino a poco fa e mi sento un fannullone.»
«Il sonno ristora quanto il cibo, figlio», gli rispose Akena, «e tu ne avevi bisogno. Acheo è stato sfidato dal Barbiere al lancio del pugnale e sono saliti dove non possono far male a nessuno. Prima, però, il Barbiere ha voluto radere tuo padre e Timos e pareggiare la barba incolta di Acheo. Gli altri amici tuoi dormono ancora e non me ne stupisco, data la quantità di vino che sono riusciti a bere...»
«Quelli te li raccomando!» sbuffò Shamra. «Hanno scorreggiato tutta la notte e ne rimbombava la casa; la prossima volta consiglierò a tua madre di farli dormire nell'ovile!»
Ridendo, Nyr rientrò in casa e vi trovò il padre, rasato a perfezione e con il volto unto di unguento profumato. Korys stava sorbendo il latte da una grande ciotola di legno e la posò quando vide il figlio.
«Che la giornata ti sia propizia, Nyr», borbottò. «A quest'ora dovrei essere nella capanna dei formaggi ma sarà meglio che passi prima un'ora all'aria aperta oppure il mio latte puzzerà di unguento e la gente si chiederà che strano odore hanno i formaggi di Korys...» Si passò una mano sulle guance rasate a perfezione e fece una comica smorfia di disgusto. «Non sono abituato a queste raffinatezze di città, ma il Barbiere non ha voluto sentire ragione e mi dispiaceva offenderlo. Ha rasato e profumato anche Timos che non ha osato opporsi. Ma, con quell'odore addosso, le pecore non volevano seguirlo e i cani non lo riconoscevano...»
Risero insieme e anche Nyr bevve una grande ciotola di latte fresco. Poi andò a svegliare Depas e Trippa che continuavano a russare.
«Perché dovrei alzarmi così presto?» borbottò Depas, aprendo un occhio sonnacchioso. «Lasciami dormire: ho chiuso occhio soltanto da poco, con Trippa che ha russato tutta la notte!»
Trippa non si svegliò neppure, limitandosi a emettere un gorgoglio, e, subito dopo, si rimisero a russare entrambi in un concerto fragoroso.
Poco dopo comparvero Acheo e il Barbiere che aveva alla cintura i suoi coltelli da lancio e sprizzava felicità da tutti i pori. Nyr guardò Acheo che gli rimandò un'occhiata ironica.
«Il nostro amico Barbiere ha una tale abilità nel lancio dei coltelli che dopo la prima sfida ho rinunciato...»
«Perché tu non avevi i coltelli adatti, carissimo», trillò il Barbiere. Infatti Acheo ostentava alla cintola il pugnale che gli aveva regalato Nyr e per il quale aveva ritagliato e cucito il fodero da una pelle di pecora non tosata. Il vello era bianco e nero e Acheo lo aveva tenuto all'esterno, donando così al fodero un aspetto singolare.
Più tardi, mentre Nyr, Acheo e il Barbiere erano intenti a chiacchierare, sopraggiunsero Trippa e Depas, con gli occhi ancora gonfi di sonno ma già affamati.
«Non vorrei darvi l'impressione di essere vorace», disse Trippa, «ma avrei una certa fame. Non si potrebbe avere una fetta di formaggio prima che sia pronto il desinare?»
«E una ciotola di vino, insieme con la fetta di formaggio?» volle aggiungere Depas.
Ridendo, Nyr li condusse in casa.


Capitolo 11.

RIPARTITI i suoi amici, Nyr cominciò a provare la nostalgia di Akrotiri, del mare, e soprattutto delle conversazioni con il Navarca. Aveva parlato ai genitori della sua intenzione di costruire una casa in città e, con sua grande sorpresa, aveva trovato Akena più contraria di Korys.
«Che me ne farei di una casa in città? Qui vesto e mi comporto come voglio. In città dovrei sforzarmi di far fare bella figura a te e a tuo padre...»
«E non pensi a Ilia? Chi sposerebbe stando qui sui monti?» le aveva fatto osservare Nyr. L'argomento aveva indotto Akena a riflettere, tanto più che Korys non era del tutto contrario a una casa ad Akrotiri. «Forse non subito, ma tra qualche anno... quando saremo invecchiati...»
Nyr però insisteva. «Potreste soggiornare in città durante l'inverno, quando qui si resta seppelliti dalla neve e l'acqua della fonte gela. Tornereste in primavera e per l'estate...»
Insomma, Nyr aveva gettato il seme e ora non gli restava che attendere. Nel frattempo, disse al padre, sarebbe sceso lui perché non intendeva oziare al caldo sui monti ma invece approfittare della disponibilità del Navarca a insegnargli. Così fu deciso che partisse e si prepararono le provviste per Tiri, dal momento che Nyr avrebbe abitato da lui, e i doni per il Navarca.
Korys possedeva un asino che, contraddicendo alla natura dei suoi simili, non s'impuntava mai ed era talmente intelligente che, in qualsiasi punto si trovasse, riusciva a rintracciar da solo la strada del ritorno.
«Domattina», disse Korys a Nyr, «condurrai con te l'asino perché ho da darti provviste per Tiri e dei formaggi per il Navarca e non potresti portare a spalla tutto quel peso. Dopo che te ne sarai servito lascialo andare, troverà da solo la strada del ritorno.»
L'indomani all'alba, pertanto, Nyr partì con l'asino carico di provviste e fu ad Akrotiri giusto a metà della giornata. Quando fu in prossimità del porto, notò una certa agitazione e ne chiese il motivo a un conoscente.
«Questa notte Niarkos, il pescatore di spugne, ha cercato di rubare qualcuna delle offerte agli dèi del mare e si è recato all'imboccatura del porto con l'intento di tuffarsi, ma è stato sorpreso
da Tiri che, forse sospettando qualcosa, tutte le notti si recava nello stesso punto», gli raccontò il conoscente. «Vistosi scoperto e temendo che Tiri lo denunciasse, stava per
aggredirlo e certamente avrebbe avuto la meglio, dal momento che Tiri è vecchio, quando il tentacolo di un'enorme piovra lo ha afferrato, trascinandolo in fondo al mare. Adesso Tiri e altri stanno cercando il corpo per darlo in pasto ai maiali, come si merita un ladro sacrilego!»
Nyr, assai turbato dalla notizia, si inoltrò col suo asino nel porto affollato e, accanto alla banchina da cui solitamente partiva Tiri per la pesca, trovò Depas che commentava con altri l'accaduto. I due amici si abbracciarono e Depas confermò il racconto che Nyr aveva già udito, aggiungendo che il Barbiere e Tiri, insieme con altri pescatori, stavano scrutando le acque all'imboccatura del porto per tentare di scorgere il cadavere.
«Secondo me, l'accaduto è opera di un dio del mare», confidò Depas che era insolitamente sobrio. «Non può essere altrimenti: soltanto un dio poteva mettere a guardia del raggio una simile piovra!»
In quella, si levarono grida dal molo e i due amici videro che le barche dei pescatori stavano rientrando, quella rossa e bianca di Tiri in testa a tutte. Quando furono abbastanza vicine tra il molo e le imbarcazioni si incrociarono domande e risposte.
«L'avete trovato?»
«Sì, l'abbiamo trovato!»
«È stata la piovra a ucciderlo?»
«Sì, è stata la piovra...» La gente s'affollava sul molo, e la banchina alla quale sarebbero attraccate le imbarcazioni era già stracarica: Nyr e Depas dovettero quindi rinunciare a inoltrarvisi.
Sopraggiunsero le guardie e infine, poco dopo, portato da quattro pescatori sull'attrezzo a scala che serviva per il trasporto delle reti, apparve il corpo di Niarkos, ed era una cosa orribile a vedersi. La piovra doveva essere stata davvero gigantesca, perché i segni bluastri che i tentacoli avevano lasciato su tutto il corpo erano grandi come una ciotola. Niarkos era stato un uomo grande e grosso e di eccezionale robustezza. Adesso la sua carcassa, completamente esangue, appariva come un sacco flaccido. Ma questo non era tutto. Con un moto di orrore Nyr e gli altri poterono constatare che al cadavere mancavano gli occhi e che gli era stato strappato il cuore.
«Per tutti gli dèi del cielo e del mare!» esclamò sommessamente Depas quando i pescatori passarono accanto a lui. «Quella piovra doveva avere un becco spaventoso, Nyr! Ora puoi star tranquillo che Egea non si lascerà mai sottrarre lo specchio che le hai offerto! E quel raggio... io dico che quel raggio è un segno di riconoscenza per te e per la tua città... Tu non lo pensi?»
In quel momento sopraggiunse Tiri, pallido ed emaciato, con la barba lunga, evidentemente stremato per le notti passate insonni sulla sua barca da pesca a vegliare sul tesoro offerto agli dèi. Tra gli amici vi fu un muto abbraccio e poi si recarono tutti insieme alla casa di Tiri e mandarono a chiamare Trippa perché mangiasse con loro. Liberato l'asino dalle some, Nyr lo rinchiuse nel cortiletto posteriore, dandogli da mangiare e da bere e badando a che restasse all'ombra.
Poco dopo sopraggiunse Trippa, il quale informò gli amici che il cadavere di Niarkos sarebbe stato dato in pasto ai porci quella sera stessa e che il Navarca aveva invitato tutti ad assistere allo scempio del cadavere.
«Certo che un ladro sacrilego non meritava altro», fu il commento del Barbiere, «e tuttavia non assisterò a quella scena orripilante.»
«Ma tu com'è che sospettavi di Niarkos?» chiese Nyr a Tiri.
«Sapevo che era un poco di buono e un ladro», rispose Tiri, «ma non sarei mai arrivato a immaginare che avesse in animo un gesto simile se non mi avesse avvertito sua moglie che temeva la vendetta degli dèi se, per sfortuna, il marito fosse riuscito a consumare il furto. Ci mettemmo d'accordo che, quando avessi colto sul fatto Niarkos, lo avrei scacciato ma senza denunciarlo e infatti così mi comportai. Lui però non volle credere che non lo avrei denunciato. Mosse la sua barca contro la mia e, giunto a distanza utile, abbandonò i remi per l'arpione. Stava per colpirmi quando, fulmineamente, sorse dal mare un tentacolo gigantesco e lo afferrò, trascinandolo sott'acqua. Vidi ogni minimo particolare perché il raggio che sorgeva dalle profondità illuminava la scena come fosse stato giorno. Non dimenticherò mai più la mostruosità di quel tentacolo, grosso come il torace di un uomo robusto...»
«Io sarei morto di paura!» confessò Trippa. «Ma adesso non parliamo più di queste cose orribili. Noi siamo in pace con
gli dèi e dunque pensiamo a mangiare e a bere. Suppongo che Korys non ti abbia mandato ad Akrotiri senza qualcosa di buono, Nyr, amico mio...»
Nyr, oltre a salsicce e formaggi, aveva portato un porcellino di latte già cotto sulle braci e del buon vino. Durante il pranzo, Tiri volle aggiungere un particolare al suo racconto e disse che ogni sera, invariabilmente, giunto al punto in cui erano state gettate in mare le offerte, aveva pescato un grosso branzino. «Pescavo per ingannare l'attesa», spiegò, «ma non è certo quello, con tanta corrente, il posto da pescar branzini. Eppure come buttavo l'amo, ecco che abboccava e si faceva tirar su senza nemmeno lottare. Ieri notte feci apposta a non innescare l'amo e il branzino abboccò lo stesso. Inspiegabile, per me.»
«Forse la dea Egea voleva ricompensare in quel modo la tua buona volontà», insinuò sorridendo Nyr.
«Fosse così, farei la guardia anch'io ogni notte e sono certo che la dea, conoscendomi, attaccherebbe all'amo una brocca colma di vino al miele!» intervenne Depas.
«E perché non un orcio, già che ci sei?» lo prese in giro Trippa.
«Comunque, che ne hai fatto di quel branzino?» s'informò Depas che aveva sempre un appetito formidabile.
«L'ho messo al fresco, sotto una coperta d'alghe», rispose Tiri. «Lo mangeremo stasera, se vorrete fermarvi.»
«Mi fermerò in questa casa sinché ci saranno un goccio di vino e una briciola di cibo!» dichiarò Depas.
Più tardi Nyr, lasciato Tiri addormentato e Trippa e Depas che continuavano a bere raccontandosi a vicenda orripilanti storie di mostri, prese l'asino e andò alla casa del Navarca.
Da allora in avanti la vita di Nyr fu divisa tra la casa del Navarca e quella del capitano Lisos.
Al mattino, il Navarca srotolava papiri e sciorinava tavolette sulla grande tavola, insegnando a Nyr i rudimenti della scrittura minoica, le unità di peso e di misura, le varie armi
in uso nell'Egeo, in Egitto e tra le popolazioni barbare.
Al pomeriggio, il capitano Lisos gli dava lezioni di navigazione astronomica e di geografia. Nyr gli chiese un giorno quale fosse il paese dove nasceva il vento e Lisos gli mostrò un punto a nord e pronunciò la parola: «Akhkhiyawa». Nyr considerò
pensosamente il rotolo di morbida pelle sulla quale erano state disegnate isole e continenti sino al limite conosciuto, e osservò che la Terra dove nasce il Vento era assai vasta. Possibile che i suoi abitanti fossero diventati pirati?
«Sono rozzi e ignoranti ma decisi», rispose Lisos. «È una razza forte e noi abbiamo sbagliato a spingere fin lassù i nostri mercati. Gli abbiamo insegnato involontariamente molte cose e loro se ne avvalgono. Sono moltissimi, abituati a una vita dura, e ne desiderano una migliore. Ben presto li avremo addosso e dovremo combatterli molto più seriamente di quanto non abbiamo fatto sino a ora.»
Nyr pensò ad Acheo e gli pareva impossibile che la sua gente fosse di natura rozza. Per la verità Acheo disdegnava tutto ciò che era mollezza o che tale appariva ai suoi occhi, tuttavia Nyr non lo avrebbe mai definito rozzo. Non ritenne comunque di porre altre domande e il capitano Lisos passò a un altro argomento.
Tra le dissertazioni del Navarca e le lezioni teorico-pratiche di Lisos passava soltanto l'ora della colazione, che Nyr consumava immancabilmente alla mensa del Navarca e anche in quell'occasione era maggiore il tempo che dedicavano alla conversazione che quello dedicato al pasto, più che mai parco.
A sera, Nyr si rifaceva cenando con Tiri e, spesso, anche con gli altri amici. Tiri non era più andato di notte all'imboccatura del porto perché, dopo quanto era accaduto a Niarkos, a nessuno sarebbe venuto in mente di ritentarne l'impresa. Ovviamente non aveva più pescato branzini ma usciva ogni giorno con una piccola rete e pescava a sufficienza per le sue necessità, quelle di Nyr e spesso anche dei suoi amici. Al vino, esaurito ben presto quello portato da Nyr, provvedevano con larghezza Depas e Trippa, che approfittavano della loro nuovissima ricchezza per procurarsi il migliore che si trovasse ad Akrotiri.
Il tempo libero, quel poco che gli restava alla fine della lezione in casa del capitano Lisos, Nyr lo impiegava girellando per le botteghe degli artigiani. Aveva ordinato un fodero per il pugnale di Timos dal pellettiere, ma le sue botteghe preferite erano quelle dell'armaiolo, del vasaio e le fornaci dove si cuocevano i mattoni. Dall'armaiolo, la sua attenzione si era appuntata su un grande arco ma, quando aveva provato a tenderlo, vi era riuscito soltanto a metà e se n'era vergognato.
«Si tratta di imparare ad applicare la forza nel punto
giùsto», gli aveva spiegato il Navarca quando lui gli aveva confessato l'insuccesso. «Quando conoscerai abbastanza la teoria passeremo alle esercitazioni pratiche e ti mostrerò come fare.»
Dieci giorni dopo, Nyr aveva appreso i primi rudimenti sulle armi principali e si esercitava a usarle in un grande cortile, assieme al Navarca. Sin dal primo giorno, Nyr era rimasto sbalordito, non tanto per la difficoltà degli esercizi quanto per la forza e la perizia del Navarca, un uomo che, per età, avrebbe potuto essere il padre di suo padre.
Il grande scudo, rettangolare e concavo per meglio proteggere il corpo, gli lasciava scoperti la testa e i garretti e, per maneggiarlo, occorreva una forza notevole. Contro di lui, difeso dallo scudo, fatto di robusto cuoio e con l'intelaiatura di legno all'interno, il Navarca maneggiava la spada, ora di forza, ora di destrezza. Dopo aver fatto rimbombare di colpi furibondi lo scudo di Nyr, in modo da stancarlo, ne sorprendeva la guardia e senza fallo lo colpiva ai garretti oppure al capo. Naturalmente la lama della spada era avvolta da numerosi stracci, la testa di Nyr protetta da un elmo di cuoio imbottito all'interno con spugne e anche i polpacci erano difesi da spesse uose, e tuttavia, dopo una mezz'ora di combattimento, a Nyr dolevano tutti i muscoli e soprattutto la testa, tanto che a notte, sul giaciglio, tardava a prender sonno e Tiri gli riscaldava vino e miele in una ciotola.
«Ora saresti già morto!» non si stancava di urlargli il Navarca quando lo colpiva alla testa con la spada. «Bada a te! Stai lottando per la vita, non è un semplice esercizio! Devi pensare che stai mettendo in palio la tua vita! Non devi mai dimenticartene! Non è un gioco!»
Nyr stringeva i denti e continuava a parare colpi su colpi. Ma il peggio venne quando anche lui ebbe una spada imbottita e si rovesciarono le parti: lui doveva attaccare e l'altro difendersi con il pesantissimo scudo. Il Navarca, infatti, riusciva a fare dello scudo un'arma addirittura di offesa e, invece di limitarsi a parare i furibondi colpi di Nyr, spingeva avanti lo scudo, interrompendo l'azione dell'avversario e fiaccandone le forze. Insomma, Nyr si accaniva inutilmente e non gli riusciva di capacitarsi che un uomo così vecchio avesse sempre la meglio su di lui e sulla sua agilità e resistenza.
Ma l'esercizio con la spada e con lo scudo durava soltanto mezz'ora, seguito da quello che Nyr chiamava il supplizio dell'arco. Il Navarca ne possedeva uno, più grande di quello che Nyr aveva un giorno ammirato nella bottega dell'armaiolo. Un arco bellissimo, istoriato con scene di caccia e assai potente. Nyr aveva faticato a tenderlo e, ancora una volta, il Navarca gli aveva spiegato che non si trattava di forza pura, ma di applicazione su un particolare punto dove la forza doveva essere esercitata.
«Le tue braccia sono più forti delle mie, Nyr, ma non altrettanto lunghe. La tua statura è inferiore alla mia e l'arco è stato costruito su misura per me. Però tu devi imparare a maneggiare qualsiasi arma, anche quelle del nemico, se sarai riuscito a togliergliele. Quindi devi adattarti all'arma che impieghi. Ora, in quest'arco, ecco i punti su cui io faccio forza per riuscire a tenderlo al meglio, mentre, per te, sono questi.» Gli insegnava senza stancarsi e, finalmente, Nyr riuscì a tendere opportunamente l'arco. Le lezioni successive erano state dedicate al tiro.
«Non devi mai smettere di esercitarti», gli raccomandava il Navarca, «perché la precisione dipende dall'esercizio costante.»
«Non riuscirò mai a eguagliare le prodezze degli arcieri di Gournià che infilavano un anello al volo», si scoraggiava Nyr in continuazione. Un bel mattino il Navarca gli fece provare un esercizio nuovo. Prima però gli tenne un discorsetto.
«La precisione di tiro è indubbiamente necessaria», gli disse, «ma la tempestività è addirittura fondamentale. E inutile che tu scocchi una freccia diretta con precisione al cuore del nemico se hai tirato dopo di lui, se sei già morto. Ora ti mostrerò che i tuoi arcieri di Gournià non sono poi così irraggiungibili.» Porse a Nyr un anello simile a quelli adoperati dagli arcieri di Gournià e il giovane si esercitò a gettarlo in aria, il più alto possibile e in modo che restasse il più possibile orizzontale. Quando il Navarca fu soddisfatto, incoccò la freccia e attese che Nyr lanciasse l'anello per tender l'arco e scoccare il dardo. La freccia volò dritta e precisa attraverso l'anello, lasciando sbalordito Nyr.
«Come vedi», osservò il Navarca, «i tuoi arcieri non hanno fatto nulla che domani non possa fare anche tu, se ti applicherai con costanza. Ma ora voglio farti vedere una cosa
che i tuoi famosi arcieri troverebbero ben più difficile del
loro banale esercizio con gli anelli.»
In fondo al vasto cortile Nyr aveva già notato, quel mattino, una sorta di fondale di legno con dipinti sopra cespugli fioriti.
Il Navarca ora teneva in mano quello che a Nyr parve un giocattolo: un coniglio di stoffa con le zampe inchiodate a una base di legno, munita di ruote, a cui era legata una correggia sottile. Nyr non riusciva a capire a che potesse servire quell'aggeggio se non al divertimento di un bambino.
«Ti ho detto che la tempestività è fondamentale e ora te lo dimostrerò», gli annunciò il Navarca. Prese il coniglio, andò accanto al fondale dipinto e, con manovre opportune, lo scompose, lasciando tra i cespugli dipinti uno spazio pari alla figura del coniglio. Dispose poi il giocattolo a un lato del fondale, mentre lui andava a sistemarsi all'altro lato. Nyr si avvide che teneva in mano il capo della correggia.
«Ora faremo una prova, Nyr», gli gridò il Navarca da una distanza di circa venti passi. «Tu sta' pronto con l'arco perché dovrai colpire il coniglio.»
Nyr inspirò profondamente come il Navarca gli aveva insegnato a fare, poi si rilassò, controllò la posizione dei piedi e, incoccata la freccia, tese parzialmente l'arco.
«Adesso tira al coniglio!» ordinò il Navarca e, un attimo dopo, diede uno strattone alla correggia e il coniglio scomparve dietro il fondale, mentre la freccia di Nyr andava a spuntarsi contro il muro di pietra del cortile.
«Si riprova», annunciò il Navarca dopo aver riportato il coniglio alla sua primitiva posizione. «Bada, Nyr, che ti lascio un momento soltanto, prima di tirar via il coniglio. Quando dirò: "Tira!" dovrà partire la tua freccia. Se non sarai pronto ricorda che il coniglio apparirà per un istante tra le due parti del fondale e tu avrai non una ma due possibilità. Scocca la freccia quando ti sentirai più sicuro.»
Quell'esperimento fu ripetuto più e più volte e mai Nyr riuscì a centrare il coniglio. Ora la freccia colpiva il muro, ora si piantava nel fondale di legno. Dopo mezz'ora di tentativi, Nyr abbandonò l'arco e si immobilizzò, le braccia lungo i fianchi: sul suo volto era dipinto lo scoramento. «Non ci riuscirò mai!» esclamò quando il Navarca lo raggiunse.
«Ma che cosa credevi, stolto che non sei altro!» gli urlò il Navarca, incollerito come Nyr non l'aveva mai visto. «Che cosa
credevi, di imparare quest'arte difficile in pochi giorni? Bada a te, Nyr! Non voglio mai più sentirti ripetere ciò che hai detto! Se lo dirai un'altra volta ti caccerò dalla mia casa e non vorrò vederti più!»
Di fronte all'aria smarrita e sorpresa di Nyr, la collera del Navarca si placò rapidamente come era insorta. Posò una mano sulla spalla del giovane e disse: «Per questa mattina basta con le armi. Vieni, scendiamo a passeggiare sui moli, ho voglia di veder le navi...»
Fisicamente il Navarca e il capitano Lisos erano del tutto diversi tra loro. Alto e asciutto, semplice nel vestire, parco nel mangiare e privo di ornamenti il Navarca. Piccolo e tondo, accurato nel vestire, amante dei gioielli e della buona tavola Lisos. Ma Nyr trovava che i due uomini erano accomunati da un'intelligenza e da un sapere eccezionali. Un'altra cosa avevano in comune: l'acutezza dei giudizi, quando ne davano, e il dono di sapersi far ubbidire senza mai alzare il tono della voce. Ormai Nyr aveva capito che la collera del Navarca, il giorno in cui si era dichiarato incapace di diventare bravo con l'arco, altro non era stata che una forma di insegnamento; l'unica in quel momento che avesse avuto il potere di scuoterlo. Il Navarca voleva da lui intelligenza e capacità di apprendere, applicazione e costanza ma, soprattutto, che non si arrendesse mai. Per Nyr quella sfuriata era stata una lezione di vita, perché aveva capito che, se si fosse mostrato privo di carattere, il Navarca avrebbe realmente perso ogni interesse per lui.
Un'altra cosa che accomunava il Navarca e Lisos era che entrambi non si erano mai sposati ma, mentre il primo aveva appena i servitori sufficienti, Lisos aveva domestici e ancelle in grado di badare a una famiglia numerosa e le ancelle erano tutte giovani e belle. Soprattutto una, Lidia, trattava il padrone con maliziosa familiarità, tanto che le malelingue del porto dicevano che dormisse con lui. Quando sapeva di non essere osservata dal suo padrone, Lidia lanciava a Nyr occhiate invitanti e se accadeva che restassero soli, anche per un tempo brevissimo, gli si accostava e provava ad accarezzarlo, chiedendogli se gli sarebbe piaciuto incontrarsi con lei. Imbarazzato, Nyr si schermiva, rispondendo che era lì per studiare e non intendeva offendere Lisos. Lei non se la
prendeva per quei rifiuti che attribuiva alla paura di Nyr di
perdere il maestro, e insisteva. «Non appena si presenterà un'occasione sicura voglio che tu stia con me e ti darò piacere in tutti i modi che conosco», gli diceva, «perché sono stufa di Lisos, che è un vecchio porco e ormai sa lavorare soltanto con la lingua...»
Nyr, non capendo l'espressione, aveva pensato che Lidia intendesse dire che Lisos era più abile con le parole che con i fatti; ma non era cosa che lo riguardasse e fu urtato dal disprezzo che costei manifestava per il suo padrone.
Quando Lisos fu convinto che Nyr avesse sufficienti nozioni teoriche, avvertì l'allievo che sarebbero passati a lezioni pratiche. «Da domani sera ti fermerai a cena da me e imparerai a distinguere le stelle nel cielo e non soltanto sulla carta.»
Nyr imparò dunque a riconoscere nel cielo buio le stelle che aveva studiato sulla carta, ma gli vennero a mancare le cene con Tiri e con gli amici. In compenso Lisos gli parlava con conoscenza di causa delle abitudini di vita egizie e, allora, per la prima volta, Nyr sentì la parola «keftiù», il nome con cui gli Egizi chiamavano i marinai e i mercanti minoici che approdavano nel loro paese.


Capitolo 12.

ORMAI Nyr aveva cognizione dei più importanti segni di scrittura, dei sottomultipli del talento, del valore delle merci e della loro principale provenienza, dei mercati migliori, dei prezzi e delle loro variazioni. Aveva anche imparato i primi rudimenti dei geroglifici e il Navarca insisteva perché ricordasse i più importanti sigilli delle Isole.
In quanto a Lisos, gli rivelava gli approdi migliori nel caso che una nave fosse sorpresa dalla tempesta, l'arte dello stivaggio, i regolamenti e le norme di comportamento che erano spesso diversi da un porto all'altro.
Sia il Navarca sia Lisos, al termine delle rispettive lezioni, si intrattenevano a conversare con lui degli argomenti più disparati e Nyr, già prudente per natura, imparava a non dar giudizi avventati neppure su questioni di poca importanza.
Presso il Navarca, l'ora che precedeva il pasto era dedicata agli esercizi fisici e alla pratica delle armi. Nyr, con l'arco, stava imparando a essere tempestivo oltre che preciso nel tiro. Più di una volta la sua freccia aveva colpito il coniglio di pezza ma il Navarca non era mai soddisfatto, e diceva che soltanto quando Nyr fosse riuscito a batterlo avrebbe potuto considerarsi un buon arciere. Che Nyr avesse fatto grandi progressi apparve evidente soltanto quando il suo maestro pensò di metterlo a confronto con ufficiali della guardia costiera, tutti giovani robusti e particolarmente allenati all'uso delle armi. Nyr combatté contro di loro con la spada e lo scudo e fu sconfitto soltanto da pochi. Nel tiro con l'arco lui stesso fu sbalordito della propria superiorità. Nella lotta, però, si rivelò debole e quasi tutti gli ufficiali ebbero la meglio su di lui; si prese tuttavia la rivincita con il pugilato, battendo tutti con estrema facilità nonostante il fatto che gli fossero superiori di peso.
«Vai abbastanza bene, ma non ti montare la testa», lo ammoniva il Navarca quando restavano soli. «Questi non sono combattimenti veri e tu non lotti per la vita. Quando ti sarai perfezionato con l'arco, voglio che tu diventi superiore a chiunque nella nostra lotta nazionale, che impari a servirti di colpi leciti e illeciti, che diventi capace di uccidere un uomo con le mani anche se lui ti aggredisce col pugnale.»
Nyr cominciò così a imparare la lotta con mani e piedi e, sebbene
lui e i suoi avversari fossero muniti di elmi di cuoio con l'interno imbottito di spugna, la sera si ritrovava pieno di lividi e doveva dir grazie alla propria agilità se si salvava dai colpi peggiori che gli ufficiali avevano l'ordine di non risparmiargli.
«Manchi di aggressività», lo rampognava il Navarca. «Ti manca la volontà di far male, di distruggere l'avversario. Non sei nell'arena a ricevere applausi per l'eleganza dei tuoi movimenti, stai combattendo contro un nemico!»
«Ma sono tutti miei amici!» protestava Nyr.
«Non è vero!» sbraitava l'altro. «Ti romperebbero le ossa, se potessero!»
Nyr però capiva che il Navarca mentiva, voleva aizzarlo contro i suoi avversari, e un giorno glielo disse chiaro e tondo. «Ti sembro proprio tanto sciocco da non saper distinguere, nel caso, l'uomo che volesse veramente farmi male? Quando ciò avverrà gli romperò le ossa, ti do la mia parola!»
Inaspettatamente, il Navarca era scoppiato in una delle sue rare risate e gli aveva posato una mano sulla spalla.
«Staremo a vedere, Nyr. Comunque, sciocco non lo sei davvero, ci mancherebbe altro che io avessi perso il mio tempo con uno sciocco...»
La sera, dopo la lezione, Lisos lo tratteneva sempre a cena e conversavano prima di salire sulla terrazza a osservare le stelle. Ogni volta che poteva, l'ancella Lidia rinnovava le sue profferte a Nyr che tentava di eluderle senza offenderla. Ma non era facile. Era sufficiente che Lisos si assentasse per pochi momenti ed eccola comparire nella stanza da lavoro del suo padrone. Non osava entrare, ma, stando sulla soglia, parlava a Nyr in tono acceso.
«Mi piaci perché sei giovane e ben formato, perché hai strani occhi color del cielo e i tuoi capelli sono più soffici di quelli di una donna! Perché sono certa che tra le cosce possiedi un pugnale che farebbe la felicità della mia guaina! Un pugnale che mi farebbe morire di piacere!» Gli parlava così e si accarezzava i seni, divorando Nyr con gli occhi, ma, al primo rumore dei passi di Lisos, scompariva come per incanto. Nyr era scombussolato da quelle profferte così esplicite, ma il timore vinceva il desiderio e la subitanea eccitazione scompariva non appena Lisos riprendeva a parlare di navigazione.
Una sera, inaspettatamente, Lisos lo lasciò libero di andare a cena da Tiri. «D'ora in avanti le nostre lezioni si terranno
soltanto sul mare. Domattina riferirai al Navarca che ti ho insegnato tutta la teoria possibile. Adesso è il momento di uscire in mare. Siccome la navigazione è chiusa ci accontenteremo di uscire con una barca da pesca che si discosterà appena un paio di miglia dal porto per essere pronti a rientrare in caso di burrasca. Devi imparare a riconoscere le stelle da un'imbarcazione che si muove e non da una terrazza che sta sempre ferma.» Quella sera, Nyr cenò con Tiri e con gli amici e parlò con loro dei suoi progressi nelle varie discipline.
«Se si tratta di lotta senza esclusione di colpi, anch'io posso insegnarti qualche trucchetto», si offerse Depas.
«E io ti insegnerò a lanciare i coltelli e diventerai bravo quasi quanto me», aggiunse il Barbiere.
«Invece io ti insegnerò subito a non cadere nei piccoli trucchi di Lisos», annunciò tronfio e ammiccante Trippa. «Hai detto che dovrai riconoscere le stelle navigando e non stando sulla terrazza di casa sua? Vedi, le stelle sono immobili nel cielo mentre una nave si muove e, a seconda della sua direzione, e della lontananza dal primo punto di osservazione, le stelle appaiono in modo diverso. Ma tu hai detto che farete questa prova su una barca da pesca che non può andare tanto lontano. Allora, per confonderti, Lisos farà cambiare direzione alla barca tante volte che alla fine non ti raccapezzerai, non capirai più se andate verso il largo oppure verso terra, a oriente oppure a occidente. Perciò sta' attento, se Lisos si metterà al timone, a non guardar la prora dell'imbarcazione ma guarda sempre in alto e non ti sbaglierai.»
«Perché Lisos dovrebbe fare una cosa del genere? Perché dovrebbe tentare di imbrogliarmi?» chiese preoccupato Nyr.
«Non si tratta di imbrogliarti», replicò Trippa. «Se una tempesta aggredisse la tua nave e la riducesse in sua balia, facendola girare in tondo come un fuscello, ti troveresti nella stessa condizione. Ricordati perciò che, nel momento in cui Lisos si metterà al timone, vorrà provare in quel modo la tua abilità. Lo ha già fatto altre volte quando doveva scegliere i timonieri, quindi sei avvertito.»
«Ti ringrazio, Trippa, e ci starò attento. Certo, vorrei averti sempre al mio fianco, su una nave, e mi piacerebbe che anche voi, amici miei, mi rimaneste vicino. State pur certi che non lascerò nulla di intentato pur di continuare a navigare con voi.»
«Il destino di noi tutti è nelle mani degli dèi», tagliò corto
Tiri, levando le salsicce dal fuoco. Fu come al solito una cena abbondante e allegramente innaffiata dal vino, anche se, come sempre, Nyr badò a non eccedere e si gettò sul giaciglio mentre i compagni ancora bevevano.
L'indomani, Nyr riferì al Navarca ciò che gli aveva detto il capitano Lisos, cioè che sarebbero usciti in mare.
«Concordo con Lisos», disse il Navarca. «Ora sei imbottito di nozioni teoriche ed è giunta l'ora che tu le metta in pratica. Hai anche finito con gli esercizi guerreschi e con le prove di forza fisica. Per quelle ti allenerai per conto tuo nella casa di tuo padre sui monti. Oltretutto avrai autentiche lepri da colpire con il tuo arco...»
«Ma io non possiedo un arco», osservò dispiaciuto Nyr.
«Farò in modo che tu ne abbia uno in prestito per quando salirai sui monti», promise il Navarca.
«Questo significa che tu non mi darai più lezioni?» chiese Nyr, preoccupato.
«No, significa soltanto che d'ora in avanti ti darò lezioni d'altro genere», sorrise il Navarca. «Lezioni di buon comportamento e di politica che ti verranno certamente utili.»
«Mi comporto forse male? E che significa politica?» chiese Nyr, perplesso e un po' mortificato.
«Ti comporti bene nell'ambiente maschile ma dovrai imparare a muoverti anche fra le donne», gli spiegò il Navarca. «Voglio dire fra le donne che contano e non fra le ragazzette e le ancelle. Naturalmente saranno lezioni teoriche di buone maniere. Dovrai imparare a fare complimenti alle donne che li gradiscono, e cioè quasi tutte. A danzare con loro al suono dell'arpa e del flauto e a intrattenerle con discorsi. Ma queste cose non te le insegnerò io. Io ti insegnerò come si amministra una città, chi comanda in questa o quell'altra delle nostre Isole, nelle città del continente e in Egitto, quali sono le nostre forze e quelle dei popoli stranieri, chi ci è amico e chi finge solo di esserlo e come riconoscere gli uni dagli altri. Questo io ti insegnerò. E ora, siccome è una bella giornata, andiamo a fare una passeggiata lungo le banchine...»
Quella sera, a bordo, il capitano Lisos si comportò esattamente come Trippa aveva previsto. Dopo una serie di manovre apparentemente senza senso, chiese a Nyr che rotta stessero facendo
e Nyr, che aveva tenuto lo sguardo sulle stelle, rispose che stavano tornando a terra. Il giochetto si ripeté ancora tre volte senza che Nyr si lasciasse ingannare e alla fine Lisos lasciò il timone e la barca fu libera di gettare le reti.
L'indomani mattina il Navarca già sapeva che il maestro non era riuscito a ingannare l'allievo ma non ne parlò con Nyr.
Parlò invece di amministrazione e di governi: ma non era semplice spiegare il concetto di politica. Lui si avvide delle difficoltà di Nyr a capire e, dopo aver riflettuto un poco, srotolò una pelle con impresse a fuoco le Isole e i contorni delle terre che le circondavano. Puntò il dito su una zona e chiese a Nyr il nome di quella regione.
«È la Terra dove nasce il Vento», rispose subito lui.
«Infatti. Vedo che le lezioni di geografia di Lisos ti son rimaste impresse. Ma sai dirmi chi la governa?»
Nyr stava per dire che era governata da un re ma si trattenne in tempo perché Lisos non glielo aveva detto.
«La governa un re», gli spiegò il Navarca. «Questo re non voleva guerre e non intendeva percorrere le strade del mare perché viveva sui monti ed era soddisfatto della sua vita. I suoi due figli, però, non la pensavano come il padre e convinsero molti loro compagni, desiderosi di avventura e di conquiste come loro, a costruire navi con le quali si avventurarono sul mare. Essi commisero gravi atti di pirateria ma, alla fine, furono sconfitti entrambi. Uno di loro affondò con la nave e i compagni, dopo essere stato attaccato da una nostra nave da guerra nelle acque di Nasso. Il fratello invece fu colto da una tempesta in prossimità del Golfo Grande e dovette cercar scampo su una spiaggia di Moklos dove fu assalito da soldati cretesi. Molti suoi compagni furono uccisi, lui e pochi altri fatti prigionieri e, successivamente, sacrificati da Kielos. Queste cose le sai bene perché eri presente...»
«Infatti», disse Nyr, intimamente turbato per la piega che aveva preso il discorso.
«Ebbene, supponiamo - e bada bene che faccio soltanto una supposizione - che questo principe, aiutato dagli dèi, sia scampato al sacrificio e in qualche modo, sempre per volere degli dèi, sia giunto all'ìsola Rotonda...»
Nyr sentì che il sangue gli si gelava nelle vene e dovette compiere un grande sforzo interiore per mantenersi impassibile.
«Supponiamo dunque», proseguì il Navarca, «che questo
principe, figlio del re della Terra dove nasce il Vento, abbia trovato scampo all'isola Rotonda e che qualcuno, certo ispirato dagli dèi, gli abbia fornito cibo e ricovero. Proviamo allora a immaginare che lo straniero riesca un giorno a ritrovare la strada della sua terra. Come ricorderebbe il trattamento ricevuto a Gournià e quello ricevuto all'isola Rotonda?»
«In modo ben diverso», rispose Nyr e neppure lui seppe come aveva fatto a mantenere la voce ferma.
«Siccome non sto parlando di fatti realmente accaduti ma di supposizioni», continuò il Navarca, «andiamo avanti in questa storia sempre facendo delle ipotesi. Io devo pensare ragionevolmente che, se questo principe armasse altre navi e continuasse le sue gesta di pirateria, attaccherebbe piuttosto Gournià che non Akrotiri. Non sei dello stesso parere?»
«Sì, penso anch'io che, se dovesse davvero riconoscenza alla gente dell'isola Rotonda, non assalirebbe le sue navi e non farebbe scorrerie lungo le sue coste», rispose Nyr.
«Bene, e ora veniamo alla politica», disse il Navarca. «Se ciò fosse realmente accaduto, io non lo vorrei sapere. Se lo sapessi e non facessi niente mi inimicherei Kielos. Se imprigionassi o uccidessi quel principe mi inimicherei la sua gente mentre è saggia politica essere amici di tutti, nei limiti del possibile. Ecco perché, se ciò fosse realmente accaduto, preferirei non saperne niente. Questa è la politica. D'altronde vedo che uno dei princìpi della politica tu l'hai già posto in essere...»
«E sarebbe?» chiese Nyr con appena un fil di voce. Non capiva dove il Navarca volesse andare a parare con quel discorso. Le sue parole sembravano limpide ma se le sue intenzioni fossero state quelle di giocargli un tiro, come aveva provato a fare il capitano Lisos?
«Un principio politico è quello di riuscire a tacere la verità senza tuttavia dire una menzogna», disse sorridendo appena il Navarca. «Ma adesso parliamo d'altro. Tu sei stato ospite di Kielos che ti ha trattato da amico e ti ha affidato un messaggio Per me. Sei stato alla sua festa come ospite, perciò voglio che tu la descriva e che mi descriva i giochi, le portate dei banchetti il comportamento di Kielos, caso mai tu abbia notato qualcosa di particolare nei suoi discorsi, o qualche bizzarria.»
Nyr cominciò a descrivergli la festa così come se la ricordava, ma quasi subito il Navarca lo interruppe. «Ho dimenticato di avvertirti che le mogli dei consiglieri, e
magari loro stessi, ti faranno ripetere più e più volte questo
racconto. Quindi tu fallo con brio, magari accenna anche a come gabbasti a Melo quelle donne della casa di Kàllista che inseguivano il vostro timoniere...»
«Non credevo che le signore amassero questo genere di racconti», obiettò Nyr.
«Oh, le dame amano i racconti piccanti, se tu sai narrare la storia senza infarcirla di grossolanità e di parole oscene», lo rassicurò sorridendo il Navarca. «Il tuo scopo, ricordalo bene, è quello di farle divertire, tuttavia senza dare l'impressione ai mariti, oppure agli amanti, che le tue intenzioni siano subdole. Il maggior pregio di un uomo che frequenta i palazzi dei potenti e le case dei ricchi è quello di piacere sia agli uomini sia alle donne. Però non piaceresti di sicuro all'uomo di cui insidiassi palesemente la moglie o la concubina. Tanto per intenderci, saresti piaciuto assai meno a Lisos se avessi corrisposto alle profferte di quella sua Lidia...»
Nyr restò di sasso a quelle parole. Sembrava che il Navarca sapesse tutto di lui e del suo modo di comportarsi. Sapeva certamente di Acheo e gli aveva fatto capire che la cosa poteva tornar utile a certe condizioni. Mostrava di sapere dell'ancella di Lisos e, di fronte a lui, Nyr si sentiva indifeso e trasparente come l'acqua!
«Tu vuoi dire che Lisos mi ha messo alla prova come ha fatto sulla barca da pesca? Che Lidia era d'accordo con lui per indurmi in tentazione?»
«Esattamente», rispose il Navarca. «Ti ha messo alla prova. Lisos sa bene che razza di culo bollente sia quella Lidia ma lui ne è preso e ci tiene. Non voleva mettere alla prova lei, che se la farebbe con un vogatore qualsiasi, ma te. Sapendo che tipo sia la sua ancella, vi lasciava appositamente soli ma spiava il comportamento di entrambi. Ti è grato per non aver approfittato della licenziosità della sua amante. E ora continuiamo con il nostro discorso. Dimmi come vestivano le donne alla festa di Kielos e fa' pure conto che io sia una dama interessata ai colori delle gonne, alle acconciature e ai gioielli...»
Quando Nyr ebbe trascorso tre lune più la metà di un'altra ad Akrotiri, il Navarca decise che era tempo per lui di riposarsi in casa del padre.
«Sgombera il cervello, per il momento, di ogni altra cosa che non sia da una parte il riposo e dall'altra l'esercizio fisico e il nutrimento», gli disse. «Qui c'è il mio dono per te. Provalo, prima di andartene, l'ho fatto costruire su misura per te.» Gli presentò un arco di mirabile fattura e Nyr fu tanto commosso per quel dono che gli tremava la mano, non riusciva a prender l'arco e neppure a trovare voce per ringraziare il donatore.
Finalmente, sollecitato in maniera quasi rude, come era nei modi del Navarca, prese l'arco. Provò a tenderlo, incoccò una freccia e il Navarca fece scattare il coniglio di stoffa. Il ragazzo
lo centrò al primo colpo e, successivamente, sbagliò un solo tiro su sei. Nyr era entusiasta.
«È un arco costruito per te», convenne il Navarca, «e vedo che sai sfruttarlo al meglio. Tra qualche tempo sarai bravo quanto me e fra non molto mi avrai superato.»
«Dovrei dunque diventare il miglior arciere delle Isole?» rise Nyr, incredulo.
«Il miglior arciere delle Isole resterò sempre io», replicò il Navarca stando al gioco. «Tu diventerai il miglior arciere del mondo. È tempo di lepri e voglio che me ne porti qualcuna, visto che sei diventato così bravo. Saluta tuo padre e digli da parte mia di venire a farmi visita non appena potrà. E ora una raccomandazione: sei libero di parlare con tutti di ciò che stai apprendendo da me e da Lisos ma tieni soltanto per te gli argomenti che riguardano la politica. Essi sono riservati e non devono diventare di dominio pubblico.»


Capitolo 13.

L'ARIA era gelida; le imposte della casa di Korys erano state sbarrate e lo sarebbero rimaste per tutta la durata dell'inverno. Gli uomini portavano, sopra un chitone di spesso lino a manica lunga, una giacca di vello di pecora priva di maniche per non impacciare i movimenti nel lavoro e robusti calzari con uose di pelliccia. La testa era protetta da berretti di lana che ricoprivano anche le orecchie. Le donne avevano sostituito le gonne leggere con altre di lana che arrivavano alla caviglia e sopra i corpetti portavano scialli sempre di lana e, quando uscivano, anche un mantello. Ogni abitazione era dotata di focolari, cosicché, dentro le stanze, non si sentiva il freddo ma, al mattino, la brina sugli alberi e sull'erba era ghiacciata e sembrava che milioni di cristalli brillassero al sole. Il respiro degli uomini usciva in nuvolette di vapore e i volti erano arrossati dal freddo.
Era tempo di uccidere i maiali, ricavandone prosciutti e salsicce per la provvista domestica e per la vendita: tutti erano occupati in quella bisogna. C'era una piccola stalla adibita a mattatoio, dove i porci venivano condotti uno alla volta: bisognava trascinarli a forza perché sembravano intuire il loro destino e strillavano e si ribellavano già prima di essere sgozzati.
Del maiale, diceva Korys, non andava sprecato niente, tutto veniva utilizzato, persino le setole che servivano ai calzolai per cucire la suola ai calzari. Gli uomini uccidevano, scuoiavano, aprivano e squartavano le bestie; le donne raccoglievano il sangue e pulivano le interiora, confezionavano sanguinacci e intrecciavano budella, tagliavano a pezzi fegato e polmoni da infilare nello spiedo. Nei pentoloni venivano messi a cuocere grossi pezzi di carne insieme con fave secche e il lavoro, iniziato all'alba, si interrompeva a metà della giornata per quel primo pasto che veniva innaffiato di buon vino.
Nel pomeriggio, il lavoro continuava sino all'imbrunire quando ogni attività cessava e si chiudevano le stalle e l'ovile principale. Allora la famiglia di Korys si ritirava nella costruzione adibita ad abitazione e, mentre Korys e Leandro si sedevano agli spiedi, Uga e Ilia sgusciavano mandorle e nocciole da far tostare sotto la cenere per il dopo cena, mentre Akena e Shamra sceglievano carne e fave da far bollire nella grande pentola di rame.
Una sera, insieme con Timos che riportava il gregge principale, scesero alla casa anche i figli di Leandro e Shamra, avvertendo che più in alto nevicava e che era tempo di ricoverare le greggi nel grande ovile della casa. Korys si dichiarò d'accordo. I giovani avevano visto giusto; l'indomani cominciò a cadere fitta la neve e in capo a due giorni se ne trovarono assediati. Non per questo smisero di macellare i porci e di trattarne la carne nei modi usuali: tutti, compreso Acheo che si era rivelato un vero esperto, furono assorbiti in quel lavoro e s'interrompevano unicamente per i due pasti. Soltanto Nyr, che odiava scannare gli animali, e Uga, cui Akena aveva affidato un segretissimo lavoro nella stanza dei telai, ne furono dispensati.
Incuriosito, Nyr andò a ficcare il naso nel lavoro della cugina e la trovò intenta a tessere un mantello con la lana più fine.
«Si può sapere a chi è destinato quel mantello?» le chiese.
«Non te lo posso dire, Akena me lo ha proibito», rispose Uga, atteggiando le labbra carnose a una smorfia che le era caratteristica. «Ma non startene sulla soglia, entra e chiudi la porta...»
Nyr chiuse la porta e si accostò al telaio, a palpare la stoffa. La stanza era riscaldata da un focolare ben nutrito e Uga, sopra la gonna, indossava un corpetto che lasciava scoperti il seno e le braccia. In un angolo, aveva buttato lo scialle di cui si ricopriva per entrare e uscire dalla stanza dei telai. Ora incrociò le mani dietro la nuca e guardò Tyr, che si era gettato un mantello sopra il chitone di lana a maniche lunghe. Il gesto scopri la morbida peluria del cavo delle ascelle: Nyr ne fu turbato e se ne ritenne colpevole perché da sempre era abituato a considerare Uga alla stregua di una sorella. E tuttavia non poteva fare a meno di guardare quella peluria morbida e scura e... di guardarle il seno che era già ben sviluppato e sodo. Né poteva fare a meno di sentirsi eccitato.
«Ti piacerebbe sapere per chi è questo mantello?» gli chiese Uga, con quell'aria imbronciata che non smetteva mai.
«Ecco, se non puoi dirmelo...» esitò Nyr che però aveva già indovinato.
«Veramente non potrei», disse Uga, «ma tu vorresti saperlo?»
«Be', diciamo di sì, che vorrei saperlo», borbottò Nyr pensando che avrebbe fatto meglio ad andarsene altrove. Era eccitato
e, oltretutto, cominciava a trovare fastidioso il caldo della stanza.
«Perché non ti levi quel mantello? Qui fa caldo», osservò lei.
Nyr si tolse il mantello e lo appoggiò sul telaio.
«Tu soffri il solletico?» gli chiese inopinatamente Uga.
«Che c'entra il solletico con il mantello?» chiese Nyr, stupito.
«Lo soffri sì o no?»
«Ecco, sì, penso di soffrirlo...»
«Io non lo soffro.»
«Davvero?»
«Davvero. Vuoi provare?»
«Ma... perché dovrei provare a farti il solletico?»
«Così ti faccio vedere che non lo soffro. Ilia invece sì.»
«Va bene, ti farò il solletico, così mi mostrerai che non lo soffri», disse Nyr e si sorprese della sua stessa voce che gli era uscita roca dalla gola.
Subito Uga si levò in piedi e, appoggiate le spalle al telaio, tornò a intrecciar le dita dietro la nuca. Nyr la prese sotto le ascelle e passò i pollici nell'incavo, scoprendo con un brivido la morbidezza del pelo. Lei restò impassibile, l'espressione atteggiata a indifferenza mista a quella sorta di broncio che aveva sempre. «Continua pure, non lo soffro proprio», disse con una smorfietta. Nyr invece tremava di desiderio e una parte della sua mente gli diceva che tutto ciò era assurdo e che stava comportandosi male, approfittando dell'ingenuità della cugina. Ma l'altra parte percepiva il piacere delle braccia e del seno nudo di lei. Tenendo le braccia in quel modo, a Uga era risalito il corpetto, lasciandole scoperta la vita. Nyr portò le mani a quella pelle liscia e strinse un poco mentre lei lasciava fare, condiscendente. «Non lo soffro proprio da nessuna parte, sai? Neppure sui fianchi. Non ci credi?»
Mentre Nyr la stringeva in vita, abbassò rapida le mani e sfilò il breve laccio che chiudeva in basso il corpetto. Poi, tornando a sollevare le braccia, si piegò all'indietro e il suo grembo venne a contatto con l'inguine infiammato di Nyr. Lui, d'istinto, si spinse contro di lei come a cercare un impossibile passaggio tra gli abiti mentre le sue mani risalivano lungo i fianchi a imprigionare le mammelle dure. Fu un attimo, mentre esplodeva il piacere, e non si accorse che lei, pur conservando l'eterna
espressione imbronciata, lo indagava con gli occhi. Poi, vennero l'imbarazzo e la vergogna, ma già Uga, indifferente, infilava i lacci nel corpetto e lo chiudeva, si raddrizzava, abbassava le braccia.
«Quando scendi ad Akrotiri mi porterai un regalo?» gli chiese mentre tornava a sedere sullo sgabello del telaio.
«Un regalo? Che regalo vorresti?» chiese Nyr, sorpreso e ancora confuso per l'accaduto.
«Un anello, anche piccolo. Mi piacerebbe un anello. Me lo porterai?» e intanto armeggiava col telaio, pronta a riprendere
il lavoro.
«Va bene, porterò un anello a te e uno a Ilia», promise Nyr.
Quella notte, mentre la neve continuava a cadere fitta e incessante, non riusciva a prender sonno e si accusava di aver abusato di Uga e della sua fiducia in lui, della sua ingenuità. Al tempo stesso risentiva nel palmo delle mani la soda rotondità del suo seno e si rivoltava, nervoso e insoddisfatto, nel giaciglio, consapevole che in lui, più che rimorsi, si agitava il desiderio.
L'indomani smise di nevicare e, nel porcile, erano rimasti soltanto verri e scrofe da riproduzione. Nyr con il suo arco e Acheo con una piccola rete a piombi uscirono a caccia di lepri dopo aver scommesso a chi ne avrebbe prese in maggior numero. Tra una lepre e l'altra sostavano, seduti sulla neve, per parlare. Acheo sentiva, vivissimo, il desiderio della sua gente, della bella moglie, di casa sua.
«Mi vergogno persino di desiderare così intensamente mia moglie Iris e le sue candide mammelle, le sue cosce sode e il grembo voglioso, quando la prendevo e lei gridava di piacere. Ma, sopra ogni altra cosa, mi angoscia il pensiero dei compagni morti a Moklos e a Gournià e brucio dal desiderio di vendetta!»
Non volendo consolar l'amico con discorsi banali, Nyr gli poneva una mano sulla spalla, consapevole e partecipe della sua sofferenza. Talvolta gli proponeva, in tutta sincerità, di affidarsi agli dèi che sicuramente lo avrebbero ascoltato.
«Ma tu puoi raccomandarmi ai tuoi? Perché i miei non mi ascoltano!» sbottava Acheo e, alle rimostranze di Nyr per la
sua poca fede, rispondeva: «Mi darebbero un cenno, se intendessero ascoltarmi! Un segno dal mio dio Zeus che sta sulle nubi, scaglia folgori ed è il re di tutti gli dèi!»
«Io, che navigo, mi raccomando agli dèi del mare e, quando sono a terra, al Dio dei Vulcani», diceva Nyr. «Ma soprattutto sono devoto a Egea che vive sotto i mari...»
«So bene che sei devoto in particolare a quella Dea del Mare che chiami Egea», sospirava Acheo. «Perché non mi raccomandi a lei?»
«Perché dovresti farlo tu...»
«Ascolterebbe un barbaro?» replicava amaramente Acheo. «No, e poi ho sentito fin troppo parlare dei vostri dèi del mare mentre stavo prigioniero a Gournià! Ma come è possibile che un dio governi restandosene in fondo al mare? Il nostro Zeus sta al di sopra delle nuvole e del sole e vede tutto!»
«Allora raccomandati a lui, che però sembra non ti ascolti», replicava Nyr. «Io penso che ogni popolo abbia i suoi dèi e che quindi tu debba ricorrere ai tuoi e io ai miei. Certo, non ti nuocerebbe sacrificare ai miei la tua prossima lepre. Non si sa mai...»
«Ecco la fede di voi delle Isole!» esclamava quasi scandalizzato Acheo. «Fate offerte agli dèi e, se non ve ne va bene uno, ricorrete all'altro perché 'non si sa mai'. Siete soltanto astuti commercianti che pretendono di venire a patti anche con gli dèi. Sono certo che, se doveste commerciare con loro, tentereste di imbrogliarli!»
«Questo non è vero!» fingeva di indignarsi Nyr. «Non lo faremmo mai dal momento che saremmo certi in partenza di non riuscirci...»
L'angoscia di Acheo si stemperava e sulle sue labbra ritornava quel sorriso che Nyr aveva visto la prima volta sotto la poppa della tonda di Akros, nel porto di Gournià. Gli occhi ritornavano a essere quelli di un falco e allora riprendevano la caccia alle lepri, l'uno con la rete e l'altro con l'arco, facendo a gara.
Una mattina Nyr condusse Acheo sui monti a un'altezza mai raggiunta prima dai due giovani. Fu una salita aspra, pericolosa per i molti tratti dove la neve s'era fatta lastra di ghiaccio ma infine giunsero, sfiatati e ansimanti per lo sforzo, sulla cima di una cresta dalla quale si poteva dominare buona parte dell'isola e del mare circostante. I primi sguardi di Acheo, accompagnati
da un gran sospiro, furono per il mare e Nyr ne sorrise, ben comprendendo i sentimenti dell'amico.
«Smetti di spaziare per le acque lontane e bada alla terra che ti è più vicina», lo sollecitò. «Guarda in basso e dimmi se non vedi niente di strano.»
«In basso non vedo che monti e rocce», si accigliò Acheo. «Monti e rocce sepolti dalla neve.»
«Eppure ciò che dovresti vedere ce l'hai proprio sotto il naso, amico mio», gli replicò Nyr, ironico.
Finalmente Acheo vide ciò che Nyr aveva inteso mostrargli come una cosa strana: proprio sotto di loro, un centinaio di braccia più in basso, brillava tra la neve il verde di una piccola conca. Allora Acheo si rese conto che lui e Nyr avevano raggiunto il punto più alto di una cresta irregolare e frastagliata che formava un anello di rocce ghiacciate. Più in basso, però, la neve scompariva e in sua vece Acheo vide l'erba verdissima e rigogliosa, qua e là punteggiata di fiori.
«Sembra incredibile!» esclamò sorpreso e ammirato. «È come se il monte avesse perso la sua punta e, nell'incavo, preservi un pascolo per gli dèi!»
«Hai detto bene», approvò Nyr. «Quel piccolo spazio di terra verde che è ricavato dal fondo dell'imbuto è proibito ai mortali e anche le capre lo sanno perché non vi scendono mai a pascolare. In tempi antichi, vi si avventurò un pastore che non volle tener conto degli avvertimenti degli anziani né del fatto che le sue capre si rifiutassero di seguirlo. Risalì con tutti i capelli bianchi e privo di senno o, perlomeno, sembrava tornato fanciullo. Balbettava cose incoerenti, di tremendi colpi di maglio che venivano da sotto la terra e di un respiro spaventoso, come di un mostro che vi albergasse...»
«Forse quella piccola conca fiorita è davvero la dimora di un dio», ammise Acheo, notevolmente impressionato.
«Noi dell'isola Rotonda pensiamo che sia l'officina del Dio dei Vulcani», disse Nyr, «ma anche quelli di Lemno dicono la stessa cosa della loro isola e pretendono che il dio la abiti. Comunque sia, talvolta la terra trema e ad Akrotiri, in tempi remoti, si dice che le case abbiano avuto qualche danno. Perciò, quando accade, si fanno immediati sacrifici al Dio dei Vulcani per placarne l'ira, certamente dovuta a qualche mortale che gli ha fatto sgarbi. Si sacrificano al dio alcuni tori e pare che nell'antichità venissero anche sacrificate fanciulle vergini.»
«In sostanza mi stai dicendo che all'isola Rotonda vivete con la paura dei terremoti provocati da questo vostro dio irascibile?» chiese Acheo.
«No, non ne abbiamo timore in quanto gli siamo devoti e gli facciamo sacrifici, come ti ho già detto. Inoltre prendiamo anche precauzioni particolari nel costruire le nostre case. Anzitutto facciamo offerte ai sacerdoti del Tempio affinché le dedichino al dio, che non faccia tremar la terra. Poi i nostri costruttori usano braghettoni di legno nei riquadri di porte e finestre. Essendo il legno più elastico della pietra, resiste meglio alle scosse, limitando i danni.»
«Certo, voi Minoici siete molto più avanzati di noi in fatto di costruzione di navi e di case», riconobbe Acheo. «Ma questo vostro dio fa tremare spesso la terra?»
«Da quando è nato mio padre non si ricorda alcuna scossa», rispose Nyr. «Ma ora che ne diresti di scendere? Più in basso potremo trovare qualche lepre per il mio arco e per la tua rete.»


Capitolo 14.

TRASCORSE ancora qualche settimana e Nyr, nonostante l'affetto che provava per i familiari e le quotidiane escursioni a caccia con Acheo, cominciò a sentire sempre più intensamente il desiderio di scendere ad Akrotiri, di rivedere le navi e, soprattutto,
il Navarca. Di lui gli mancavano le conversazioni pacate e illuminanti su questo o quell'argomento, i giudizi, gli insegnamenti, le passeggiate distensive sulle banchine del porto dopo una mattinata faticosa di esercizio fisico o di apprendimento della scrittura.
Ne parlò col padre e decisero che sarebbe sceso ad Akrotiri. Furono preparate provviste per Tiri e doni in natura per il Navarca oltre a un buon numero di lepri cacciate da Nyr e da Acheo. L'asino intelligente, che sapeva da solo ritrovare la strada della casa sui monti, fu caricato e Nyr, dopo aver abbracciato i suoi e salutato affettuosamente Acheo, s'incamminò con l'animale.
Ad Akrotiri il Navarca lo accolse con un brusco: «Credevo che avessi deciso di continuare a impigrire lassù», il che per Nyr - che aveva imparato a conoscerlo - suonò come il più caloroso dei benvenuti. Due giorni dopo, gli annunciò che, per completare la sua educazione, Nyr avrebbe dovuto imparare a stare in società.
«Che significa, stare in società?» chiese Nyr. Il Navarca glielo spiegò e, a partire da quel giorno, fece in modo che Nyr fosse invitato dai cittadini più in vista.
Gentile d'animo com'era, e dai modi naturalmente garbati, Nyr imparò ben presto a parlare, a gestire e a comportarsi come i suoi ospiti che, del resto, trovava piacevoli.
Certe raffinatezze di linguaggio che lo avevano messo a disagio durante il convito al palazzo di Kielos adesso gli venivano spontanee e, se consiglieri e notabili lo avevano dapprima invitato per compiacere il Navarca, dopo qualche tempo ne fecero l'ospite fisso a ogni banchetto o festa importante. Le donne si divertivano ai suoi racconti e gli uomini potevano parlare con lui, che gli era tanto inferiore per età, di navi, di commerci e del pericolo dei pirati ricevendone risposte sensate e interessanti.
Di quando in quando, riceveva un invito del Navarca e, nel pranzare insieme, parlavano delle persone che Nyr andava conoscendo. In queste occasioni il Navarca lo invitava invano a dar giudizi: invariabilmente Nyr rispondeva che erano tutte persone simpatiche ed equilibrate, nessuna di loro mangiava, beveva, rideva o si agitava in maniera eccessiva.
«E le donne? A quale daresti la palma di più bella?» lo stuzzicava il Navarca.
«Difficile stabilirlo», rispondeva Nyr, «perché son quasi tutte giovani e belle, quasi tutte spiritose e quasi tutte simpatiche...»
Tuttavia, lui, un giudizio, almeno superficiale, se l'era già fatto, sia degli uomini sia delle donne che lo invitavano.
Tra le persone che più spesso frequentava v'erano Mellakys, ricco mercante, e la bellissima moglie Rodia; poi il consigliere Zorakys, anziano, e sua moglie Nira; il consigliere Naxos e sua moglie Ermione. Spesso, a tavola, le mogli degli ospiti lo stuzzicavano parlando di donne, e sostenevano di non credergli, quando Nyr affermava di non averne esperienza alcuna. Nyr però aveva capito subito che le dame non sarebbero andate più in là delle parole e dei doppi sensi, delle allusioni più o meno velate.
Soltanto la bellissima Rodia si spingeva talvolta oltre, chiedendo a Nyr: «Ti piaccio? Che mi faresti se ti dicessi di sì?» E questi discorsi non li faceva mai, come le altre, in pubblico e alla presenza del marito ma quando avevano occasione di restare discosti dagli altri, e sottovoce. Lo tentava con le parole e con gli occhi né più né meno di come aveva fatto Lidia, l'ancella di Lisos. «Mio marito è così grasso», gli sussurrava, «che l'amplesso con lui è un problema anche, perché, oltretutto, non è certo ben fornito. Dimmi, porti l'astuccio, tu?»
Era difficile per Nyr non arrossire anche adesso che andava acquistando una maggiore disinvoltura. Se Rodia fosse stata una delle donne della casa di Kàllista avrebbe saputo come rimbeccarla, ma Rodia era una dama, anche se i discorsi che faceva non si addicevano a una donna del suo rango. Insisteva per sapere se Nyr portasse l'astuccio penico e, alla sua risposta negativa, fingeva di non crederci. «Devi mostrarmi, un giorno...»
In quanto al marito, Mellakys, Nyr lo giudicava uomo vanesio per il modo ricercatissimo in cui vestiva e si adornava, nonché grossolano per l'ostentazione che faceva delle sue ricchezze. Era sempre in giro a concludere questo o quell'affare e lasciava sola la moglie che, com'è ovvio, si annoiava e pretendeva che
Mellakys desse una festa dopo l'altra. Nel corso di queste feste, Nyr era invariabilmente obbligato a ripetere quei giochetti acrobatici con cui aveva ingannato le donne della casa di Kàllista a Melo, e le signore si dannavano per acciuffarlo ma senza mai riuscirci. Di solito il padrone di casa prometteva un premio alla dama o alla fanciulla che vi fosse riuscita, e la più accanita di tutte era Rodia.
«Perché non ti fai acchiappare da me?» si lamentò un giorno. «Le altre dame creperebbero di invidia. Già sparlano di me perché sono più bella e più giovane di loro, figurati che rabbia se riuscissi dove loro non riescono!»
«Io non ho mai sentito sparlare di te», la contraddiceva Nyr, «né perché sei bella né per altri motivi. Poi non voglio che le altre dame crepino di invidia, perché ho per loro lo stesso riguardo che ho per te...»
«Sei sfuggente come un'anguilla!» lo accusava Rodia. «Se tu non fossi così bello e attraente non ti parlerei più! Perché non ti lasci prendere da me in cambio di qualcosa? Forse non ti piaccio? Non vorresti trovarti con me in un angolo buio, da soli?»
«Forse a Mellakys non piacerebbe che ci appartassimo in un angolo buio», sorrideva Nyr.
«Ma a me e a te sì, a meno che tu non sia un rammollito», si arrabbiava lei. «Qualsiasi altro uomo accoglierebbe il mio invito e farebbe offerte alla Dea dell'Amore per piacermi!»
«Se io mi lasciassi prendere da te in seguito a un accordo farei torto alle altre dame», osservava Nyr, eludendo il discorso pericoloso.
«Uhm... forse sei più furbo di quanto io pensi, Nyr, e qualcuna di loro ti ha già concesso le sue grazie. Di chi si tratta? Forse di Ermione, che si atteggia a sposa fedele e madre devota? Oppure la casta Nira che si dice non lo faccia più col marito per non avere altri figli?»
«Non credi di essere maligna?» la rimproverava Nyr.
«Sono soltanto schietta», gli replicava Rodia. «Io non mi vergogno dei miei desideri!»
«Se il tuo desiderio è quello di accordarti con me per vincere
il premio non si tratta di un desiderio lecito», osava rammentarle Nyr.
«E se si tratta di stare con te in un angolo buio?»
«Non farei mai torto a tuo marito che mi ospita. Senza contare
che ho fatto voto solenne a una dea di non penetrare alcuna donna sinché lei stessa non mi scioglierà dal voto».
«Mi vuoi prendere in giro?! Tu... ti saresti promesso a una dea?! E a quale, se è lecito saperlo?...»
«Questo non posso rivelarlo a nessuno, Rodia.» Nyr si era deciso a far quella mezza rivelazione sperando che Rodia si contentasse. Difatti per qualche tempo lei aveva smesso di stuzzicarlo e lo osservava con occhi nuovi. Nyr ne parlò cautamente al Navarca e lo vide sorridere delle sue esitazioni.
«Sembra che ti voglia finalmente sbilanciare in un giudizio su qualcuno, in questo caso su una donna», osservò. «Mi dici che cerca di indurti in tentazione, ma lei fa così con tutti gli uomini che, per un verso, piacciono a lei e, per un altro, al marito...»
«Non ti capisco, Navarca. Che c'entra Mellakys? Forse è un po' vanesio e certamente è il più sciocco tra le persone che ho conosciuto e anche il più ricco ma...»
«Stai sbagliando tutto», lo avvertì il Navarca. «Mellakys è tutt'altro che sciocco e non è per niente ricco.»
«Allora ho sbagliato davvero tutto», mormorò Nyr, mortificato.
«Mellakys ostenta una ricchezza che non possiede», disse il Navarca. «Si è indebitato per vivere nel lusso e organizzare feste attraverso le quali spera di fare buone conoscenze per i suoi affari, non esitando a servirsi della bellezza della moglie per riuscirvi. In quanto alla virtù di Rodia, preferisco non parlarne. Ma certo lei non può sperare favori da te e quindi i casi sono due: o le piaci veramente, oppure vuol dimostrare alle altre dame che il suo fascino è irresistibile. Comunque sia hai fatto bene a dirle che non puoi rompere un voto fatto a una dea. Ma è poi vero che hai fatto un voto simile? Ricordo che mi parlasti, tempo fa, di una certa dama Zina...»
«È vero, Navarca, la promessa l'ho fatta a lei, non a una dea dalla quale nulla potrei sperare perché io sono un mortale.»
«Questo non è detto», sorrise il Navarca. «Sappiamo tutti, o perlomeno abbiamo sentito raccontare, di dèi innamorati di una mortale e viceversa. Certo dovrà assumere sembianze umane ma... può darsi che accada. Torniamo alla dama Zina, però. È un bene che lei desideri la tua innocenza. Serbala per lei, che è ben più influente a Gournià di quanto non lo sia Rodia ad
Akrotiri. Un giorno te lo spiegherò meglio, per ora tieni caro il mio consiglio.»
Trascorse ancora una luna e il tempo burrascoso invitava a rimanere in casa al caldo. Camini, focolari e bracieri ardevano infatti nelle case dei ricchi e dei poveri, e nessuno risparmiava sulla legna. Con il freddo, si tendeva a bere di più; talvolta le dame avevano gli occhi lucidi quasi quanto i loro mariti e, almeno a parole, si facevano più ardite. Tra loro e i corteggiatori si intrecciavano schermaglie destinate, il più delle volte, a non approdare a nulla, ma c'era sempre qualche piccolo scandalo di cui si sussurrava. Il più piccante riguardò la bella Rodia e il comandante della flotta militare di Akrotiri, un bell'uomo che si diceva avesse molta influenza sui mercanti e fosse ascoltato dallo stesso Navarca. C'era chi giurava che il comandante e la bella moglie di Mellakys fossero stati sorpresi in flagrante dal consorte il quale, per non rivendicare l'offesa di fronte al Tribunale del Consiglio, era venuto a patti convenienti con il comandante della flotta.
A rivelare l'episodio a Nyr fu Ermione, la bella moglie di
Naxos, durante un freddo pomeriggio in cui se ne stavano accanto al focolare a giocare a mosaico. Naxos era uscito per partecipare a una riunione del Consiglio di Città nella casa del Navarca. I tre figlioletti erano corsi a giocare con gli amici, le ancelle erano indaffarate nella stanza del forno perché era il giorno in cui si cuoceva il pane, quindi Nyr ed Ermione erano soli. Lei ne approfittò per raccontare a Nyr la storia di Rodia e del comandante della flotta e lo fece con un pizzico di malignità tutta femminile.
«Non credi che sia disdicevole per una donna fare certe cose?» commentò. «E come giudichi l'uomo che sollecita la moglie a chiedere favori a questo o quello?»
«Effettivamente è una brutta storia, se è vera», borbottò Nyr, a disagio.
«Oh, non dubitarne», replicò Ermione, «non te ne avrei neppure accennato se non fosse vera e ho in orrore i pettegolezzi, ma forse a te è simpatica...»
«Non più delle altre», volle precisare Nyr.
«Però è certo che tu interessi a lei», insistè Ermione e c'era malizia nei suoi occhi. «Probabilmente credeva che nessuno la udisse quando insisteva con te per sapere se porti l'astuccio sotto il perizoma...»
«Infatti me lo chiese, una volta», ammise Nyr, «ma forse voleva scherzare...»
«Scherzare? Ne dubito. In ogni modo quale fu la tua risposta?»
«Io... io le dissi di no, che non lo porto...» rispose Nyr, imbarazzato. Ermione scoppiò in una risata e lui la guardò sorpreso perché non pensava di aver detto qualcosa di divertente.
«Sciocco, si vede benissimo che non lo porti», replicò lei quando si fu calmata. «Io intendevo chiederti se le hai ceduto, insomma se sei stato con lei!»
«Oh, no, certamente no!» rispose Nyr.
«Perché certamente no?» indagò Ermione.
Nyr aveva molta simpatia per lei, sentiva di potersi confidare. Le disse quale risposta aveva dato a Rodia e per qual motivo; giunse a confidarle ciò che aveva rivelato soltanto al Navarca e cioè del voto che Zina gli aveva fatto fare di fronte alla Dea dei Serpenti.
Ermione lo ascoltò interessata e alla fine scosse la testa, facendo ondeggiare i bei boccoli che le scendevano sulle spalle.
«Certo ha una bella pretesa, questa Zina, e ti confesso che non ti credevo vergine. Sei molto bello e piaci alle donne. Chissà come si sarebbe vantata Rodia se fosse riuscita a iniziarti lei. Ma per te non dev'essere facile conservarti casto... Oppure no? Forse non senti gli stimoli del sesso?»
Nyr esitò. Ermione gli ispirava fiducia, sentiva istintivamente l'affetto e la stima di lei e finì per dirle che, no, non gli riusciva facile perché gli stimoli del sesso li sentiva eccome...»
«Oh, povero Nyr! Sei proprio nell'età in cui è più difficile resistere a certi impulsi. Ma quale promessa hai fatto esattamente a questa Zina? Sei proprio intenzionato a mantenerla?»
«Le ho promesso che non avrei penetrato una donna e mi è stato consigliato di mantenere la promessa, perché altrimenti lei se ne accorgerebbe», rispose candidamente Nyr.
«Dev'essere una donna licenziosa», mormorò Ermione.
«Questo non lo so», rispose Nyr con un sospiro. Il loro gioco si era interrotto e lui si chiese se per caso Ermione non si stesse annoiando o, peggio, non gradisse più certi discorsi, anche se, per la verità, era stata lei a iniziarli.
«Sai, Nyr, che ci sono modi per sfogarsi senza penetrare la
donna?» gli chiese inopinatamente lei e Nyr arrossì perché pensò subito a Uga, ma questo non intendeva confidarlo neppure a Ermione.
«Sì, penso di saperlo», rispose in tono vago e sperando che lei non gli facesse domande più precise.
«Allora potresti approfittare di questi modi se... se trovassi una donna comprensiva e che ti porta affetto», concluse Ermione. «Sono sicura che molte donne lo farebbero per te, perché gli piaci e perché sarebbero certe che non riveleresti mai nulla.»
«Sarebbe un'indegnità da parte mia! Non lo farei mai!» esclamò Nyr, convinto.
«Mentre la dama in questione dovrebbe goder fama di donna virtuosa e insospettabile, avere insomma un'ottima reputazione», mormorò Ermione come parlando tra sé. «In questo caso tu e lei sareste preventivamente al riparo da ogni sospetto...»
«Ma se parli di una donna che io già conosco, farei un grave torto al marito che mi accoglie nella sua casa», sorrise Nyr che stava prendendo quel discorso come un gioco da parte di Ermione.
«Oh, non sarebbe un'offesa grave dal momento che vi limitereste a poca cosa», replicò lei. «Inoltre la donna in questione non dovrebbe ricevere piacere da te ma concederti soltanto la possibilità di uno sfogo, non sarebbe una questione di lussuria ma di affetto... Ora, però, vediamo. Quale delle dame che conosciamo entrambi meriterebbe la tua fiducia incondizionata?»
«Certamente tu», rispose Nyr senza esitare. «Certe cose non le avrei mai confidate a nessun'altra, neppure a Nira, che pure è meritevole di tutta la mia stima. Con te... ho più confidenza, forse...»
«La dama in questione dovrebbe però anche piacerti», insinuò Ermione. «Nominane una che ti piaccia.»
«Ecco, tra quelle che conosco, le più belle siete tu e Rodia ma nessuna delle altre è brutta e...»
«Sceglieresti Rodia?» lo interruppe Ermione e lo guardava in modo strano, tanto che Nyr si rese conto all'improvviso che, forse, quello non era un gioco o lo era solo in parte. Forse Ermione lo stava semplicemente stuzzicando per fargli dire che lei era più bella di Rodia: uno di quei giochi femminili intrisi di civetteria che stava appena iniziando a conoscere
dacché frequentava le migliori famiglie di Akrotiri. Suo
malgrado, gli occhi indugiarono sul bel volto di Ermione, sulla bocca generosa e tumida, sul seno ancora turgido che non aveva bisogno di essere sostenuto dal corpetto. In risposta, Nyr non trovò di meglio che proseguire nel gioco, sorridendo per mascherare l'impaccio e l'eccitazione che lo aveva preso all'improvviso.
«Peccato che tu sia la mia confidente e la mia consigliera, e peccato che io stimi realmente Naxos perché altrimenti risponderei che preferisco te...»
«Chissà se dici la verità oppure se è soltanto un complimento.» Lei gli ricambiò il sorriso e poi, subito fattasi seria in volto, esclamò: «Sono stanca di questo gioco stupido che oltretutto non mi riesce mai! Portalo via, ti prego!»
Un po' stupito per quel repentino cambiamento di umore, Nyr prese il gioco del mosaico e andò a riporlo nell'armadio di cedro che conteneva gli altri giochi, gli ossicini, i dadi, gli anelli, i cerchietti con i bastoncini e le palline colorate dei ragazzi. Quando tornò al focolare vide che Ermione aveva scostato lo sgabello dove poco prima sedeva lui e pensò che fosse un segno per congedarlo ma, quando lo propose, lei gli diede affettuosamente dello sciocco.
«Vieni qui, Nyr, avvicinati... non così, più vicino...» E quando le fu di fronte gli cinse le cosce con le braccia e, stando seduta, lo guardò da sotto in su, chiedendo: «Davvero sceglieresti me invece di Rodia?» Nyr allora capì che non si trattava di un gioco oppure, se tale era stato prima, adesso non lo era più.
Di colpo ne fu eccitato e, quando Ermione gli appoggiò la guancia contro il grembo, lo sentì pronto e gli slacciò la fibbia del perizoma; le sue dita accompagnarono lungo i fianchi e le gambe di Nyr l'indumento che scivolava in basso e poi risalirono, carezzevoli, lungo le cosce e si fermarono a saggiare la consistenza dei glutei.
«Io non ne avrò piacere, è soltanto il mio affetto per te che mi fa agire in questo modo!» esclamò roca prima di imboccargli il pene. Nyr si sentì affogare in un mare di dolcezza e subito lei dovette inghiottire il seme ma, invece di smettere, continuò e Nyr, stranito e come fuori di sé per il piacere, le accarezzò i capelli profumati e lasciò che lei facesse sino a che, ancora una volta, la bocca e la lingua di lei non lo prosciugarono e si sentì quasi mancare per la voluttà. Poi Ermione appoggiò la guancia
che scottava contro l'inguine di lui e mormorò: «Devi ricordartelo, Nyr! Non l'ho fatto per lussuria ma perché ti voglio bene e non voglio che tu soffra, che tu debba perdere l'equilibrio per la prima sciocca che incontri e che non saprebbe capirti...»
Nyr non sapeva che dire e, per istinto, fece la sola cosa che potesse sostituire le parole: continuò ad accarezzarle i capelli e le spalle, il collo e, delicatamente, le orecchie coperte dai boccoli. Lei rispondeva accarezzandogli le cosce e i glutei muscolosi sino a che, persistendo l'eccitazione del giovane, lei non mormorò, come estasiata: «Il tuo attrezzo da guerra è ben fornito e sembra che non voglia fermarsi ma io ne avrò ragione, di questa tua carne giovane e affamata...»
La voce non era quella di Ermione, così bassa, sussurrata e roca, ma Nyr non era in grado di accorgersene; questa volta, invece di accarezzarle i capelli, glieli artigliò, quasi brutalmente le mosse la testa secondo il proprio desiderio. Infine conobbe il limite tra il piacere e la sofferenza, una sottile linea di demarcazione che poteva confondersi quando la voluttà si faceva insopportabile.
Poco dopo, Ermione, tornata quella di sempre, lo accompagnava alla stanza dove le ancelle sfornavano il pane e gli fece dono di focacce calde e di biscotti. Era allegra e serena come sempre e non mutò quando si congedarono.
Fuori, rabbrividendo per il freddo sotto il mantello elegante ma sottile, Nyr cominciò a capire che non avrebbe mai imparato a conoscere la vera natura delle donne.


Capitolo 15.

NAXOS, il marito di Ermione, era un abilissimo uomo d'affari e, quando seppe che Nyr intendeva costruire una casa ad Akrotiri, prese a investigare sui possibili terreni e sui prezzi e, come il Navarca e Lisos avevano dato al giovane lezioni di guerra, di politica e di navigazione, lui gliene dava in materia commerciale. Quando trovò il terreno adatto alla casa, in una magnifica posizione, poco sotto la casa del Navarca e dalla quale si dominava il porto, portò Nyr a vederlo ma non prima di avergli raccomandato di non aprir bocca. A Nyr il terreno piacque subito, ma Naxos cominciò a elencare una tal serie di difetti inesistenti e fu tanto abile che il prezzo scese della metà. Tuttavia Naxos rimandò l'appuntamento conclusivo e, più tardi, spiegò a Nyr che i proprietari avevano intenzione di investire in rame, il cui prezzo era destinato a salire in poco tempo.
«Tu hai rame e gioielli, quindi devi mostrarti scarsamente interessato», spiegò a Nyr mentre pranzavano. «Loro invece non hanno che quel pezzo di terreno!»
«Ma io voglio proprio quel terreno, Naxos!» protestò ingenuamente Nyr.
«Zitto! Non dirlo neppure a me!»
Nyr ed Ermione risero insieme e Naxos li rimbrottò.
«Non dovete ridere! Non è ridendo che si concludono gli affari!»
«Meglio che tu gli lasci ogni iniziativa», consigliò Ermione a Nyr. «Sarebbe capace di arricchirti in un paio di stagioni!»
Con Ermione, Nyr aveva tutt'altro genere di rapporti e la loro intimità era favorita dal fatto che Naxos, con la sua intensa attività, era quasi sempre fuori di casa. Ogni volta che restavano soli, Ermione lo faceva godere con le mani e con la bocca e Nyr aveva smesso di chiedersi come fosse possibile che lei, subito dopo avergli inghiottito il seme, andasse a baciare amorosamente i figli. Alle volte, quando pranzava con lei e Naxos, provava la strana impressione che lei fosse sinceramente felice di vederli amici e quella, ancor più strana, che li amasse entrambi. Era possibile che una donna amasse contemporaneamente due uomini?
Era anche un mistero la gelosia di lei quando Nyr faceva incautamente qualche apprezzamento lusinghiero sul conto di
un'altra dama che entrambi conoscevano. Quando accadeva, lei si rifiutava di dargli piacere e giungevano alla lite sinché lui non si umiliava riconoscendo, magari a torto, che la tale o la talaltra erano brutte e superbe e che non avrebbe voluto toccarle neppure con un dito. Allora facevano la pace e lei piangeva, gli si gettava ai piedi e, mentre lo accarezzava, lasciva e appassionata, lo supplicava di perdonarla.
A mano a mano che il tempo diveniva più clemente, si facevano più frequenti le discese ad Akrotiri di Korys che portava a vendere carni salate di porco, agnelli e capretti di latte. In queste occasioni approvvigionava Tiri, che lo ricambiava con pesci e frutti di mare per Akena, e parlava con Nyr della nuova casa di cui s'era convinto appieno dopo aver visto il terreno su cui sarebbe sorta. In occasione di una sua visita, disse a Nyr che avrebbe voluto conoscere il parere di Krisimatos, l'indovino che tutti ad Akrotiri chiamavano «Catastrofe» perché non faceva altro che predire naufragi e terremoti. Krisimatos era cieco e viveva in una sorta di tugurio, da solo, campando di oboli.
«Non sarebbe più saggio chiedere ai sacerdoti del Tempio, come è costume?», obiettò Nyr che, come tutti i marinai, era superstizioso e temeva le predizioni di Catastrofe, pur mostrando di disprezzarle.
«Faremo entrambe le cose», lo rassicurò Korys. «Però io non dimentico che, quando costruii la casa sui monti, mi rivolsi a Krisimatos e lui mi disse che la mia casa sarebbe durata tanto quanto l'isola Rotonda. Allora gli diedi un obolo modesto, adesso ho deciso di compensarlo con una capra da latte.»
«Una capra da latte? Padre mio, che darai allora al Tempio, un gregge intero?» si indignò Nyr.
«Dieci barrette d'argento e... una capra da latte», ghignò Korys.
Quel giorno stesso andarono da Krisimatos e lo trovarono accosciato su una pelle tarlata, di fronte al focolare.
«Ti saluto, Krisimatos», esordì Korys, fermandosi a un passo dal vecchio cieco che se ne stava intabarrato in un mantello sdrucito. «Io sono...» Non potè pronunciare il suo nome, ché Krisimatos lo interruppe: «Tu sei Korys e sei venuto qui con tuo figlio Nyr che vuole costruire una casa ad Akrotiri».
Padre e figlio sbigottirono e Korys non riuscì a pronunciare parola, ma Krisimatos parlò per lui. «La casa tua e di tuo figlio
Nyr durerà felicemente tanto quanto l'isola Rotonda. Non ho altro da dirti.»
«Ti ringrazio e ti manderò una capra da latte», riuscì finalmente a dire Korys che, impulsivamente, aggiunse: «E anche un mantello nuovo».
Come furono usciti, Nyr, per quanto fosse ancora scosso, protestò con il padre. «Che razza di profezia è mai questa? Io dico che non vale una capra da latte e, per giunta, un mantello nuovo!»
«Per me li vale», rispose asciutto Korys e, per quanto le parole fossero mitigate dal sorriso, Nyr non osò ribattere. Nella stessa mattinata si recarono al Tempio, dove Korys chiese l'intervento di un sacerdote per esaminare il terreno. Gli fu risposto che il sacerdote sarebbe andato l'indomani di primo mattino e allora Korys decise di fermarsi a dormire ad Akrotiri.
«Se anche il responso del sacerdote sarà favorevole ho deciso che acquisteremo il terreno domani stesso», disse a Nyr. «Ora sarà bene che ne informiamo il Navarca.»
Il Navarca li trattenne a mangiare e si dichiarò favorevole all'acquisto, ma consigliò di lasciar condurre interamente a Naxos le trattative per il prezzo finale.
«Sono contento che ti sia deciso a scendere giù dai monti», disse a Korys. «Se per le greggi non puoi contare su Nyr, per il quale prevedo tutt'altro destino, ti resta Timos che è bravo pastore e bravo contadino e saprà continuare la tua opera mentre Akena coltiverà fiori nella nuova casa.»
«Oh, non ho intenzione di trascorrere in città la stagione intera e neppure Akena lo vorrebbe», rispose Korys. «Torneremo alla casa sui monti allo sbocciare dei fiori e scenderemo prima che giunga la neve. In quanto a Timos, hai ragione, è bene che si abitui a far da solo, perciò ho deciso che sposerà Uga e metterà su famiglia. Un uomo sposato è più responsabile.»
Nyr fu sorpreso dalla notizia, ma non commentò. Tuttavia si chiese se Uga sarebbe stata una buona moglie per Timos e si augurò di sì per il bene che voleva al fratello. Del resto non ebbe il tempo di rifletterci troppo, perché il Navarca introdusse un altro argomento.
«Ti occorrerà un sigillo», disse a Nyr, «da apporre sulle tavolette di acquisto del terreno. Se non hai già qualche idea fattela venire alla svelta. E ora, mentre io chiacchiero con tuo padre, sarà meglio che tu corra alla casa di Naxos per avvertirlo
che volete concludere l'acquisto domani stesso. Quel vecchio volpone sarà certo contrario perché intendeva che il venditore si logorasse nell'attesa, ma tu digli che io stesso desidero la conclusione dell'affare entro domani. Sicuramente escogiterà qualche trucco.»
Sorridendo, Nyr prese congedo e andò di corsa alla casa di Naxos. Quando gli disse che sia il padre sia il Navarca intendevano concludere l'affare l'indomani stesso, Naxos, come aveva previsto il Navarca, si inquietò, sostenendo che gli affari non si fanno in quel modo. «Il nostro venditore sta già cuocendo su uno spiedo, a fuoco lento!» protestò. «Io volevo
tempo per farlo rosolare ancora meglio!» Ermione rise, e Nyr fece osservare a Naxos che era già riuscito a dimezzare il prezzo.
«Oh, basta! Ormai avete deciso!» sbuffò quello. «Sarà meglio che corra al Tempio!»
«Al Tempio?» si stupì Nyr. «A fare che, se è lecito chiederlo?»
«No, non è lecito. Tu resta qui, so io che debbo fare!» sbottò Naxos e, afferrato il mantello, corse via.
«Che cosa credi che sia andato a fare, al Tempio?» chiese Nyr a Ermione quando furono soli.
«Non lo so proprio, ma puoi star certo che ha in mente qualche trabocchetto per il venditore», rise Ermione.
«Avevo in animo di chiedergli un parere per il mio sigillo», disse Nyr. «Il Navarca dice che devo averne uno...»
«E non potresti chiederlo a me?» domandò Ermione e lo guardava complice e con intenzione. Le ancelle vennero a chiederle istruzioni e lei fece in modo che trovassero faccende da sbrigare nelle stanze più lontane. Come si furono allontanate andò a sedere sulle ginocchia di Nyr e premette la guancia, già infuocata, contro quella del giovane. «Parleremo poi del tuo sigillo...» gli mormorò all'orecchio. «Ora dimmi se mi desideri, se hai voglia delle mie carezze...»
«Sai bene che ne ho sempre voglia», le rispose lui, abbracciandola. Lei sospirò, stringendosi più forte al giovane. Nel loro rapporto s'erano sempre limitati alla mano e alla bocca di lei ma, assurdamente per Nyr, Ermione non aveva mai voluto baciarlo sulla bocca anche se lui lo desiderava. Gli aveva spiegato che, se si fosse presentato alla dama Zina sapendo baciare come il maschio bacia la femmina, lei si sarebbe certamente accorta della sua infedeltà. «Quando le
lingue s'incontrano, scambiandosi piacere, è segno che gli
amanti sono esperti», gli aveva spiegato. «Credi che a me non piacerebbe? E mi piacerebbe anche farmi penetrare dal tuo bel pugnale perché ti confesso che stento sempre più a contenermi quando ti tocco, quando bevo il tuo seme! Ma a questa Zina - che ho finito per odiare! - per capire sarebbe sufficiente la sicurezza con cui guideresti la tua spada nel suo fodero se io ti accogliessi fra le gambe!»
Anche quel pomeriggio lei, per due volte, gli procurò il piacere nel solito modo, prima che parlassero del sigillo di Nyr.
«A me piacerebbero un delfino e un fiordaliso», disse Ermione.
«Il delfino perché simboleggia il mare al quale hai destinato la tua vita. Il fiordaliso perché è bello e dolce come te.»
«Ne parlerò con il Navarca», promise Nyr mentre si accomiatavano. Quando si trovò fuori, il tempo, da sereno che era stato sino a poco prima, s'era minacciosamente coperto di nuvole nere e il mare si era fatto livido e color del piombo mentre raffiche di vento ne increspavano la superficie. Affrettò il passo, mentre costeggiava le belle case e i loro giardini. Fu proprio gettando un'occhiata a uno di questi che si fermò di colpo perché aveva visto, tra gli altri fiori di stagione, spiccare un superbo fiordaliso, anche se, per questi fiori, non era ancora tempo. Nel giardino un'ancella intenta a strappare erbacce si era fermata e guardava con apprensione il cielo.
«Ehi, tu, bella fanciulla!» la chiamò Nyr. «Com'è possibile che tra questi fiori sia già cresciuto un fiordaliso? Siamo ancora lontani dalla sua stagione.»
«La fanciulla guardò meravigliata verso il punto che le indicava Nyr e rispose: «Infatti non ci sono fiordalisi tra quei fiori».
«Vuoi scherzare? Lo vedo benissimo anche da qui, è un fiordaliso!» insistette Nyr e allora lei lo guardò maliziosamente e si avvicinò al basso muretto che divideva il giardino dalla strada.
«Dunque tu vedi un fiordaliso dove non c'è... Scommetto che vuoi entrare per sincerarti e, magari, fare due chiacchiere con me...»
«Non sei troppo maliziosa per la tua età?» borbottò Nyr.
«Ho l'età giusta», replicò lei invitante. «Allora non vuoi scavalcare il muretto? Può darsi che trovi il fiordaliso sotto la mia gonna...»
«Mi piacerebbe molto ma purtroppo ho fretta», rispose Nyr. Poi tornò a guardare nel punto dove era certissimo di aver
visto il fiore e... non lo vide più. Si stropicciò gli occhi e guardò ancora ma non c'era alcun fiordaliso e allora fu certo che l'ancella, che adesso lo osservava ironica, a buon diritto aveva equivocato sulle sue intenzioni. Borbottò una scusa e corse via, adirato con se stesso. Possibile che avesse avuto una sorta di allucinazione dopo aver parlato di fiordalisi con Ermione? Ma gli occhi non avevano mai tradito Nyr e lui era certissimo di aver visto realmente un fiordaliso. In quel momento esplose il tuono, foriero di pioggia, e lui affrettò il passo ma, mentre stava per superare la fucina dell'armaiolo, si sentì chiamare per nome.
«Nyr? Fermati un momento! Voglio sapere come va l'arco che ti ho costruito!» gli gridò l'armaiolo. Allora Nyr tornò indietro e rispose che l'arco era perfetto e che lo aveva vantato con tutti i suoi amici e conoscenti. Poi gli chiese se avesse pugnali da mostrargli, anche se non aveva alcuna intenzione di acquistarne uno o, perlomeno, non l'aveva avuta fino a un istante prima.
«Ne ho di bellissimi, ornamentali e da difesa, entra a vederli», lo invitò l'armaiolo.
«Scommetto che ne hai uno fabbricato da Efestos in persona», disse Nyr, serio, e l'uomo, naturalmente, rise dello scherzo.
Dentro la bottega gli mostrò una quantità di pugnali, illustrandogli la fattura, la provenienza e i pregi di ogni arma. L'attenzione di Nyr, però, fu subito attratta da un pugnale la cui lama aveva la nervatura rinforzata e l'elsa larga e ovale sotto il manico in legno di cedro lamellato in oro. Il pugnale stava insolitamente appeso alla parete tra due bipenni e brillava come fosse d'argento lucidato.
«Fammi vedere quello», disse indicandolo all'armaiolo.
L'uomo sembrò perplesso e tuttavia andò alla parete, ne staccò l'arma e cominciò a vantarne la qualità. «Se ti sei innamorato di questa hai ragione perché è addirittura un oggetto d'arte. Viene da Cnosso e ha un grandissimo valore perché è un pezzo unico...»
L'armaiolo si interruppe di colpo, notando l'espressione stranita di Nyr. Gli occhi del giovane erano fissi sull'oggetto che aveva sul bancone di fronte a sé, e la sua mente vacillava: aveva ben visto l'armaiolo staccare dalla parete il pugnale e adesso lui stava guardando una testa d'ascia, in pietra di scisto di colore
rosso scuro, mirabilmente lavorata a rappresentare, nella parte dell'ammanicatura, lo slancio di una leonessa!
Stravolto, Nyr guardò alla parete e il pugnale era ancora là, tra le due bipenni, e scintillava di luce propria! Stava per dare in un'esclamazione, quando il pugnale scomparve e il posto tra le bipenni restò vuoto.
«Nyr, che hai?» gli chiese preoccupato l'armaiolo. «Sei pallido e i tuoi occhi sono strani!»
«Infatti non mi sento bene», tagliò corto Nyr. «Di pugnali parleremo un'altra volta.» Uscì quasi di corsa e, sul molo, respirò a pieni polmoni l'aria salmastra. Non aveva bevuto né mai sofferto di allucinazioni. Che gli prendeva ora, tutto a un tratto? Prima un fiordaliso, poi un pugnale che soltanto lui aveva visto...
S'incamminò, quasi subito imbattendosi in Tiri che rientrava dalla pesca e si era gettato sulla spalla una piccola rete colma di pesci. «Ho fatto appena in tempo a ritirare il mio tramaglio», gli disse Tiri. «Sta per scatenarsi una tempesta e il mare è nero quanto il ventre di una seppia. Comunque ci sono abbastanza pesci per la cena di stasera. Dove hai lasciato tuo padre?»
«Dal Navarca, ci raggiungerà per l'ora di cena», rispose Nyr, guardando preoccupato il cielo tempestoso. S'era levato un vento forte e caldo, foriero di burrasca. Entrarono nella casa di Tiri e, sulla tavola posta al centro della stanza, Nyr vide luccicare il «suo» pugnale e, accanto all'arma, c'era un fiordaliso!
«Tiri!» esclamò Nyr fermandosi di colpo. «Dimmi, cosa vedi sulla tavola?»
«Quel che c'è da vedere», rispose stupito il vecchio pescatore. «Un fiordaliso e un pugnale. Ce li hai messi tu? È strano, però, un fiordaliso così fuori di stagione. Dove lo hai trovato?» Senza rispondere, Nyr si accostò alla tavola e stese titubante la mano. Voleva toccare i due oggetti, accertarsi della loro esistenza reale, visto che gli occhi l'avevano ingannato sino a quel momento. Voleva toccarli e tuttavia esitava, non avrebbe resistito a un secondo inganno dei sensi. Poi si costrinse a ragionare. Lui aveva visto il fiordaliso nel giardino ma l'ancella non lo aveva visto. Aveva visto il pugnale dall'armaiolo ma l'armaiolo non lo aveva visto. Ora vedeva il fiordaliso e il pugnale insieme, ma anche Tiri li aveva visti. Allungò le dita a sfiorare appena il pugnale prima e poi il fiordaliso ed entrambi erano corposi, reali.
«Nyr, ma che ti prende?» gli chiese preoccupato Tiri. «La tua faccia ha il colore della calce e tremi...»
Senza badargli, Nyr si convinse a prendere in mano il pugnale, poi il fiordaliso e, a un tratto, credette di aver trovato la soluzione delle sue presunte allucinazioni.
«Comincia pure a pulire i pesci, Tiri. Io devo correre dal Navarca ma sarò di ritorno con mio padre per l'ora di cena.» «Sarà meglio che vi affrettiate!» gli gridò dietro Tiri mentre lui già si allontanava di corsa. «A meno che non vogliate farvi portar via dalla tempesta!»
«Non c'è dubbio che tutti i segni concordino», dichiarò gravemente il Navarca, mentre Korys ascoltava intento e preoccupato per il figlio. «E la tua protettrice Egea che te li manda perché tu possa fugare ogni dubbio sul sigillo. Ciò significa che il tuo sigillo e i tuoi simboli avranno l'importanza che mi auguravo. E sono simboli facili da leggere: il fiordaliso è simbolo di pace ma il pugnale è simbolo di guerra. Uniti insieme significano che sarai messaggero di pace oppure di guerra a seconda di chi ti accoglierà e del suo animo. I tuoi segni diranno a tutti che sei pronto alla pace come alla guerra e così voglio che sia. Ora andate, tu e Korys, prima che vi colga la burrasca che si annuncia. Ci vedremo domani al primo sole perché voglio essere presente quando il sacerdote dirà la sua opinione sul terreno e apporrò a garanzia del contratto il mio sigillo, visto che il tuo non potrà essere pronto.»
«Che faremo se domani piovesse a dirotto?» chiese Korys. «Pioverà stanotte ma non domani», rispose il Navarca, «e tu avrai la prova definitiva che tuo figlio è protetto dalla figlia più bella di Efestos.»
«Bene augurando», salutò Korys, sempre più preoccupato.
Più che di pioggia si trattò di un'autentica valanga d'acqua che si abbatté su Akrotiri un attimo dopo che Nyr e Korys si furono chiusi alle spalle la porta della casupola di Tiri. Per tutta notte diluviò e raffiche impetuose di vento mandavano l'acqua in ogni direzione tanto che Korys uscì nel cortile e condusse l'asino in casa. «È troppo intelligente», borbottò
temendo che Tiri lo accusasse di cuore tenero, «perché gli permetta di ammalarsi.»
«Certo è più intelligente di molte persone che conosco», fu il commento del vecchio pescatore. «L'unico suo difetto è che non gli piacciono i pesci...»
Mangiarono pesci alla brace e bevvero vino bianco, ma quando Nyr chiese al padre di che avessero parlato per tutto il pomeriggio lui e il Navarca, Korys fu evasivo e Nyr pensò che il Navarca lo avesse pregato di tacere sugli argomenti che avevano toccato, e che sicuramente riguardavano lui e il suo futuro prossimo.
Più tardi, nello stendersi sul giaciglio, si augurò che gli apparisse in sogno Egea a illuminarlo, ma non fece alcun sogno e l'indomani all'alba si destò che la pioggia era cessata.
Al primo sole, si ritrovarono sul terreno da acquistare Nyr e Korys, il venditore che appariva nervoso e preoccupato, il sacerdote del Tempio, Naxos e infine il Navarca. Dopo i saluti e le formalità di rito, il sacerdote cominciò a percorrere a grandi passi il terreno e, a tratti, levava il viso al sole, calpestava con forza l'erba, oppure scrollava gli arbusti o da un albero di ulivo spezzava l'estremità di un ramoscello e se la gettava dietro le spalle mentre il venditore, tallonato da Naxos, assisteva sempre più scuro in volto.
Infine il sacerdote si inginocchiò a baciare la terra, pregando la Dea Madre di dargli una risposta e, dopo di ciò, si avvicinò a Korys e al Navarca, scotendo mestamente la testa. Al vedere il suo atteggiamento il venditore si avvicinò per ascoltare e il sacerdote disse: «La Dea Madre non mi ha dato il suo responso. Mi auguro che ciò avvenga prossimamente». Ciò detto, se ne andò con passo svelto, lasciando di stucco Korys e Nyr.
«Amico mio, in queste condizioni non so proprio che dirti!» esclamò Naxos ponendo le mani sulle spalle dello sbigottito venditore. «Certo, abbiamo fatto un patto ma, come hai appena sentito, non c'è responso sacerdotale. Chi si azzarderebbe in queste condizioni a comperare un terreno che tu pretendi, per di più, di vendere a caro prezzo? Ma ti vedo abbattuto, forse avevi già contrattato l'acquisto di rame e piombo? Ebbene, appartiamoci e vediamo cosa si può fare. Nyr e suo padre hanno fiducia in me...»
Mezz'ora dopo l'acquisto era concluso per un terzo del prezzo originariamente chiesto dal venditore e il Navarca aveva
apposto sulla tavoletta contrattuale il proprio sigillo a garanzia.
«È stato semplice», spiegò tutto orgoglioso Naxos. «Ieri mi sono messo d'accordo con il sacerdote perché desse il suo responso in privato. D'altronde lui già conosceva il terreno e ha detto che la Dea Madre è favorevole. Questi sacerdoti, a forza di esaminare terreni da costruzione, ne sanno più di un costruttore, sapete? Naturalmente Korys ripagherà questo piccolo favore donando al Tempio, oltre la capra da latte, sei pecore ancora da tosare...»
«Naxos, non farò mai affari con te», rise Korys, «però ti sono grato e ti manderò un regalo...»
«Oh, non preoccuparti», rise a sua volta Naxos. «Il regalo, sotto forma di percentuale, me lo ha già promesso il venditore...»
Korys era risalito ai monti soltanto da due giorni e Nyr non si attendeva certo che ritornasse così in fretta. Fu perciò sorpreso quando una guardia mandata dal Navarca venne a cercarlo a casa di Naxos e lo invitò a correre subito alla grande casa sulla collina dove lo attendeva il padre. Qui Nyr trovò Korys in compagnia del Navarca e i loro volti erano ansiosi. Korys non si perse in preliminari. «La tempesta ha gettato ieri sulla spiaggia delle spugne una nave nera. È malridotta, l'hanno avvistata i figli di Leandro dall'alto. È un'occasione unica per Acheo e ne ho parlato con il Navarca. Acheo è già sceso a quella spiaggia per parlare con la sua gente. Ora tu devi chiedere a Tiri di portare laggiù legname e chiodi di rame, al più presto possibile!»
Nyr era sbigottito per quell'annuncio improvviso e per il fatto che il padre ne avesse parlato con il Navarca prima ancora che con lui.
«Tiri è tuo amico e non parlerebbe mai», gli spiegò il Navarca. «Io potrei mandare una nave costiera ma non oso farlo così pubblicamente. Le lingue sono tante e molte volte non riescono a frenarsi. Mi inimicherei Kielos e, soprattutto, Minosse Deukalion che, nel bene e nel male, riconosciamo come re delle Isole. Credi che la barca da pesca di Tiri possa contenere tavole a sufficienza per riparare la loro nave? Prima di scendere a quella spiaggetta Acheo ha detto a tuo padre che è
sfondata in tre punti sul lato di sinistra ma, da quell'altezza, non ha saputo precisare l'entità del danno.»
«Il mare però è ancora rabbioso», osservò Korys, temendo per il figlio.
«Domattina sarà calmo», lo tranquillizzò il Navarca. «Se partono prima dell'alba, in poche ore di remi raggiungeranno quella spiaggetta.»
«Ne parlerò con il Barbiere e con Depas», disse Nyr, ancora scosso per quella rivelazione. «Trippa è talmente grasso che non può remare e sarebbe più di ingombro che d'aiuto.»
«Sappi che per tre giorni nessuna nave costiera passerà da quelle parti. E tutto ciò che posso fare. Ora va' e chiedi alla dea che ti protegge di non farti correre rischi inutili.»
Era ancora buio quando la barca da pesca di Tiri sciolse l'ormeggio e si diresse silenziosa verso l'imboccatura del porto con a bordo tavole, chiodi, pece e qualche attrezzo. Ai remi di prora stavano Depas e il Barbiere, a quelli di poppa Nyr e Tiri. Dall'acqua scura, all'altezza dell'imboccatura, emergeva il fascio luminoso della dea che saliva dritto al cielo e Nyr si emozionò. Quando lo raggiunsero e vi passarono attraverso ognuno di loro provò la sensazione di essere in possesso di una forza nuova e i loro remi si mossero nell'acqua con facilità mentre la barca di Tiri prese a volare sul mare come se la muovessero quaranta remi e non solo quattro.
«Provate anche voi ciò che provo io?» chiese per primo il Barbiere. «Sembra che il mio remo si muova da solo!»
«E anche il mio!» esclamò Depas.
«A me pare d'essere tornato giovane...» mormorò Tiri.
«Ringraziamo Egea!» esultò Nyr. «Avverto, da questi segni, che ci proteggerà. Al nostro ritorno le offriremo un sacrificio!»
Vogando velocemente e senza accusare la minima fatica, impiegarono meno della metà del tempo necessario a raggiungere la piccola spiaggia delle spugne. La nave nera era là, gettata dalle onde su un fianco, e pareva un mostro marino. Gli uomini che l'attorniavano si misero in agitazione all'apparire della barca di Tiri e, tra loro, Nyr riconobbe Acheo soltanto dai vestiti, tanto costoro, tutti barbuti, erano simili l'uno all'altro. Acheo, come li vide, corse verso il mare fino a bagnarsi le ginocchia, si
sbracciava e pareva pazzo di felicità. I suoi compagni attorniarono la barca e in men che non si dica la tirarono sulla spiaggia, sorridendo a Nyr e ai suoi amici. In quanto ad Acheo era così emozionato che non riusciva a parlare, tanto che si gettò tra le braccia di Nyr e scoppiò in pianto.
Soltanto dopo qualche tempo, passata la profonda emozione, Acheo riuscì a raccontare ciò che aveva saputo dai compagni.
«Adesso so che fui ingrato nei confronti degli dèi, pensando che mi avessero dimenticato o che addirittura mi volessero male», esordì Acheo. «Non fosse stato per loro, i miei compagni non mi avrebbero mai trovato, perché proprio me stavano cercando. Quando per le Isole si sparse la voce che ero stato catturato, mio padre armò questa nave e promise di far ricco l'equipaggio se mi avessero trovato. Ma vi era incertezza sul luogo dove fossi prigioniero, perciò questi compagni cominciarono a navigare tra le Isole e a tutti chiedevano, pronti a offrire un ricco riscatto. Alcuni li scacciarono, altri li attaccarono, qualcuno cercò di ottenere il riscatto con l'imbroglio e sempre i miei compagni dovevano fuggire. Furono accolti bene soltanto all'isola dei Vasi dove ebbero acqua e cibo in cambio di rame ma, per lo più, erano costretti a fuggire all'avvicinarsi di una nave minoica e dovevano prender terra in posti deserti, dove era difficile procurarsi cibo e acqua. Per due lunghe stagioni hanno solcato le acque anche quando la navigazione era chiusa, perché avevano giurato di ritrovarmi o quantomeno, nell'ipotesi peggiore, di riscattare le mie spoglie. Ora gli dèi ci hanno assistito e, finché avrò vita, offrirò loro sacrifici e mai andrò contro il loro volere!»
«Sei davvero fortunato, Acheo!» esclamò Nyr. «Soltanto gli dèi potevano scatenare una tempesta per gettare la nave dei tuoi amici proprio su questa spiaggia!»
«E soltanto gli dèi potevano far sì che, colto da un presentimento, io salissi su quella roccia dove siamo stati tante volte a guardare l'infinità del mare e progettare piani di fuga!» rise Acheo, felice.
La nave presentava tre falle nell'opera viva di sinistra ma non si trattava di avarie gravi e il legno che avevano portato era sufficiente. Piuttosto i vogatori avevano sete e fame e Nyr li invitò a pazientare perché sicuramente Korys sarebbe sceso a portare loro qualcosa. Infatti, di lì a poco, vennero richiamati dall'alto ed erano Korys, Timos e i tre figli di Leandro che
scendevano le rocce, ognuno carico di vettovaglie. Di colpo, i compagni di Acheo si trovarono di fronte a tanto cibo quanto, come disse uno di loro, non avevano consumato in due anni di peregrinazioni. Sapevano tutti quel poco di minoico per potersi esprimere e si profusero in ringraziamenti. Il capitano della nave, un giovane di nome Argos, abbracciò Korys e i suoi familiari a uno a uno e giurò che mai si sarebbe dimenticato di loro.
«Poco più avanti, dietro quel promontorio», disse poi Nyr ad Acheo, «c'è una sorgente d'acqua e vi rifornirete facilmente. Per adesso, sulla barca di Tiri ci sono un orcio d'acqua, uno di vino, olive, lardo e un prosciutto.»
Dopo essersi rifocillati, tutti si misero all'opera, lavorando alacremente a piegar tavole con il fuoco, ad adattarle e inchiodarle.
Nelle prime ore del pomeriggio Korys, Timos e i figli di Leandro, che avrebbero dovuto affrontare un'arrampicata di ore sulle rocce, presero congedo e Acheo, ancora una volta, si commosse.
«Mi avete trattato come figlio e fratello», disse loro, «e queste sono cose che non si dimenticano. Fra la mia gente e la vostra esisteranno sempre pace e amicizia. Abbracciate per me le vostre donne e dite loro che serberò per sempre il loro e il vostro ricordo!»
A sera le tre falle erano state riparate e, mentre gli altri preparavano i fuochi per la cena, Nyr e Acheo si stesero sulla sabbia per parlare. «Sento che gli dèi mi si mostrano finalmente favorevoli», disse Acheo. «Questa notte, mentre gli altri dormono, ti svelerò i miei disegni, e pazienza se mi prenderai per pazzo.»
«Vuoi conquistare il mondo?» sorrise Nyr. «Io li conosco già,
i tuoi disegni. Vuoi armare una flotta e dar fuoco a Gournià.
Non farlo, ti prego, e, comunque, risparmia le donne belle e tutti coloro che ti faranno il mio nome.»
«Promesso», ghignò Acheo, «ma se il tuo nome lo facesse Kielos sarebbe inutile perché lo ucciderei come lui ha ucciso i miei compagni.»
Dopo cena gli Akhkhiyawa, sentendosi in terra amica, si abbandonarono fiduciosi al sonno e così Tiri e Depas. Soltanto Nyr, il Barbiere e Acheo, stesi sulla rena l'uno accanto all'altro sotto la volta del cielo illuminato dalle stelle, restarono svegli e parlavano sommessi.
Acheo aperse allora l'animo suo all'amico: «Ciò che hai detto scherzando, Nyr, rappresenta le mie intenzioni e lo scopo della mia vita. Ma non voglio mettere a ferro e fuoco alcuna terra prima di aver provato a entrarvi in pace. Però ti dico: siamo moltissimi, determinati, forti. Abbiamo bisogno di espanderci, non vogliamo restare confinati dove non c'è il mare e dove il suolo è avaro, dove il sole splende raramente e le capre si nutrono di spine! Oggi ho visto come guardavi la nave di Argos, con un misto di stupore e di disprezzo perché le vostre sono meglio costruite e più veloci. Ma questa nave nera ha navigato per due stagioni con ogni tempo e ci son voluti gli dèi con la loro decisione per gettarla impotente su una spiaggia! Con queste navi entreremo nei vostri porti e, se è il caso, copieremo le vostre. Diventeremo il Popolo del Mare. Vi chiederemo di commerciare con noi, di associarci al vostro commercio...»
«E in caso di risposta negativa?» chiese Nyr.
«Sarà la guerra. Però mai e poi mai con l'isola Rotonda che mi resterà per sempre cara quanto la mia terra!»
«Acheo, tu corri veloce con i pensieri...»
«Perché non sono un mercante minoico riflessivo, un commerciante astuto e calcolatore come te!»
«Allora bada in futuro a non trovarti più sulla mia strada perché la prossima volta ti venderei come schiavo. Renderesti bene come boscaiolo...»
«Voi avete sempre voglia di scherzare», venne dal buio la voce lamentosa del Barbiere, «ma il mio cuore piange per la partenza del mio barbaro dagli occhi di falco!»
«Perché non saluti il Barbiere in modo acconcio?» suggerì Nyr. «Lasciagli l'ultimo ricordo...»
«Stavo giusto pensandoci, perché anche a lui devo riconoscenza», rispose Acheo e i suoi denti bianchi balenarono nel buio della notte in un sorriso animalesco.
«Io non voglio che tu lo faccia per riconoscenza!» protestò il Barbiere. «Se tu avessi per me almeno una piccola parte dell'amore che ti porto!»
«Contentati della parte che posso darti, che non è poi così poca!» ghignò Acheo. «Alzati, sciocco, e vieni con me.»
Si allontanarono nel buio e Nyr, disteso supino sulla rena, provò a riconoscere le stelle, alte nel cielo.
L'indomani, al primo sole, la nave era pronta a prendere il mare e la vararono. Quando galleggiò sull'acqua calma fu il momento del commiato.
«Acheo», disse Nyr, trattenendo a stento la commozione, «con la tua partenza perdo un ospite caro ma sono certo di non perdere l'amico! Che le onde si abbassino al passaggio della tua nave, che il tuo viaggio sia rapido e felice, che tu possa rivedere la tua gente al più presto!»
«Non perderai l'amico, Nyr, e anzi ne troverai altri fra la mia gente! Tutto il popolo della Terra dove nasce il Vento conoscerà, rispetterà, onorerà il tuo nome e quello di tuo padre.
Io non ti dico addio, Nyr, ma arrivederci!»
Si abbracciarono e si baciarono sulle guance e i compagni di Acheo, tutti, vollero fare altrettanto con Nyr e i suoi amici.
«Non vi dimenticheremo mai!» esclamò Argos una volta che tutti furono saliti a bordo. Poi i vogatori diedero di piglio ai remi e la nave si mosse, acquistò velocità e si allontanò. In breve non fu che un punto nero all'orizzonte.


Capitolo 16.

PER quattro giorni il Navarca fu occupatissimo con i consiglieri di Akrotiri e, poiché Naxos faceva parte del Consiglio, Nyr non
lo vide né andò alla sua casa, poiché sarebbe stato disdicevole farlo in assenza di lui. In quei giorni erano stati convocati ad Akrotiri anche i rappresentanti delle altre piccole città dell'Isola Rotonda e sui motivi di questa convocazione c'era un gran segreto. Nyr trascorse le giornate a pesca con Tiri e, la sera, invitavano il Barbiere, Trippa e Depas e stavano insieme in allegria.
Finalmente il Navarca mandò a chiamare Nyr e, per prima cosa, gli consegnò il nuovissimo sigillo che aveva ordinato al miglior incisore di Akrotiri: il suo pugnale al quale si avvinceva il fiordaliso. I due simboli erano incastonati in un anello d'oro. Emozionato e riconoscente, Nyr lo mise al dito, ringraziando il Navarca che dimostrava un'insolita gravità.
«È venuto il momento che io ti riveli per quali compiti sei stato preparato con tanto scrupolo», gli disse mentre sedevano l'uno di fronte all'altro. Tra di loro, sul grande tavolo polito, c'erano il cofanetto e il cilindro che avevano contenuto i messaggi di Kielos. Il Navarca aperse il cofanetto e ne trasse due tavolette che porse a Nyr: «Ti ho insegnato a leggere e scrivere il minoico, dunque leggi».
Nyr lesse senza troppe difficoltà anche perché si trattava di un elenco di navi commerciali e da guerra e, mentre lo scorreva, si rese subito conto che,non concordava con l'elenco di Akros, dove apparivano più navi da guerra che commerciali mentre l'elenco di Kielos diceva il contrario. Il messaggio vero e proprio veniva in calce all'elenco: «A Te, Navarca, indico la mia flotta e vedi che soltanto sei grandi navi da guerra posso inviare ai potenti fratelli di Minosse. La tua flotta è più numerosa e gli manderai dodici navi, se vuoi privilegi, e anche un messo che faccia i tuoi e i miei interessi e quelli di Minosse».
«Hai letto?» chiese il Navarca. «Ebbene, ti ho insegnato anche l'egizio, dunque leggi il messaggio dei Faraoni», e gli porse il papiro che era stato nel cilindro di piombo.
«Proverò», disse Nyr, «anche se questi segni sono più difficili per me.» Ma il messaggio dei Faraoni era invece tanto semplice che riuscì a compitarlo alla prima lettura. «Dai Re dei Re, Figli di Ammon e di Ra, Sovrani di tutte le Terre Conosciute, al
loro fratello Minosse. Siamo fratelli ma i tuoi doni sono, da tre stagioni, inferiori alle Nostre aspettative e il tuo aiuto non è quello di un fratello. Non hai inviato le navi da guerra promesse e, nella Nostra potenza, da soli, abbiamo sgominato Noi i pirati. Se sei Nostro fratello manda le navi. Manda rappresentanti che confermino il tuo potere sulle Isole. Manda rame e bronzo lavorato. Noi ti manderemo oro della Nubia e pietre preziose e sarà un baratto onesto come tra fratelli. MandaCi argento e ti manderemo gioielli. Manda vino del migliore e ti manderemo animali che non hai mai visto. Mandaci tutto ciò e saremo fratelli.» Così lesse Nyr e restituì il papiro al Navarca.
«Ebbene, Nyr, il messaggio dei Faraoni è abbastanza chiaro ma la tavoletta di Kielos e i suoi messaggi orali vanno interpretati. Io ti ho insegnato la politica e ora desidero sentire il tuo parere.»
Dopo aver riflettuto, Nyr rispose: «Il mio parere è che Kielos cerchi di addossare all'isola Rotonda la maggior parte degli sforzi per consolidare l'alleanza con i Faraoni. Per ottenere questo da te egli usa la bugia circa il numero delle sue navi da guerra e, nello stesso tempo, ti alletta con la possibilità di ottenere privilegi commerciali che però dovresti guadagnarti favorendo lui. Ciò che non riesco a capire è come lui sia in possesso di un messaggio che i Faraoni hanno inviato a Minosse Deukalion e non a lui...»
«Sforzati di capirlo», lo invitò il Navarca. «Sinora hai risposto dimostrando di aver compreso la situazione.»
«È probabile», rispose Nyr dopo aver riflettuto ancora, «che Kielos, nei rapporti con i Faraoni, abbia badato ai suoi interessi personali e ciò all'insaputa di Minosse. Perciò Minosse Deukalion gli avrà mandato il messaggio dei Faraoni con la richiesta di una spiegazione...»
«Vedo che non ti ho insegnato inutilmente la politica e che la tua intelligenza fa il resto», sorrise il Navarca. «Infatti è come tu dici. Minosse crede che Gournià mandi il doppio dei doni e delle merci che manda in realtà. Kielos manda la metà e, di ciò che riceve dall'Egitto, trattiene gran parte per sé invece di inviarla a Cnosso. I Faraoni si lamentano, soprattutto del mancato invio delle navi, ma, su questo punto, sia Minosse sia Kielos sono perfettamente d'accordo. Minosse non manda navi perché teme di indebolire la forza da impiegare contro i pirati, Kielos perché le mie informazioni dicono che non si sente sicuro a
Gournià. Infatti ha contro il popolo e anche i nobili della città che mal sopportano le sue vessazioni e i suoi furti. La flotta, in porto, gli garantisce sicurezza personale. D'altro canto i Faraoni fanno capire che dubitano dell'ubbidienza delle Isole a Minosse Deukalion, per questo motivo vogliono essere rassicurati da un rappresentante non di Cnosso o di Gournià ma delle Isole e sanno bene che Akrotiri, da sola, ha una flotta potente quanto quella di Creta, dunque è per questo motivo che Kielos vuole un rappresentante di Akrotiri. Ma, allo stesso tempo, vuole che questo rappresentante faccia soprattutto i suoi interessi personali. In queste condizioni il compito del rappresentante dell'isola Rotonda non si presenta certo facile...»
«No di certo», ammise Nyr e si chiese perché il Navarca sorridesse mentre riponeva il papiro dentro il cilindro di piombo.
«Perché credi che ti abbia insegnato tante cose?» gli chiese il Navarca. «Per il gusto di far di te un marinaio più istruito degli altri? Perché ti ho insegnato la politica, l'uso delle armi e la vita di società? Perché Lisos ti ha insegnato navigazione e astronomia? Perché ti ho insegnato a leggere i geroglifici, oltre il minoico? Forse te lo sarai già chiesto ma adesso hai la risposta: sarai tu, col consenso di Kielos, a rappresentare l'isola Rotonda presso i Faraoni.»
Naxos ed Ermione già sapevano del suo incarico perché Naxos, messo subito al corrente dal Navarca, era stato incapace di tacere con la moglie.
Nyr li trovò felici e orgogliosi della sua investitura e, mentre Naxos gli assicurava che avrebbe provveduto lui a siglare un contratto con un bravo costruttore per la sua nuova casa, Ermione ammirava il sigillo di Nyr. Più tardi Naxos dovette uscire ma pregò Nyr di attenderlo.
Rimasta sola con Nyr, Ermione dapprima parlò ancora del sigillo, dandogli un'interpretazione tutta sua: «Il fiordaliso significa amore e gentilezza e spero che rappresenti me, ma il pugnale non è morte, per me è il tuo pugnale di carne che affonderà nel mio corpo voglioso non appena tornerai!» Subito dopo scoppiò in pianto e, incurante che le ancelle potessero udirla, gridò che odiava la dama Zina e supplicò Nyr di tornare presto, di non lasciare che la passione la consumasse troppo a lungo, altrimenti ne sarebbe morta. Nyr la prese tra
le braccia per consolarla e, alla fine, lei si calmò e volle
dargli piacere al solito modo. Quando rientrò il marito lei corse a baciarlo sorridendo.
Naxos mostrò a Nyr una piccola riproduzione in argilla colorata di quella che sarebbe stata la sua casa e c'era ogni particolare, compresi l'orto, i cortili e i giardini.
«L'avevo già commissionata al costruttore!» spiegò eccitato a Nyr che lo ascoltava commosso e sentendosi colpevole. «Vedi, è costruita su due piani a terrazza e orientata secondo i consigli di Lisos, in modo che prenda il sole d'inverno e resti in ombra nei mesi caldi...»
«La porterò a mia madre Akena quando andrò a salutare la famiglia e sono certo che le piacerà moltissimo. Ma tu fai troppo per me, Naxos! Come potrò mai ripagarti?»
«Oh, ci penserò io», rise allegramente Naxos. «Sono abilissimo nello sfruttare le amicizie degli uomini importanti o che stanno per diventarlo...»
Risero insieme e bevvero una coppa di vino, ma, quando uscì dalla casa del suo amico, Nyr provava rimorso perché tradiva la sua fiducia.
«Parliamo brevemente delle persone con cui avrai a che fare», disse il Navarca. «Ti darò le notizie che ho sul loro conto. Cominciamo con Kielos. Lo conosci già, ma devi sapere che è furbo, avido, spietato. Lo è a tal punto che finirà per commettere qualche sciocchezza. Non fidarti mai di lui. Sua moglie Aristea, sorella di Minosse, è ancora più furba del marito. Ha degli amanti e la dipingono come donna lasciva. Sicuramente è amante di Telesios che è il braccio destro di Minosse a Cnosso. Telesios è, dopo Minosse, l'uomo più potente di Creta. E gobbo, cinico e intelligente, ma se fa una promessa la mantiene. Se dovesse venire a Gournià durante la tua permanenza parla schietto, con lui. E ora parliamo della tua dama Zina. E l'amante di Kielos ma, nello stesso tempo, anche di Krisis, il tuo amico...»
Vedendo l'espressione stupita di Nyr, il Navarca sorrise.
«Zina vuol diventare una donna potente, da figlia di pescatori che era. Aristea sa della tresca fra lei e il marito ma la tollera perché, a sua volta, si prende ogni licenza. La tollera, ma prima o poi gliela farà pagare. Non le interessa che sia l'amante del marito, ma non sopporta che Kielos spenda per Zina somme enormi. Le ha regalato una casa e una nave...»
«Dunque la bella nave di cedro appartiene in realtà a Kielos?» chiese Nyr, sempre più stupito.
«Appartiene a Kielos», confermò il Navarca, asciutto. «In quanto al tuo amico Krisis, sta giocando una partita difficile e pericolosa. Non soltanto è l'amante di Zina, di cui Kielos è gelosissimo, ma credo che, assieme alla stessa Zina e ad altri nobili e mercanti, stia tramando contro Kielos. Di più non so, ma tu, entrando nelle grazie di Zina, potrai renderti conto meglio della situazione e di quanto ci convenga l'alleanza con Kielos. È inutile che ti raccomandi di usar più le orecchie che la lingua...»
«Puoi stare tranquillo», mormorò preoccupato Nyr. «Però non credi di avermi affidato una missione superiore alle mie forze?»
Di colpo il Navarca si infuriò come aveva fatto la volta in cui Nyr aveva dubitato della propria capacità con l'arco. «Mi credi tanto sciocco da avere scelto te se non credessi nelle tue possibilità?» sbraitò con gli occhi accesi. «Non far domande stupide e non dubitare di te stesso!»
«Ti chiedo scusa», mormorò Nyr, contrito.
«Chiedimi piuttosto chi sono i miei informatori», brontolò il Navarca. «Questa sarebbe una domanda intelligente.»
«Pensavo al capitano Lisos», sorrise Nyr.
«Lisos e altri capitani certamente mi riferiscono ciò che vedono», rispose il Navarca. «Però non risiedono a Gournià. Ricordi il nome di quel commerciante di vini che a Gournià ti chiese di salutargli appunto Lisos?»
«Vuoi dire Krisostomos?»
«Proprio lui. È uomo capace, astuto, prudente, fidato. Se ne avrai occasione consigliati con lui. E ora veniamo ai Faraoni. Sul trono siede Thutmosi figlio di Thutmosi che era figlio di Thutmosi. E il terzo della dinastia ma ha soltanto quattordici anni. Coreggente, ma di fatto Re di Sesso Femminile, come le piace chiamarsi, è la sua matrigna Hatshepsut, che è al tempo stesso sua zia. E lei che comanda. Il suo consigliere è Senenmut, uomo che mi dicono sia l'equivalente di Telesios. Questo Senenmut è anche il maestro della figlia di primo letto di Hatshepsut, Nefrurah, che il Re di Sesso Femminile ebbe da un fratello di Thutmosi Secondo...»
«Sono nomi difficili e parentele complicate», sospirò preoccupato Nyr, «ma cercherò di tenerli a mente...»
«Prima di arrivare in Egitto dovrai avere l'approvazione di
Minosse ma, soprattutto, quella di Kielos», disse il Navarca, «quindi avrai tutto il tempo di assumere migliori informazioni e di tenerti a mente parentele e nomi. Ora non mi resta che dirti la cosa più importante: tu rappresenterai Minosse e i suoi interessi; tu rappresenterai Kielos e cercherai di tutelare i suoi interessi; tu, sopra ogni altra cosa, farai gli interessi dell'Isola Rotonda.»
Quando Nyr seppe che sarebbe partito da lì a pochi giorni, con tutti i rischi che la navigazione ancora chiusa comportava, salì alla casa sui monti per salutare i suoi, ma rivelò soltanto al padre che la sua destinazione ultima sarebbe stata l'Egitto. D'accordo con lui, non ne parlò ad Akena che era già in agitazione al pensiero che il figlio potesse rimanere per chissà quanto tempo a Gournià. Nyr le diede la riproduzione in argilla colorata della casa che sarebbe sorta ad Akrotiri e lei ne fu incantata e turbata al tempo stesso, perché quella nuova casa avrebbe significato un profondo cambiamento nella sua vita. Nyr aveva anche portato, secondo la promessa fatta a Uga, un anello alla cugina e uno a Ilia e, inoltre, promise a Timos e a Uga un ricco dono di nozze.
Saputo che il figlio non si sarebbe fermato più di tre giorni, Akena si diede subito un gran daffare a preparargli un piccolo corredo; Korys disse che lo avrebbe accompagnato ad Akrotiri con doni per Kielos e lana finissima e vino da vendere a Cnosso, perché la sua nave sarebbe stata la prima della stagione a sbarcare a Creta e quindi avrebbe spuntato un buon prezzo.
Il giorno prima della partenza di Nyr, mentre tutti erano indaffarati, Uga trovò il modo di restar sola con lui per un momento e, fissandolo con il suo sguardo perennemente imbronciato, gli chiese: «Mi porterai un cofanetto, al tuo ritorno da Gournià? Non ho mai avuto un cofanetto».
«Porterò un cofanetto per te e uno per Ilia», le rispose Nyr e, bruscamente, uscì dalla stanza.
Il Navarca aveva organizzato un banchetto in onore di Nyr e aveva invitato i consiglieri di Akrotiri e delle altre piccole città dell'Isola Rotonda. Era stato invitato anche Korys, sceso in città col figlio, un carro tirato da buoi stracarico e l'asino intelligente altrettanto carico di some. D'accordo con il Navarca, era
stato convenuto che l'olio e il vino comune sarebbero stati sbarcati a Cnosso mentre la lana e il vino migliore sarebbero stati venduti a Gournià. Sulla nave di Lisos erano stati già imbarcati doni per Minosse, per Kielos, per Aristea e, di minore entità, per Krisis e per Zina.
Al banchetto, presente Korys che a malapena riusciva a nascondere la commozione e l'orgoglio, il Navarca spiegò con brevi parole il perché della scelta di un giovane per un compito così difficile, calcando abilmente l'accento sul fatto che, senza dubbio, Nyr era protetto dagli dèi del mare, come dimostrava il raggio perenne all'imboccatura del porto. Tutti applaudirono ed Ermione aveva le lacrime agli occhi. Poi il Navarca consegnò solennemente a Nyr le credenziali a nome dell'isola Rotonda e vi furono brindisi e auguri.
A sera Nyr cenò, con gli amici di sempre e il padre, nella casa di Tiri e, con la scusa della commozione, Depas si ubriacò al punto che fu necessario fornirgli un giaciglio perché non sarebbe stato capace di trovar la strada di casa.
L'indomani all'alba, Nyr partì.
Per Nyr fu un'esperienza del tutto nuova viaggiare sulla nave di Lisos, e non tanto perché fosse più grande e veloce della tonda di Akros quanto per la sua nuova condizione. La nave di Lisos aveva infatti a poppa una cabina smontabile e Lisos gli aveva proibito di starsene di vedetta a prora e di aiutare nelle manovre.
«Il mio equipaggio ti considera una persona importante, e anche tu ricorda bene che non sei un marinaio qualsiasi, dunque comportati come il tuo nuovo rango esige!»
L'unica cosa permessagli, durante la navigazione, fu di star qualche volta a poppa a osservare il timoniere Itano. Guardandolo, Nyr concluse che Trippa non aveva nulla da invidiare a Itano e decise che, semmai avesse potuto fare una scelta, avrebbe richiamato il vecchio Trippa che sapeva timonare anche dopo aver fatto il pieno di birra. Il resto dell'equipaggio era, a parer suo, senza infamia e senza lode. Marinai da sempre ma privi di quell'entusiasmo che aveva riscontrato nei vogatori di Akros, sempre pronti a ridere e scherzare con il loro capitano, a scommettere orci di vino sulla durata del percorso. Fra l'equipaggio di Akros e quello di Lisos l'unica cosa in comune era l'ubbidienza
incondizionata al capitano ma, in quello di Lisos, mancavano la stima personale, la comunicazione. Tra gli uomini di Lisos, un personaggio come il Barbiere sarebbe stato inconcepibile. L'unico fuori della norma era uno dei due prodieri, un piccoletto magro e segaligno, tutto nervi, scattante, che ci vedeva più di notte che di giorno e che per questo era soprannominato Nottola. Costui era svelto di mano e di lingua e rimbeccava tutti, ma come prodiere sapeva certamente il fatto suo e Nyr, ricambiato, lo prese subito in simpatia.
Giunsero a Dia che era ancora giorno e, nonostante la navigazione commerciale fosse chiusa, gli permisero un approdo per sbarcare subito la merce destinata a Cnosso. Lisos aveva infatti dichiarato di avere un messaggio urgente per Kielos, messaggio di cui era latore Nyr dell'isola Rotonda, ambasciatore di Minosse presso i Faraoni. Debitamente impressionati, gli ufficiali del porto fecero sbarcare olio e vino e l'indomani, ancor prima dell'alba, la nave ripartì.
Poco dopo la metà della giornata entrarono nel Golfo Grande e, all'altezza di Moklos, gli andarono incontro due svelte navi a remi, segno che Kielos li attendeva oppure stava comunque all'erta ancora prima dell'apertura della navigazione. Nel porto di Gournià furono loro riservate accoglienze ufficiali nonostante il comandante del porto mostrasse stupore trovandosi di fronte a Nyr nelle vesti di messaggero dell'isola Rotonda. Ebbero un buon attracco, acqua e cibo fresco e, mentre Lisos contrattava le operazioni di sbarco, giunse un carro a cavalli mandato da Kielos che, prelevato Nyr, lo condusse prestamente a Palazzo.
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FINE Parte 1.